Istoriare il reale

Istoriare il reale. Sulla “contemporaneità” della psicoanalisi

Giancarlo Ricci

In “LETTERa. Rivista di clinica e cultura psicoanalitica”, n. 1, et. al Edizioni, Milano 2011.

“Contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio presente, ne afferra l’inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere”.

Giorgio Agamben

 

Mentre il senso comune celebra il tramonto della psicoanalisi, situandola nel migliore dei casi come un’invenzione seppur rilevante del secolo scorso, mai quanto la nostra epoca sembra attraversata da un particolare smarrimento. La nostra epoca sembra aver smarrito il senso stesso della contemporaneità. E’ in gioco la questione della memoria, di ciò che è presente e di ciò che è attuale, ma soprattutto una certa idea di storicità.

Come rileva Giorgio Agamben nel suo breve saggio “Che cos’è il contemporaneo”, la contemporaneità comporta una singolare relazione con il proprio tempo: avvertiamo la contemporaneità attraverso una sfasatura, un anacronismo, una discrepanza tra ciò che riteniamo essere passato e accaduto, e ciò che, ancora, si ripropone pressoché negli stessi termini, quindi in una parvenza di ripetizione.

Interrogarci sulla contemporaneità significa, dalla nostra angolatura, interrogarci sull’esistenza e sull’attualità della psicoanalisi oggi: la sua incidenza sulla società e nelle istituzioni, la sua pratica nella clinica e più in generale il suo contributo nell’ambito della produzione e del dibattito culturali. Tutto ciò assume una dimensione storica. Che si specifica anche, o forse soprattutto, con quei tratti o tendenze che si ripropongono o si ripetono, o con quelle istanze teoriche che sembrano rimanere nell’ombra fino a scomparire. Proviamo a rovesciare la questione: quella stagione che in qualche modo celebrava il trionfo della psicoanalisi, non era forse una celebrazione per infossare la psicoanalisi, un rituale mediatico per neutralizzarla, per dismettere l’inconscio? Sarebbe interessante riscrivere la storia della psicoanalisi come se questa coincidesse con la storia stessa del rifiuto che ha incontrato o dei tentativi per edulcorarla. In questo dovremmo includere, purtroppo, alcuni funzionamenti e modalità relative alle stesse istituzioni psicoanalitiche. Ma questo ci porterebbe lontano.

Parlare della contemporaneità della psicoanalisi non può che partire dal presente, da come oggi esiste la psicoanalisi, nel sociale, nella cultura, nelle pratiche cliniche, nelle associazioni psicoanalitiche. Indubbiamente, come esiste la psicoanalisi oggi dipende dalla sua storia nel nostro paese.

Certo, la psicoanalisi viene ritenuta anacronistica rispetto al tempo dell’ipermodernità, ma ciò andrebbe letto alla rovescia: è la società a risultare ormai anacronistica rispetto all’attualità della psicoanalisi. La clinica lo dimostra abbondantemente e talvolta drammaticamente attraverso i cosiddetti “nuovi sintomi”, dove “nuovi” va inteso in questo caso come ciò che nuovamente fa capolino e irrompe in uno scenario sociale o istituzionale che credeva di aver controllato e bonificato l’inconscio.

Lungo queste veloci considerazioni ci sembra appropriato interrogarci intorno alla logica della resistenza, tenendo presente i due termini che Freud utilizza: Resistenz e Widerstand, propriamente resistenza e contrapposizione. Che da sempre la contrapposizione (Widerstand) alla psicoanalisi abbia assunto varie forme e coniugazioni, ben sappiamo. Per quanto riguarda la Resistenz due notazioni. La prima, a carattere clinico, è quando Freud, a proposito della trasformazione nel corso del lavoro analitico osserva, per marcare la distanza dalla suggestione, che maggiore è la resistenza (Resistenz) maggiore è la trasformazione. La seconda notazione, più a carattere storico, riguarda l’affermazione di Freud in Per la storia del movimento psicanalitico (1914), secondo cui “la battaglia decisiva per le sorti dell’analisi non può che avvenire là dove si è prodotta la massima resistenza, e cioè negli antichi centri della cultura”.

Proprio questo duplice volto della resistenza – il versante clinico e soggettivo e quello invece sociale e storico – ci permette di interrogare un punto centrale della pratica analitica. La quale, ci ricorda Freud, procede “fin dall’inizio” nella resistenza (Resistenz). Del resto c’è resistenza perché c’è rimozione. E la rimozione proprio in quanto non può essere abolita comporta che la resistenza assuma una funzione ineliminabile. La nostra epoca, in effetti, pare piuttosto essere pervasa dalla modalità della sconfessione, da quel rinnegamento (Verleugnung) che caratterizza la posizione perversa e che comporta, più che resistenza, contrapposizione (Widerstand). Sempre più gli attacchi verso la psicoanalisi hanno un’impronta perversa, procedono pertanto da una sconfessione più che da una rimozione.

Il nodo rimane ciò che ancora la psicoanalisi ha da dire in merito al nostro tempo, nonostante e grazie alla resistenza che incontra. Ed è parecchio ciò che rimane da dire, ma anche e soprattutto da portare in evidenza, da mostrare, da leggere, da interrogare, da interpretare in merito alle istanze più critiche e problematiche del nostro tempo. Se si tratta davvero di psicanalisi, come non accorgersi che il nostro tempo è già, simultaneamente, un altro tempo? La contemporaneità è abitata dalla cifra dell’altrove. La contemporaneità è il tempo di un’alterità che occorre quanto meno rilevare e segnalare, non per svelarla ma per segnarne la presenza. Per segnalare in definitiva che non si guarisce dall’inconscio, che “l’altra scena” è attiva e compresente alla “stessa” scena della contemporaneità.

Dal Romanzo familiare del nevrotico (1907) a quello che lui stesso definisce un “romanzo storico” ossia il saggio L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1938), Freud avvertiva che anche la temporalità, ossia quella convenzionale distinzione che gli umani operano tra presente, passato e futuro, appartiene alla logica dell’inconscio. Proprio in questo testo riprende la distinzione tra “verità materiale” e “verità storica”, appena per rilevare che il reale della storia diverge dal racconto. Che, in definitiva, il racconto non raggiunge mai il reale della storia. Che ne è di questo scarto? Dove si inscrive se non giunge mai a iscriversi?

Oggi bisognerebbe riconoscere che la nostra contemporaneità è attraversata da una sorta di perversione temporale: le cose sono già accadute perché già confezionate dai media, il disagio ha già un nome ancor prima di essere esplorato, il nuovo viene sempre sospettato di essere una ripetizione di qualcosa di già visto. In definitiva nulla può accadere che non sia già inscritto in una rete simbolica prestabilita che nomina le cose ancor prima che accadano. E’ come se ciò costituisse il risvolto, nel mondo dell’informazione e della comunicazione, dello scientismo ossia di un’onnipotenza (immaginaria) che vorrebbe attuare un monopolio sul reale.

 

Memoria storica e temporalità

 

Dunque l’“altra scena” della contemporaneità non corrisponde semplicemente al passato, ma è il luogo in cui si sono stratificate le vicissitudini della logica del fantasma, delle identificazioni, delle rimozioni o delle sconfessioni che sono accadute e si sono inscritte nello psichico. E che pertanto ancora risultano attive, attuali. Fanno sentire la loro voce.

Avvicinarsi alla contemporaneità comporta l’arte di saper individuare la differenza nella ripetizione, ossia di cogliere la breccia di una significazione che apre una nuova temporalità. La contemporaneità della psicoanalisi coincide già con la psicoanalisi all’opera, al lavoro. L’attuale, ossia ciò che ancora e nonostante tutto (il tempo trascorso) è in atto, risulta un’istanza imprescindibile della psicoanalisi.

Quando Freud parla dello svolgimento del transfert e della trasformazione del sintomo nel corso del processo analitico, dice che la “malattia” va considerata “come un organismo vivente”. Cioè come una struttura dinamica che persiste a vivere e a trasformarsi lungo le parole che vengono dette e nella relazione con l’Altro. Il transfert è la dimensione in cui l’attuale interviene come una figura dell’anacronismo. L’attuale è qui ma è anche altrove. Qualcosa c’è, si presentifica adesso, ritorna ora, ma non appartiene al tempo presente. Si tratta dello stesso anacronismo evocato da Freud quando dice che “le cose venute al mondo, tendono tenacemente a rimanerci”. E conclude: “Talora verrebbe perfino da dubitare che i draghi preistorici si siano davvero estinti”. Ma ce ne accorgiamo? O accade come la lettera di Dupin che nel racconto di Poe rimane sul tavolo talmente in vista da risultare invisibile?

Il lavoro analitico in effetti procede lungo un attraversamento della memoria storica soggettiva, è un lavoro rivolto a individuare i probabili sentieri che consentono di avvicinarsi a un nucleo di verità storica. L’emblema di Edipo in tal senso è esemplare. Si tratta della vicenda che porta un soggetto a interrogarsi intorno alla propria storia, a metterla in questione, a interpellarla partendo dal proprio desiderio e dal proprio godimento. In definitiva a fare i conti con il tema della castrazione e ad assumerla in quanto soggettivazione. Se questo incontro risulta mancato, ossia se rimane una sorta di zona d’ombra o di menzogna a livello della “verità storica” del soggetto, è la pulsione di morte a prevalere.

E’ sorprendente come Lacan nel seminario L’etica della psicoanalisi (1959-1960), quando esplora la pulsione di morte, indichi ripetutamente come la pulsione, in generale, non vada intesa in senso energetico ma, comporti una dimensione storica. Essa è “contrassegnata dall’insistenza con la quale si presenta, poiché si riferisce a qualcosa di memorabile perché memorizzato. La rimemorazione, la storicizzazione, è coestensiva al funzionamento della pulsione in ciò che viene chiamato lo psichico umano”. E poco dopo: “La pulsione di morte va collocata in un ambito storico, in quanto essa si articola a un livello definibile soltanto in funzione della catena significante”.

Dunque “la storicizzazione è coestensiva al funzionamento della pulsione”. In un certo senso è un’affermazione che raggiunge il cuore stesso del transfert. Che mette in luce come ogni interrogazione intorno alla propria probabile storia, chiama in causa la vita pulsionale del soggetto. Il suo particolare modo di desiderare, di testimoniare, di ritrovare nella propria memoria la traccia di un debito che ancora rimane aperto e che pare quasi inestinguibile.

La clinica è la via regia che, all’ascolto dello psicoanalista, si presenta come un reticolo di implicazioni che rinviano ad Altro, che si strutturano a partire dall’Altro e che si enunciano in una differenza. Nella pratica clinica il racconto di ciò che è accaduto spesso risulta incongruente e lacerato da un non senso che dissolve la storicità.

E’ interessante ripercorrere la ricchezza semantica della parola storia. Partiamo dall’aggettivo historikos: il primo significato classico è “ciò che riguarda la scienza di una cosa” e più tardi indica “ciò che riguarda la storia”. Plutarco ne parla con un’espressione traducibile con “i segni (grammata) conformi alla visione delle cose (pragmata) che illustrano come sono andate le cose”. Il verbo historeo significa investigo, esploro, ricerco, osservo, interrogo. E poi: vengo a sapere, imparo, conosco dopo ricerche. Infine: espongo a voce o per iscritto quanto ho investigato; racconto, narro, descrivo, dipingo (il nostro istoriare). Per concludere, histor: colui che conosce le leggi e il diritto, è il giudice, l’arbitro, il testimone.

Sia pur nella loro referenza linguistica e filologica, queste notazioni gettano una luce particolare sulla figura centrale dell’elaborazione di Freud, quella di Edipo. La sua interrogazione “storica” intorno alla propria vicenda chiama in causa una nozione di verità che sembra scaturire, in una posizione terza, tra l’ambito della scienza e quello del diritto. Ma al tempo stesso rappresenta una testimonianza. Non certo gratuita, se il debito che con essa è assunto viene pagato a perdita d’occhio. E’ un pagamento retroattivo.

 

Retroattività e transfert

 

Il tema cruciale della memoria è per Freud un terreno inaugurale: i ricordi di copertura, il déja-vu, la teoria del trauma, fino alla logica del sintomo, del transfert e della ripetizione. In definitiva il nodo è costituito dall’inganno della memoria. E’ un dato reperibile nella clinica: ciò che è presente è attuale, ossia in atto, ma non viceversa. Ciò che è attuale non necessariamente è presente. In questo divario, in questa non coincidenza si apre il vasto campo dell’ipotesi dell’inconscio e delle sue logiche.

Se presente, passato e futuro sono attraversati “dal filo del desiderio” solo il presente può considerarsi come coincidente con il reale, con ciò che è qui, nel suo accadere che persiste ad accadere. Il passato e il futuro sembrano appartenere a due ambiti immaginari. Questo reale del presente si tratta di dirlo, di renderlo simbolizzabile, di istoriarlo, di illustrarlo, esattamente come procede il lavoro onirico nel suo lavoro di figurazione.

Ma il tema della memoria – dicevamo così cruciale per Freud – si svolge nel corso degli anni lungo un’elaborazione intorno alla temporalità. Fino a giungere, nella sua piena formulazione, al concetto di retroattività, in tedesco Nachträglichkeit. La retroattività freudiana, tradotta impropriamente nella versione anglofona con il termine di “azione differita” o con “posterità”, riguarda l’effetto di senso che interviene solo e soltanto dopo, a cose fatte o a cose dette. E’ importante sottolineare che non si tratta di causazione ma di significazione. E’ un effetto di senso che si effettua in una temporalità dominata dal “dopo”.  Solo in un “dopo” il soggetto intende ciò che egli stesso voleva o ha voluto dire. Nella vita psichica la temporalità, il lavoro di storicizzazione, di “costruzione” della soggettività non prescindono dalla retroattività. Tra parentesi: la parola è quella strana attività che non prescinde dal fatto che il soggetto nel contempo è costretto ad ascoltare ciò che sta dicendo. Anche per questo semplice motivo passato, presente e futuro non costituiscono un continuum cronologico.

Dove emerge per la prima volta in Freud il concetto di retroattività? Non a caso a proposito dell’isteria. Esattamente quando egli assimila la logica del sintomo isterico alla figura retorica del proton pseudos, ossia alla falsa supposizione: da una falsa premessa si approda a una conclusione vera. Nell’epoca in cui abbandona la teoria della seduzione che in definitiva si fondava sul nesso deterministico tra verità materiale e verità storica, Freud afferma per esempio che “viene rimosso un ricordo il quale è diventato un trauma solamente più tardi”. E’ indicativo che nei testi freudiani la comparsa del sostantivo Nachträglichkeit, laddove prima trovavamo solo l’aggettivo nachträglich, coincide con l’abbandono della teoria della seduzione  ovvero coincide con la convinzione che tra fantasia e realtà, tra percezione del desiderio e rappresentazione del desiderio vi sia una divisione incolmabile. In seguito la letteratura psicanalitica situerà questa divisione come l’effetto della logica del fantasma.

Ma ancora ritroviamo il tema della retroattività negli ultimi scritti di Freud, per esempio in  Analisi terminata e interminabile quando precisa che “il risultato vero e proprio della terapia analitica consisterebbe nella rettifica retroattiva dell’originario processo di rimozione”. In questo senso la logica del lavoro analitico – lavoro del ricordare, ripetere, rielaborare – può intendersi come un’incessante rettifica della soggettivazione con cui il soggetto fa i conti con il proprio inconscio. Fa i conti, anche, con l’atto di rimozione e con il ritorno del rimosso, in un movimento tra un dopo (après-coup) e un prima (avant-coup), tra un contraccolpo di senso che sorprendentemente getta in avanti e che, al tempo stesso, riporta inspiegabilmente all’indietro.

La memoria in definitiva è tutt’altro che un archivio, non coincide con un elenco di ciò che è accaduto nel passato. La psicanalisi teorizza che il passato non sempre “passa”, che il futuro ci viene incontro frontalmente, che il presente è strutturato come un ricordo e dunque è sempre altro. La realtà psichica è strutturata da questa dinamica. Per Lacan è il gioco della dialettica tra “troppo presto” e del “troppo tardi”. Il suo celebre grafo del desiderio mostra come il soggetto rimanga sempre barrato in quanto la logica del fantasma gioca sempre in anticipo.

La “contemporaneità” del soggetto può essere forse quella in cui egli si interroga sul futuro anteriore della propria vicenda: che cosa sarà stato? Che cosa sarà stato del mio desiderio o del mio godimento? Se l’Io non è padrone in casa propria e se il soggetto risulta un effetto a posteriori, il futuro anteriore, il “ciò che sarà stato” della sua storia, apre la prospettiva in cui si delinea l’ambito di una verità soggettiva. E’ un accadimento che mostra l’altro versante della memoria, la sua zona d’ombra che cresce e lambisce il tempo presente.

Questa logica temporale della retroattività non riguarda direttamente la ripetizione. Eppure qualcosa si ripete nella retroattività. Ciò che si ripete è il movimento che proviene da qualcosa che pare trascorso e che fa irruzione nell’attualità, qui nel presente. Ciò che è trascorso non rimane identico a prima. E’ un altro senso a imporsi. Questo movimento permette di accostare il concetto di retroattività a quello di transfert.

C’è un’immediata parentela significante tra Nachträglichkeit (retroattività) e Übertragung (transfert), quasi fossero due dispositivi omologhi, il primo relativo alla temporalità e il secondo alla traducibilità. Che cosa hanno in comune? Si tratta della parola tragen, portare. Nel caso del transfert: portare oltre (über), sopra, trasferire, trasporre. Nella retroattività: portare dietro (nach), aggiungere dopo, riportare. Questo movimento che porta e trasporta la lettera, riguarda l’istanza della lettera nell’inconscio (Lacan) ed è il cuore stesso del lavoro dell’inconscio: il portare, lo spostare (rimozione e resistenza), il trasporre, il prendere e trasferire altrove (inversione temporale, il ricordo di copertura, il falso nesso). Si tratta delle formazioni dell’inconscio. Del resto Freud lo annota a proposito della sua teoria dell’oggetto: ogni nuovo oggetto d’amore è un ritrovamento.

Il nuovo non può che scaturire da un movimento retroattivo. In altri termini: il nuovo non irrompe come eventualità di un incontro nudo e crudo con il reale, ma risulta quale effetto di attraversamento di una dimensione storica (pertanto simbolica) che costituisce il tessuto della soggettività. Anche il lavoro onirico risente di questa logica. Non a caso le ultime righe dell’Interpretazione dei sogni – sono parole che racchiudono la cifra del sogno – procedono con il tema del portare: “Il sogno ci porta verso il futuro, ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato”. Non troviamo in queste parole una formulazione inaugurale della retroattività? E in definitiva non evidenziano come il lavoro onirico sia anche un lavoro di istoriazione relativo a un nucleo di verità soggettiva?

La lettera porta e trasferisce, ma sempre trasmette un eccesso di senso. La ripetizione prende il posto del ricordare osserva Freud a proposito della logica del transfert. “La ripetizione è il loro modo di ricordare”. Il transfert inteso come “riedizione” implica una particolare ripetizione. Ma, conclude Freud, dato che i pazienti “ripetono qualcosa che è già accaduto precedentemente […] lo costringiamo a trasformare la sua ripetizione in ricordo. Allora la traslazione […] diventa il migliore strumento con il cui aiuto si possono aprire i più impenetrabili scomparti della vita psichica”.

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo, Roma 2009, p. 31.

Ivi, pp. 19-32.

Cfr. il paragrafo “Critica delle istituzioni psicanalitiche” in Elisabeth Roudinesco, Perchè la psicanalisi?, Editori Riuniti, Roma 2000, pp. 145-156. Le notazioni si riferiscono alla situazione della psicoanalisi francese.

Sigmund Freud, Per la storia del movimento psicoanalitico, in Opere, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 405.

“Se tuttavia io, che non sono né un ricercatore storico né artista, definisco uno dei miei lavori come un ‘romanzo storico’, ciò significa che questo termine consente ancora un altro impiego […]. Valore di realtà esso [tale romanzo storico] non ne possiede alcuno, o ne ha solo uno indeterminato, poiché una verosimiglianza, per quanto elevata, non coincide con la verità. La verità è spesso molto inverosimile e solo in misura esigua le prove effettive possono essere sostituite da deduzioni e congetture”, in Sigmund Freud, “Avvertenza editoriale” a L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38), in Opere, Boringhieri, vol. XI, Torino 1979, p. 335.

“Non dimentichiamo che la malattia del paziente che prendiamo in analisi non è qualcosa di concluso, di cristallizzato, ma qualcosa che continua a crescere e svilupparsi come un essere vivente”, in S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1976, p. 593.

Sigmund Freud, Analisi terminata e interminabile, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 512.

Jacques Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, 1959-1960, Einaudi, Torino 1994, p. 266.

Ivi, p. 268.

Cfr. Carlo Sini, I segni dell’anima, Laterza, Bari 1989, pp. 118-119.

“E’ lecito dire che la raffigurazione del lavoro onirico, che non si propone certo d’essere compresa, non presenta al traduttore difficoltà maggiori di quelle offerte ai loro lettori dagli antichi scrittori di geroglifici”, in S. Freud, Linterpretazione dei sogni, in Opere, vol. III, Boringhieri, Torino 1967, p. 314.

Ci sembra che tradurre questo termine con retroattività risulti ancora la soluzione migliore. Alla lettera sarebbe: ciò che viene portato dopo. E’ anche curioso che nella lingua tedesca vi siano altri termini che indicano la posizione del soggetto rispetto a qualcosa di già accaduto: Nachträglichkeit (die) significa carattere vendicativo. Oppure l’aggettivo nachtragend significa colui che non perdona, che è rancoroso o permaloso.

Questa notazione è ben evidenziata nell’importante articolo “Nachträglichkeit” di Fausta Ferraro e Alessandro Garella uscito su Rivista di Psicoanalisi, genn.-marzo 2001, Borla, Roma 2001, pp. 79-106.

Sigmund Freud, Progetto di una psicologia (1895), in Opere, vol. II, Boringhieri, Torino 1968, p. 256.

Sigmund Freud, Analisi terminata e interminabile, cit., p. 510.

Notevole a tal proposito il lavoro di Jacques Derrida, Mal d’archivio, Filema, Napoli 1996.

Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, cit., p. 565.

S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, cit., p. 593.