CORPO SOGGETTO

CORPO SOGGETTO. Di un’inguaribile precarietà

di Giancarlo Ricci

in AA.VV., “Identità precarie”, Ed. ETS, Pisa 2009

Ma corpus non è mai veramente me. E’ sempre oggetto, corpo che si ob-ietta alla pretesa di essere un corpo-soggetto o un soggetto-in-corpo. Jean.Luc Nancy

 

 

A proposito della psiche le cose vanno in modo alquanto diverso da quanto trionfalmente preannuncia lo scientismo, cioè un futuro dominato dalla potenza della tecnica. L’enfasi è posta sempre più sulla potenza quasi a oscurare il soggetto di tale potenza, il suo agente, in definitiva chi la usa, la detiene, la distribuisce, la padroneggia. In breve: il trionfo della tecnica pretende, quasi con un gioco di prestigio, di alludere al trionfo della padronanza della tecnica, ossia a una potenza della padronanza. La psicanalisi è quel granellino di sabbia che fa inceppare la macchina che qui intendiamo come macchina che produce immaginariamente la potenza della padronanza.

 

L’Io non è padrone in casa propria

 

Sulla scena psichica e nell’ambito del sociale le cose vanno ben diversamente. L’impotenza del principio di padronanza e lo scacco delle numerose “psicotecniche” le troviamo rappresentate, ora come caricature ora come parodie, nelle figure sociali di un Io che deve assumere la potenza. E non può farlo se non per via immaginaria rappresentando l’incarnazione o l’incorporazione dell’onnipotenza.

L’enunciato che contraddistingue la psicanalisi è ormai un classico: “l’Io non è padrone in casa propria”. Proviamo a porre questo enunciato come l’emblema stesso della modernità introdotta da Freud. Qual è questa “casa propria”, questa casa che l’Io dovrebbe abitare come se fosse la propria? E ancora: l’Io è impotente, incapace o inibito a padroneggiare, o è la casa a risultare radicalmente inabitabile?

A ben ascoltare l’enunciato freudiano “l’Io non è padrone in casa propria”, che può essere letto in differenti direzioni, ci sembra sia presente un terzo, non direttamente nominato, ossia il corpo. L’Io non è padrone nella casa dove abita, ossia nel corpo, quel corpo, oltretutto, che gli permette di dire Io e ancor prima è la conditio sine qua non di tante altre cose attinenti all’esistere.

 

L’homunculus

“L’Io – scrive Freud nell’ Io e l’Es – è anzitutto un essere corporeo, non è soltanto un’entità superficiale, ma è esso stesso la proiezione di una superficie”. Se ancora una volta rileggiamo questo testo troviamo una feconda analogia. Egli velocemente allude all’”analogia anatomica” tra l’Io e l’homunculus che, nel cervello, costituisce la sede della rappresentazione sensoriale e motoria del corpo. E prosegue così: “Volendo cercare un’analogia anatomica la cosa migliore è identificarlo con l’homunculus del cervello degli anatomici, il quale si trova nella corteccia cerebrale capovolto, con i piedi protesi verso l’alto, mentre guarda all’indietro e reca a sinistra, com’è noto, la zona del linguaggio”. E’ qualcosa di più che un’analogia perché alcune pagine più avanti in una nota ribadisce: “Si può dire che anche l’Io psicanalitico, o metapsicologico, è capovolto come l’Io anatomico (l’homunculus del cervello)”. Annotazione straordinaria e rilevante, pur nella sua condensazione aforistica.

Davvero singolare questo accenno di Freud a un  tratto topologico. Rimane lì, in giacenza, con tutte le implicazioni che vanno dall’homunculus di Faust, che rinvia a un mito della creazione che preanuncia gli scenari della bioingegneria, al “sileno capovolto” che approda, da Erasmo a Rabelais e  Foucault, al tema di un corpo sembiante che presentifica la Cosa, la sua irriducibilità alla ragione.

Questo capovolgimento arriva fino a Lacan che, oltre a individuare nella fase dello specchio, la differenza tra lo Je e il Moi,  più avanti in qualche modo istituisce il soggetto dell’inconscio come capovolto rispetto all’Io. Non si tratta del mazzo di fiori rovesciato come nella fase dello specchio, ma dell’immagine di un Altro corpo, “rovesciato, con i piedi rivolti in alto e lo sguardo rivolto all’indietro”, ossia di un corpo pulsionale. Che quindi soggiace, innanzi tutto, alla dualità pulsionale, al gioco a nascondino tra desiderio e godimento e a molte altre cose tra cui i tre registri (immaginario, simbolico, reale) che disgiungono e congiungono il corpo fino a fornirgli una sorta di compattezza  fattuale. Di tale logica parecchio rimane da annotare. Ricordiamo solo, assumendolo come dato strutturale, la notazione lacaniana secondo cui il messaggio arriva al destinatario in forma capovolta.  ”Non saprò mai il mio corpo – scrive Jean-Luc Nancy in Corpus  –  non mi saprò mai come corpo, proprio là dove corpus ego è una certezza senza riserve”. Forse che questa “certezza senza riserve” ha la consistenza di un immaginario che “si è fatto” reale o che “pretendiamo” reale?

Nell’elaborazione di Lacan il corpo (simbolico) è Altro: in un certo senso l’Altro, ciò che da una parte consente materialmente di poter dire Io, ma anche ciò che fa buco nell’esperienza simbolica del soggetto. Parrebbe dotato di linguaggio, ma è il corpo a dire, anche se sono Io a parlare e a fargli dire ciò che vorrei dire. Ma le cose, a ben ascoltare, non vanno precisamente così. Sono ancora più complesse.

Il gesto di Freud sorge da questa falla irrimediabile che inaspettatamente si moltiplica, che fa scandalo, che risulta insanabile. L’Io non è padrone in casa propria: abita “capovolto” il proprio corpo, la parola non è padrona della lingua (Saussure), il desiderio manca il godimento, la memoria si dimentica di ricordare e quando ricorda sbaglia (“ricordi di copertura” e “falsi nessi”). L’elenco non è esaustivo: c’è ancora il sogno, il lapsus, il sintomo, l’angoscia e via dicendo. In fondo tutto il lavoro teorico di Freud è un lavoro à rebours. Procede in avanti guardandosi all’indietro, proprio come l’homunculus, capovolto “mentre  guarda indietro”. In effetti nella citazione evocata prima non ipotizzava un “Io metapsicologico” capovolto ?

Dunque l’Io, che dovrebbe essere costituito da un principio identitario, non è identico a se stesso. Perché mai dovrebbe chiamare “propria” quella casa che non gli appartiene? L’Io è attraversato dalla differenza, da una Spaltung  che rileva la debolezza della sua identità, ma anche la sua posizione desautorata da una padronanza che invece è sempre più richiesta e valorizzata.

La psicanalisi, in controtendenza rispetto a un’epoca che medicalizza il  disagio, non pretende di padroneggiarlo.  Affermando che l’Io è la proiezione della superficie corporea, la psicanalisi teorizza una sorta di doppio malinteso, di un doppio registro il cui svolgimento procede in una doppia inscrizione: tra il corpo e l’Io, tra il soggetto e il linguaggio.

 

L’isteria e una biopolitica altra 

La questione del corpo è ben presente all’atto di nascita della psicanalisi. La vicenda incomincia con l’isteria, con il giovane Freud che segue le lezioni di Charcot alla Salpêtrière. Per Charcot la padronanza dello sguardo scientifico sul corpo isterico si esercita attraverso  l’ipnosi e la suggestione. Il punto in cui le cose si incrinano emerge a proposito della simulazione isterica. Le isteriche fingono, afferma Charcot, cosicchè danno a vedere, ingannano. La finzione è visibile. Talmente visibile da diventare simulacro che tenta di oscurare la dimensione simbolica, di linguaggio, cui Freud presta orecchio. Da questo orecchio nasce la psicanalisi. “Seguendo il consiglio indimenticabile del mio maestro Charcot imparai a guardare e riguardare le stesse cose fino a che cominciavano a parlare da sé” . Annotiamolo: straordinario questo “da sé”. Freud non dice che lui ha ascoltato qualcosa di diverso. Non osa soggettivizzare, non imprime un marchio di padronanza su questo ascolto. Ma accade. Da solo. In un’apertura ineludibile.

Forse solo oggi riusciamo ad accorgersi quanto l’elaborazione freudiana intorno all’isteria, che si svolge compiutamente nel corso di circa un decennio, abbia costituito il punto di partenza da cui è  sorto uno dei contributi più sovversivi in quella che possiamo chiamare scelta biopolitica. E’ una direzione, un orientamento che, soprattutto a partire dalla svolta freudiana degli anni 20,  giunge alla maturità con Psicologia di massa e analisi dell’Io, L’avvenire di un’illusione e con Il disagio della civiltà.  Nelle numerose implicazioni di questi scritti Freud inaugura una scelta biopolitica prima impensabile.

Che al corpo possa accadere qualcosa che sfugge al principio di padronanza e che questo accadimento riguardi un particolare modo con cui la logica del fantasma  inscrive (o escrive)  il sintomo, apre una logica differente che ha notevoli implicazioni sociali. Il bìos non è più come prima, entità oggettivabile, descrivibile, riproducibile. Diventa piuttosto un punto cieco, una macchia che oscura se stessa, un corpo che rende incerta la sua abitabilità. Un enigma intorno al quale costruiamo mirabolanti edifici immaginari pur di tenerlo in piedi come qualcosa di  dotato di senso. E’ il corpo Cosa, la Cosa del corpo. Faccenda che mettiamo a tacere, in nome della comunicazione, ogni volta che parliamo. Per approfondire questo tema della Cosa dovremmo fare un ampio giro che passi da Heidegger, Sartre, Merleau-ponty e altri filosofi, fino alla lettura proposta da Lacan nel suo seminario sull’etica.

Riformulando il corpo come corpo pulsionale, risulta più complesso attuare un principio di separazione tra la pulsione vita e la pulsione di morte, ossia attuare quell’economia che consentiva alla biopolitica ottocentesca di gestire la zoé, il semplice e indifferenziato fatto di vivere –  la “nuda vita” come la chiama Walter Benjamin –  per finalizzare il bìos ossia la forma del vivere propria di un singolo o di un gruppo. E’ il corpo a mantenere in vita, a dare la vita al soggetto, ma al contempo a privarlo di una possibilità di senso sul corpo. “Effettivamente – osserva Lacan nel seminario su Il sinthomo – è una possibilità quella di avere rapporto con il proprio corpo da estraneo. E’ quanto

esprime l’uso del verbo avere: il proprio corpo lo si ha, non lo si è a nessun livello e questo fa credere all’anima, per cui si arriva a pensare di avere un’anima”.

Per Freud l’inconscio è una “forma di vita” che, in quanto Es, risulta non solo ben poco gestibile ma costituisce è uno dei termini essenziali nella strutturazione dell’Io. Su altri versanti l’elaborazione freudiana intorno alla nozione di pulsione di morte assegna alla vita, e non solo all’eros, un altro statuto. Che è pienamente pulsionale e scarsamente ontologico. L’uomo, come notava l’arguzia di Lacan, non è più un soggetto che “qui vit de l’être” ma piuttosto ”qui vide l’être”. E che, possiamo aggiungere, svuota (vide) e vanifica il principio di padronanza.

L’idea filosofica secondo cui l’essere umano è dotato della facoltà  della parola si infrange dinanzi alla constatazione clinica in cui l’uso della parola si inscrive nello psichico come un vero e proprio organismo vivente. In termini sintetici, la costellazione teorica introdotta dalla psicanalisi con il concetto di  inconscio è ciò che resiste a qualsiasi ideologia biopolitica che pretenda di amministrare il corpo e la vita che lo abita. In particolare ci sembra che il corpo  costituisca la rappresentanza più significativa che resiste ad ogni finalizzazione attuata dalla visione biopolitica e dalla sua  forma più avanzata, la biotecnologia.

Dal corpo oggetto al corpo soggetto: in questo ribaltamento proviene il sapere dell’inconscio, dove appunto il corpo è soggetto di ma al contempo è anche soggetto a. Dal punto di vista clinico tutto ciò lo ritroviamo nel racconto del paziente: racconto che pur raccontando parla del fatto di essere assoggettato, “parassitato” come diceva Lacan, dal linguaggio. Con il concetto di pulsione, situabile lungo il bordo tra lo psichico e il somatico, Freud reinventa un corpo pulsionale abitato dal desiderio e dal godimento. “Corpo è il soggetto che non ha oggetto: soggetto che non è soggetto, soggetto a non essere soggetto, così come si dice soggetto ad eccessi di febbre”. Dunque il corpo, toccato dalla parola, fa risuonare con le sue molteplici lingue quella memoria infinita che ci consegna la possibilità finita della parola. Possibilità ma non padronanza, possibilità soggetta all’inconscio. Parola soggetta al corpo e corpo soggetto alla parola. Eppure parlando la parola è definita, fa come se avesse memoria del corpo.

Lo stesso lavoro svolto da Freud per decifrare la lingua del sogno, è implicato nell’isteria per la decifrazione dell’inscenazione del corpo. Non solo l’isteria non è padrona del proprio corpo, ma esso mette in scena una logica in cui affiora un’altra identità. E’ un’identità talmente altra da risultare estranea allo stesso Io, irriconoscibile. Un’identità pur tuttavia che si mostra “da sé”.

Ugualmente si mostrano “da sé” i piccoli demoni e gli spiriti diabolici che escono dal corpo delle indemoniate nelle scene di possessione e di esorcismo di varie epoche e di vari dipinti che Charcot raccoglie e che pubblica nel 1887 con il titolo Le indemoniate nell’arte. Qui riscontriamo il trionfo del corpo-oggetto su cui si fonda la certezza del discorso scientifico: “Abbiamo dimostrato – afferma Charcot – l’esistenza di una regola fissa e immutabile laddove fino a oggi gli autori avevano visto disordine e confusione”.

Siamo ai prodromi del DSM, catalogo strutturato come un archivio che contempla tutti i “disturbi” presi singolarmente uno ad uno, mondandoli da qualsiasi impurità che evochi ancora qualche residuo di soggettività o qualche connessione che rinvii alla dimensione di sintomo. Ma il disturbo non è il sintomo. Approfondire questa notazione porterebbe ad esplorare quell’orientamento della contemporaneità che tenta di liquidare ad ogni costo lo psichico a favore di un Io ipotizzato quale compiuta egosintonia. Si tratta dell’autostima eretta a sistema, come fosse un obbligo. Una sorta di principio identitario che si installa al posto della soggettività.

 

Il re non è soggetto 

Freud esplora le vicissitudini dell’Io ma quasi mai parla direttamente di soggetto. Una lieve traccia di “soggetto” la troviamo nascosta nelle pagine del Motto di spirito.  Questo saggio viene scritto nel 1905,  lo stesso anno in cui egli si decide finalmente a pubblicare il Caso di Dora, scritto 4 anni prima, nel 1901, ma dato appunto alle stampe solo nel 1905. C’è un filo sottile che annoda le date e le temporalità: la contemporaneità nella stesura tra il Motto di spirito e il Caso di Dora, il  fatto che quest’ultimo rimanga per 4 anni nel cassetto senza essere pubblicato, così come il Mosè di Michelangelo rimarrà per dieci anni anonimo, dal 1914 al 1924, senza che la firma del suo autore. Forse in questi contrattempi ritroviamo, in filigrana, la cifra che sigilla il nodo tra la questione del corpo e il monoteismo. Cifra che annoda in modi differenti l’immagine, il nome, il corpo, la loro possibilità di nominazione e differenti posizionamenti dell’istanza della legge e dell’interdizione.

Ma torniamo a quella flebile traccia del soggetto che troviamo nel Motto di spirito. In una sua pagina spunta curiosamente un emblema che apre diverse questioni. Mentre espone vari esempi relativi al doppio senso e all’effetto di arguzia, Freud racconta il seguente motto :

 

Luigi XV desiderava mettere alla prova l’arguzia di un suo cortigiano noto per il suo spirito arguto. Alla prima occasione ordinò al gentiluomo di fare un motto di cui egli stesso doveva essere il soggetto, “sujet”. Il cortigiano rispose con un abile bon mot: “Le roi n’est pas sujet”. Sujet  significa anche suddito”.

 

La logica del doppio senso pare qui raddoppiarsi con il gioco sulla parola “soggetto”.  Il witz – avverte Freud – ci costringe ad apprendere la stessa cosa in due modi differenti. Tale cortigiano dunque aveva un fine senso della giustizia nel non assecondare il sintomo che il sovrano gli chiedeva di condividere. Nel rispondere ha mostrato che nessuno sfugge alla condizione di soggetto e soprattutto che lui stesso, in quanto suddito, ha sufficientemente articolato la propria soggettività, per permettersi il lusso di rispondere con giuste parole alla richiesta del suo sovrano.

Un’altra notazione: tale racconto non riguarda lo scherzo tra due cortigiani, ossia tra due pari, ma la precisa richiesta di un re a un suo suddito. Dunque in una disparità che a quel tempo valeva la vita o la morte, il cortigiano con il suo bon mot  restituisce al re la differenza dei loro statuti. Ma è una doppia restituzione che mette in rilievo due pieghe della verità. Da una parte: certamente il re non è un suddito. Dall’altra: il re non è un soggetto, ovvero il re crede di esercitare la piena sovranità ma si sbaglia. Il cortigiano non potendo dire che il re si sbaglia dice appunto che le roi n’est pas sujet. In altri termini il cortigiano dice che il re non può avvalersi di un principio immunitario che lo protegga dalla parola.

Inoltre con la sua battuta il cortigiano mette in rilievo un effetto comico, anche se non si riconosce come tale. Ossia il re crede pomposamente di essere un soggetto della sovranità, ossia che può esercitarla, in effetti nemmeno è sfiorato dall’idea di essere piuttosto lui stesso soggetto a quella sovranità ineludibile che è la legge della  parola e del simbolico.

Traspare una sorta di etica: questo cortigiano, anche se assoggettato, pienamente suddito del suo monarca, non rinuncia alla propria soggettività. Tale impossibilità alla rinuncia apre il paradosso di questo bon mot: se il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione (Carl Schmitt) e se “il re non è soggetto” decade il principio di un soggetto incarnabile in un principio di padronanza.

In ultima istanza ciò che brilla in questo motto è il modo con cui l’arguzia mette in luce l’attuarsi di un impossibile: qualcuno, che si reputa di essere il soggetto della propria autodeterminazione, si accorge che a sua volta è soggetto a una determinazione Altra e indisponibile. Il cortigiano lo sa: la sua risposta non destituisce il re, ma gli restituisce il preciso statuto di essere soggetto al linguaggio e alla parola.

L’arguzia del cortigiano, in fin dei conti, fa presente che esiste un habeas corpus dell’inconscioIl potere della parola, legge inattingibile agli umani, non è transitivo, non giunge a costituire un principio perché fa parte di quel processo inconscio a cui ciascuno è soggetto. Non solo l’Io non è padrone in casa propria, ma dicendolo l’Io è ancora soggetto alle leggi dell’inconscio. Doppiamente assoggettato. 

In fondo, il divertimento di Freud  nel raccontare questo motto è  forse di indicare come il gesto della psicanalisi faccia appello all’habeas corpus dell’inconscio che, se non preso in cura, rimane disastrosamente abbandonato nell’ineffabile territorio dello spettacolo dell’umano. La psicanalisi incomincia accorgendosi che l’isteria compie una caricatura dell’habeas corpus.

Il prendere in cura è in primo luogo un lavoro intorno alla soggettività. Il concetto stesso di guarigione nel pensiero freudiano è nel senso di genesen (intransitivo di guarire) ossia della cura di sé, e non, come spesso viene  inteso  in quello di heilen (guarisco, salvo, in senso transitivo). C’è insomma uno spartiacque, uno “scibbolet”, tra la cura di sé e una guarigione nel senso medicalistico, sanitario. La prima esige un lavoro sulla soggettività, la seconda la esclude o comunque non la considera come fondante in quanto può fare a meno dell’habeas corpus dell’inconscio. In una battuta: il disturbo non ha corpus, il sintomo sì, lo esige.

 

 

Jean-Luc Nancy, Corpus, Cronopio, 2007, p. 27.

S. Freud, L’Io e l’Es, OSF, vol. IX p. 488.

Idem. p. 489.

Idem, p. 511.

Jean-Luc Nancy, Corpus, cit., p. 27.

“Perché la partita di scacchi rassomigliasse in tutto e per tutto al gioco della lingua, bisognerebbe supporre un giocatore inconsciente o stupito”. Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza 1970. p. 109.

S. Freud, Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), in OSF, vol. VII, p. 395.

J. Lacan, Il Seminario, Il Sinthomo, Libro XXIII  (1975-76), Astrolabio 2006, p. 145.

Jean-Luc Nancy, Corpus, cit. p. 79.

Jean-Martin Charcot, Le indemoniate nell’arte, Spirali 1980, p. 15.

Sulla paradossale quanto tendenziosa logica dell’archivio riteniamo imprescindibile il lavoro di Jacques Derrida, Mal d’archivio, Filema 1996.

S. Freud, Il motto di spirito nella sua relazione con l’inconscio, in OSF, vol. V, p. 32.