Pablo Picasso visto da Giancarlo Ricci

PICASSO Palazzo Reale Milano mostra 2012

 

CANNONATE A OCCHI CHIUSI

Picasso possiede la leggerezza di un umorismo folle e saggio al tempo stesso. Follia e saggezza procedono in lui a colpi di genialità. E’ una genialità che deflagra quando meno ce lo aspettiamo. Per esempio leggo, sfogliando il libro dei suoi scritti, che il 5 luglio 1948, così racconta  tale D.H. Kahnweiler sulla rivista belga “Quadrum”, Picasso si trovava a Golfe Juan, nella baia di Cap d’Antibes, dove avevano attraccato imponenti navi militari americane. Alcuni giovani ammiragli avevano voluto fargli visita e incontrarlo personalmente. Nella conversazione “uno di questi mi ha detto: deve essere molto divertente fare dei quadri”. “Ma sì – risponde Picasso – è molto divertente, è come sparare cannonate. E anche noi dobbiamo colpire giusto!”.
Metafora geniale, deflagrante appunto. L’arguzia nasconde molta più saggezza di  quanto sembra. Chi avrebbe mai potuto pensare che nella pittura occorresse prendere la mira? Ma soprattutto quale bersaglio puntare? E quando l’occhio dell’artista colpisce giusto, che cosa succede? Che cosa rimane dell’oggetto colpito? Le pitture di Picasso, in un certo senso, rispondono a queste domande. Basta osservare, per esempio, i suoi quadri cubisti.
Straordinario pensiero quello per cui nella pittura bisogna sparare cannonate. Negli anni successivi nella pittura accadrà proprio ciò che Picasso aveva preannunciato con una battuta apparentemente frivola. Pensiamo ai tagli di Fontana o alle ustioni di Burri, e a tantissime altre modalità in cui l’atto artistico incide, buca o lacera la superficie della tela. Quasi a testimoniare che l’essenza della realtà è altrove, oltre la tela, in quella visione parziale, deformata e quasi irriconoscibile, che lo squarcio lascia intravedere.
E’ curioso che in altre pagine dei suoi scritti Picasso ritorni sull’argomento, formulandolo in modo differente: “Una volta i quadri procedevano verso il risultato finale attraverso momenti successivi. Ogni giorno portava qualcosa di nuovo con sè. Un quadro era una somma di addizioni. Per me un quadro è una somma di distruzioni. Prima faccio un quadro poi lo distruggo”. Potremmo forse sintetizzare queste considerazioni ipotizzando che l’atto artistico crea distruggendo.
Tuttavia, a proposito di cannonate e di prendere la mira, la battuta più cruciale di Picasso, battuta che meriterebbe un ampio commento, emerge in un conversazione con Antonello Trombadori. La conversazione riguardava il tema pittorico dei paesaggi. “Il paesaggio – afferma Picasso – si deve dipingere con gli occhi e non con i pregiudizi che stanno nella nostra testa. Magari con gli occhi chiusi”.

 

PABLO E DORA

Parigi, 15 maggio ‘45. La vicenda si svolge al ristorante Le Catalan in rue Saint-André-des-Arts. Un gruppetto di amici, Picasso, il fotografo Brassai, lo scrittore Malraux, il poeta Eluard e la sua compagna Nusch, si siedono e incominciano a ordinare. Un posto vuoto è riservato a Dora Maar che arriva poco dopo. “E’ scura in volto, tesa, stringe le mani, la mascella è contratta, non proferisce parola. Si siede. Dopo neanche due minuti scatta in piedi: me ne vado, non posso restare…”. Esce dalla sala in gran fretta. Picasso cerca di raggiungerla e sparisce anche lui.
Gli amici continuano a parlare e a discutere. Dopo circa un’ora Picasso ritorna dagli amici trafelato, agitato, quasi spaventato. “Non ho mai visto un tale smarrimento sul suo viso”, annota Brassai nel suo diario. Picasso chiama da parte Elaurd, dice che ha bisogno di lui. I due si allontanano velocemente. Che cosa era successo? A raccontarlo è la ricostruzione fatta da Alicia Dujovne Ortiz in un libro dedicato a “Dora Maar” (Grasset, 2003). Picasso aveva chiesto a Eluard di chiamare urgentemente il dott. Lacan e far presente la situazione problematica di Dora. Jacques Lacan, il grande psicanalista che a quel tempo lavorara come psichiatra all’ospedale Sant’Anna di Parigi, fa ricoverare Dora Maar. Poi le congetture divergono in varie ipotesi. Ma ciò che è davvero curioso è che negli archivi del Sant’Anna non risulta in quel giorno essere stata ricoverata alcuna Dora Maar, nè tale Henriette Théodora Markovitch che era il suo vero nome. Non solo: il filo che lega Maar a Lacan è doppio: Maar era stata l’amante di Georges Bataille, e la moglie di quest’ultimo, Sylvia Maklès, attrice che aveva lavorato con Prevert, sposerà Lacan nel ’53 in seconde nozze. Anche per Lacan si trattava di seconde nozze, dopo essersi lasciato con la prima moglie.
Ma ritorniamo alla nostra storia. Sono passati tre giorni da quel 15 maggio. Siamo al Cafè du Flore dove Brassai, Prevert e Picasso si danno appuntamento. Appena si siedono al tavolino Picasso racconta: “Ho conosciuto una donna, soffre di depressione: si immagina di essere una regina, ma non una regina qualsiasi, pensa di essere una regina del Tibet. Si comporta come regina. Non vuole portare scarpe e quindi gira a piedi nudi! A un certo punto non ha più voluto mangiare: una regina è al di sopra di tutto! Ha parlato tutto il tempo di un duca: il duca fa questo, il duca fa quello. Ma quando le ho chiesto chi fosse quel duca mi ha risposto che che quel tizio non era più un duca perchè era stato nominato conte! “Straordinario! – esclama Prevert – Un duca che viene nominato conte!”. “Sarà straordinario – replica Picasso – ma è anche inquietante, sembra di trovarci nelle favole e nell’incubo… Dov’è la frontiera tra immaginazione e delirio?”
Proprio Picasso, colui i cui occhi trasfiguravano la realtà del mondo e la cui mano istoriava sulla tela frammenti di realtà improbabili, si interroga intorno alla frontiera dove immaginazione e delirio si incontrano, si distinguono o forse si annodano. Ma almeno un bandolo, in questo nodo, è costituito dalla vicenda amorosa con una donna, Dora Maar appunto: fotografa rinomata, modella di Picasso e poi immancabilmente sua amante. La possiamo vedere in diversi quadri: “Donna che piange”, “Donna con il gatto”, “Donna con il cappello” e tanti altri ritratti, disegni, schizzi. Lei, prigioniera dello sguardo di Picasso, era stata la preziosa e unica testimone che aveva documentato con il suo diario fotografico le varie fasi della realizzazione del Guernica. Era il 1937 e aveva appena 26 anni.
La vita di Dora, dopo l’incontro con Picasso, non era stata più la stessa. Quando verso il ’43 i due si lasciano, Dora vive per quattro decenni quasi segregata nel suo appartamento senza vedere nessuno. Non aveva parenti. Alla sua morte la sua casa fu trovata zeppa di pitture, tele, disegni, schizzi di Picasso. Un tesoro inestimabile, abbandonato, senza alcun erede. Dora aveva realizzato una sorta di museo personale. Addirittura nel 1998 furono organizzate aste e mostre.
Storia emblematica. Storia che si svolge sul crinale sdrucciolevole in cui nomi, personaggi, autori, uomini e donne giocano la parte che il girotondo degli incontri assegna loro, inconsapevoli. Nella Parigi di quegli anni fecondi – dove per esempio il giovane Lacan si era appena annunciato – riverbera forse lo stesso clima della Vienna fine secolo, dove Freud destava scandalo e infinite discussioni nei caffè viennesi.

 

UNA TROVATA INTROVABILE

“Io non cerco trovo”: battuta celebre e quasi inflazionata. Appartiene alla genialità del grande Picasso e contribuisce a disegnare la cifra del suo stile. Uno stile che non manca mai di stupire, quasi possedesse il dono dell’infallibilità. Ma questo stile apre una partita immane perchè il fare artistico, con questa breve battuta, si trova vertiginosamente sbilanciato dalla parte del trovare: dalla parte dell’immediatezza, della scaturigine di una trovata che non si spegne perchè non giunge a compiersi. Il trovare non è forse una poetica dell’incontro?
“Mi si prende di solito per un ricercatore. Io non cerco trovo”. Sono parole con cui   Picasso dichiara la propria identità: sono un trovador occitano, tra il guerriero e il cortigiano, canto le storie del mondo dipingendo quello che trovo. La celebre battuta esprime anche, dopo il “penso dunque sono” di cartesiana memoria, un pensiero sovversivo intorno al cogito dell’artista: il cuore della questione riguarda la sua soggettività così precaria, eccentrica, opaca. Trovo dunque sono, si potrebbe aggiungere, se volessimo perfezionare il cogito dell’artista situandolo agli antipodi del razionalismo.
Penso che il soggetto del fare artistico, il suo trovare senza cercare, abbia la forza di un vortice che getta altrove il soggetto, lo sposta verso una terra di nessuno, lo spinge in un esilio che lo allontana irrimediabilmente da se stesso. “E dire che non ho mai potuto fare un quadro! Comincio con un’idea, e poi diventa  un’altra cosa”. E altrove: “E’ curioso come il volere dell’artista conti poco”. E ancora: “Spesso il quadro esprime molto di più di quello che l’autore voleva rappresentare. L’autore contempla stupefatto i risultati inattesi che non ha previsto”.
Se inseguissimo queste frasi nella loro ascesa esponenziale, riusciremo forse a percepire la distanza siderale da cui ogni opera d’arte ci viene incontro come una trovata, una felice e ingegnosa trovata. “Io metto nei miei quadri tutto ciò che mi piace. In quanto alle cose, peggio per loro, devono arrangiarsi da sole”. L’arte insegna, confutando il senso comune, che le cose è meglio trovarle che perderle. Infatti se crediamo di averle perse non smetteremo mai di cercarle e ricercarle.

 

OCCHI BUCATI

Curiosa vicenda quella dello sguardo. E ancor più lo sguardo, unico e particolare, che l’artista lancia sul mondo. Picasso non va per il sottile: “Cosa credete che sia un artista? Un imbecille che, se è pittore, ha solo degli occhi, se è musicista ha delle orecchie, e una cetra a tutti piani del cuore se è poeta”. Bastano gli occhi appunto, “solo degli occhi”, per essere artista. Ma tutto dipende da quali occhi. Prendiamo per esempio gli occhi della civetta, uccello presente in varie mitologie. Incarna la saggezza ma soprattutto è dotato di onniveggenza, infatti è considerato uccello della sventura e del malaugurio. Potrebbero essere questi gli occhi dell’artista? Gli occhi con cui l’artista guarda le cose e le racconta?
Picasso è stato capace, a suo modo, di rispondere a queste domande percorrendole in due direzioni. La prima: egli dipinge e crea ceramiche di civette, in particolare quando nel ‘47 si trasferisce a Vallauris, dove incomincia a lavorare la creta ispirandosi a temi antropomorfi e a civette, fauni, ninfe. La seconda: abbiamo un suo celebre ritratto del fotografo Michel Sima del ‘46 (“Picasso e la civetta”) in cui l’artista tiene in mano una civetta. Tra i due c’è sfida. Tra l’animale e l’uomo, tra la civetta e l’artista, ebbene gli occhi decisamente più rapaci sono quelli di Picasso. Troneggiano pronti a carpire.
Sono occhi rapaci perchè lo sguardo strappa le cose dal mondo e le getta sulla tela, sradica le immagini dal loro ancoraggio alla materia. Rapaci perchè l’artista si autorizza, tra il rapimento e la rapina (come indica l’etimo), a entrare nella realtà per portare via con gli artigli dello sguardo frammenti, colori, geometrie. “Un quadro mi viene da molto lontano! Chissà da quale lontananza l’ho sentito, l’ho visto e l’ho dipinto, eppure il giorno dopo nemmeno io riconosco quanto ho fatto”.
Dimenticavamo: la civetta è un uccello notturno, ghermisce le sue prede dal tramonto all’alba, a occhi chiusi. C’è un prezzo che l’artista paga sulla propria pelle, o meglio con i propri occhi. Picasso lo testimonia con parole luccicanti di enigma: “In fondo c’è solo l’amore. Qualunque esso sia. E si dovrebbero bucare gli occhi ai pittori come si fa con i cardellini, perchè cantino meglio”.

 

NEL NOME DELLA MADRE

I nomi degli umani talvolta si aggrovigliano lungo strane vicende. Il nome Picasso ha una storia particolare. Partiamo dall’origine, dal suo atto di nascita che avviene a Malaga nel 1881: il padre si chiamava Don José Ruiz Blasco, la madre Doña María Picasso y López.
Ma il nodo che legherà il nome di Picasso alla sua fama si stringe nel 1894 quando egli ha appena tredici anni: suo padre, mediocre pittore che insegnava presso una scuola d’arte, constatando la straordinaria precocità del figlio, gli consegna la propria tavolozza e al contempo decide di abbandonare la pittura. Insomma il padre cede le armi, o meglio consegna al figlio l’insegna che egli non ha saputo portare agli onori della cronaca.
E lui, figlio primogenito, che cosa fa? Da quel momento decide di firmare le sue opere con il cognome della madre: Picasso, appunto. Da allora in poi si chiamerà Picasso e ogni sua opera verrà chiamata “un Picasso”. I cognomi del padre, Ruiz Blasco, spariscono. Curiosa vicenda, intricata da numerose ipotesi. Un parricidio simbolico attuato sul nome del padre? Un gesto che vuole riscrivere il mito dell’origine scegliendo il matronimico? La sfrenata ambizione del figlio di stare accanto alla madre? Forse. Di sicuro Pablo non era rimasto indifferente alla questione della materia, materia intesa – l’etimo lo suggerisce – come madre-materia che l’atto artistico incessantemente manipola, trasforma, trasfigura, e senza alcun ritegno. Per lui questa materia era tela, carta, creta, carboncino, olio, ceramica, gesso, pietra, rame, legno. E chissà quante altre materie le sue mani hanno violato, lasciando un segno ora indelebile ora appena percettibile. Non possiamo infine fare a meno di evocare, per completezza e data la materia, le innumerevoli donne e amanti di Picasso, oltre alle mogli naturalmente. Probabilmente Pablo si sentiva davvero figlio di una madre-materia che si incarnava nelle multiformi fecondità di una natura così intensa da colpire i sensi fino allo stordimento e alla vertigine. Forse era questa l’impresa eroica che da tredicenne, afferrando il testimone che il padre gli aveva gettato tra le mani, aveva incominciato a sognare.

 

IL FUMO DI DON SALVATOR

Dobbiamo partire dal nome, dalla sua storia e dalle sue ineluttabili pieghe per cogliere la cifra di unʼesistenza, il suo trovarsi al mondo. Il nome Picasso si è trovato a occupare un posto tanto essenziale quanto straordinario nellʼorizzonte artistico del secolo scorso. Ma ancor prima del nome è stato il corpo a mettere piede su questo mondo.Picasso arriva al mondo già con un suo “stile”: la levatrice lo crede morto, lo lascia lì abbandonato tra le coperte e rivolge le sue cure alla madre. Eʼ la presenza di uno zio medico, Don Salvator – nome davvero appropriato per lʼoccasione – ad afferrare il piccolo e a soffiargli in faccia il fumo denso del suo sigaro. Cʼè da immaginare lʼurlo, lʼurlo vitalità che il piccolo avrà cacciato, dimenandosi e sgambettando. Era appena lʼinizio e nessuno immaginava quanto sarebbe accaduto da lì a pochi anni, nemmeno lui. “A sette anni – scrive Picasso – facevo disegni accademici la cui precisione minuziosa mi spaventava”. Così Picasso è gettato su questo pianeta attraverso un funambolico doppio giro tra la vita e la morte. Chissà se la sua passione di dipingere saltimbanchi, giocolieri e acrobati possa essere provenuta da questa irrefrenabile attitudine pulsionale verso la vita. Probabilmente lì, nellʼatto dellʼincominciare a respirare – sia pure il fumo fetido del sigaro – si è miracolosamente forgiato il suo inconsumabile talento a non lasciar perdere le occasioni: pittura, disegno, grafica, scultura, ceramica, incisione, affresco, scenografia, drammaturgia, poesia, scrittura e forse ancora altro. In questo immenso attraversamento ogni volta il demone dellʼarte lo ha chiamato a rimettersi in gioco con un gesto estremo e assoluto. Come se fosse, ancora e sempre, questione di vita o di morte.