IL WITZ COME LAVORO DI CIVILTA’

 

Giancarlo Ricci

 

Il motto di spirito non è forse un lapsus cal­colato che l’inconscio si guadagna con le proprie mani?

Jacques Lacan, Televisione

         In che modo il motto di spirito partecipa al lavoro di civiltà? Ma non costituisce già per la posizione (seppure inconscia) assegnata all’istanza di verità,  un’opera di civiltà? Il riso del motto è  un riso che constata ogni volta l’impotenza dell’Io verso ogni principio di padronanza. E infatti il motto giunge alla comicità, vi giunge suo malgrado, pur partendo dagli antipodi della comicità.   L’elaborazione di Freud sul Witz  può essere letto come un contributo intorno all’etica: è una tesi forte del pensiero freudiano, ma per esplorarla occorre precisare diversi punti. E distinguere il Witz freudiano nella sua specificità. Occorre partire da lontano.

Se la perdita del secondo libro della Poetica  di Aristotele ci ha davvero privato della possibilità di accedere a una comprensione adeguata della teoria del riso nell’antichità, diventa allora comprensibile la prudenza, il timore, la sbrigatività o la piena condanna con cui la filosofia si è avvicinata a questo biz­zarro fenomeno. Quando finalmente nella modernità la filosofia incomincia a dedicarsi, con tutte le precauzioni, al riso, rivolge la propria attenzione princi­palmente all’ironia e al comico, figure in fondo relative al doppio e allo spec­chio. Il tentativo  da parte della ragione di bonificare quanto vi è di pertur­bante, unheimlich , nel doppio e nello specchio, è valso anche a estromettere un’istanza altra, illocalizzabile e imprendibile che irrompe tra le parole e i pensieri umani. Il riso appare e scompare, non si lascia cogliere alla sprovvista, sfugge a ogni sistema metafisico e ontologico. Quando viene colto in flagrante, non fa più ridere. E pare svanire senza lasciare tracce.

Solo tra la metà dell’8OO e i primissimi anni del ‘9OO, secolo decisamente tragico, compare un vivo interesse verso il riso. In questa riapparizione esso viene identificato prevalentemente con il volto dell’ironia. Non a caso. In fondo l’ironia è una figura ancora domestica (1): si avvale della negazione, la­scia intatto il principio di non contraddizione, e potrebbe essere assimilata al sublime (2). Con l’ironia dei romantici e di Schlegel,  tanto deprecata da Hegel in quanto <<non prende nulla sul serio e scherza con tutte le forme>>, qualcosa incomincia a incrinarsi. Il riso non rimane più relegato in un campo estetico. Con il nuovo secolo c’è un cambiamento di scena che già Nietzsche av­vertiva. Curiosamente nell’arco di sette anni vengono pubblicati tre testi fondamentali:  Il riso. Saggio sul significato del comico  (1901) di Henri Bergson, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905) di Sigmund Freud, L’umorismo  (1908) di Luigi Pirandello. Davvero singolare questa vici­nanza, anche perché per la prima volta appare nella modernità un tentativo di distinguere all’interno del riso tre generi principali: la comicità, il motto di spirito, l’umorismo. L’ironia, il sarcasmo, l’arguzia, la caricatura, la parodia, lo scherzo costituiscono forme intermedie o miste.  Nel caso dell’umorismo, come nota sia Freud sia Pirandello, le cose sono più complesse.  Ma di quale riso stiamo parlando?

 

Un autore in cerca di tre personaggi

Il lavoro di Freud del 1905 – che si avvale tra l’altro della lettura dei testi di Theodor Lipps, Henri Bergson, Jean Paul, Theodor Vischer, Kuno Fischer – per molti aspetti è ancora sorprendente. Per le tesi che vi sostiene certamente, ma anche per strani e tortuosi percorsi che lo attraversano. Lungo l’apparente <<scientificità>> con cui egli cerca di distinguere le strutture e il funzionamento del motto di spirito, della comicità e dell’umorismo, affiora sottilmente una sorta di disegno. Oltre a esplorare la struttura del Witz , quello raccontato in yiddish dagli ebrei dell’Europa centrale, esso consiste soprattutto nell’intuire che giun­gere al cuore del motto di spirito gli avrebbe permesso di enunciare qualcos’al­tro che altrimenti  sarebbe rimasto difficilmente formulabile. Il suo sforzo topo­logico di situare la distinzione tra motto, comicità e umo­rismo, o le sue conside­razioni relative al dispendio e al risparmio psichici, appaiono come un lavoro preliminare. Nel motto c’è qualcos’altro che affiora e irrompe.

Nel suo testo – che qui ripercorreremo nella sua letteralità –  ci sono fili che appaiono e scompaiono, sembrano perdersi e poi d’improvviso rispuntano. Tra questi il più emblematico è la sua cosidetta teoria dei personaggi. Riguarda il reperimento di una particolare logica della numera­zione che distingue gli elementi strutturali specifici all’effettuarsi del motto, della comicità e dell’umorismo. In sintesi: mentre la riuscita del motto <<ha biso­gno di tre persone>>, la comicità <<può accontentarsi della presenza di due per­sone>>. L’umorismo invece <<si compie in un’unica persona>>. Questa distinzione, così essenziale, non risponde e non corrisponde tuttavia a una tecnica, né la fonda. <<La tecnica – scrive Freud fin dalle prime pagine – non basta di per sé sola a caratterizzare il motto. A essa deve aggiungersi qualcos’altro, qualcosa che finora non abbiamo ancora trovato>> (3). Inoltre <<se ci lasciamo attrarre nell’inconscio dalla tecnica, non ne caviamo niente>> (4). Che cosa cerca Freud e che cosa trova? Individua un filo ma poi si ingarbuglia. Riparte da un altro filo e si accorge che qualcos’altro si sbroglia altrove.

Dopo aver esaminato la tecnica del motto e nel momento in cui affronta i motti tendenziosi (tendenz : intento, inclinazione, tendenza), per prima cosa egli stacca nettamente la comicità dal motto tendenzioso: <<I filosofi, che fanno ricadere il motto nel genere del comico e trattano del comico nell’ambito dell’e­stetica, considerano condizione dell’immaginazione estetica il fatto che in essa noi non vogliamo ricavare niente>> (5). E più avanti: <<Dubito che siamo in grado d’intraprendere qualcosa là dove non entra in gioco un’intenzione [Absicht ]>>. Si fa strada dunque l’idea  che <<il motto tendenzioso debba disporre, proprio a causa del suo intento, di fonti di piacere alle quali il motto innocente non ha accesso>> (6). Dopo queste premesse esplora due sottospecie del motto, quello tendenzioso e quello osceno. Solo qui entra in scena la sua teoria dei per­sonaggi: <<Il motto tendenzioso richiede generalmente la presenza di tre per­sone: oltre a quella che dice il motto ce n’è una seconda, che viene fatta oggetto dell’aggressione ostile o sessuale, e una terza, nella quale si attua il proposito del motto, quello di produrre piacere>> (7). Pertanto <<chi ride al motto e ne gode quindi l’effetto di piacere, non è chi lo crea, ma l’ascoltatore inattivo >> (8).

Eccolo il terzo: inattivo, ignaro, quasi passava di lì per caso. E’ fuori dal campo visivo. L’unica prerogativa necessaria è che sia, volente o nolente,  ascolta­tore. Cosa non da poco.  Perché ciò che l’ascoltatore ascolta e coglie in colui che crea il motto è qualcosa che questi non voleva e non poteva dire, pur di­cendolo. Ecco il punto cruciale. Il terzo – l’<<estraneo>> come lo chiama talvolta Freud – è una presenza evanescente, casuale, accidentale. Al limite incarna una pura funzione di ascolto: è lì ma può essere ovunque, tra il familiare e lo straniante, tra noi e il nostro prossimo. La sua presenza discreta scombina le carte al tavolo del dire per poi ricombinarle altrimenti. Il giocatore si ritrova giocato. Non è difficile scorgere qui un’incrinatura – forse è la stessa <<falla>> di cui parla Bateson – della  coppia binaristica su cui cerca di fondarsi ogni principio di co­municazione: l’emittente e il destinatario. Simile incrinatura non riguarda tanto il fatto che tra emittente e destinatario ci sia un terzo, quanto che l’emit­tente non si rivolgerebbe al destinatario senza la presenza della terza persona. La quale non è affatto facoltativa, come nel caso della comicità, ma è indispensabile alla struttura del Witz.  Essa ride del motto, ma non era lì né per ridere né per ricevere alcun messaggio. Quanto al destinatario, il meno che si possa dire è che sono in due.  Tuttavia uno dei due, la terza persona, non sapeva nemmeno che sarebbe diventato destinatario. Tra loro non hanno nulla da spartire, se non di ridere – dopo – per il motto che hanno appena udito. Segnaliamo qui una tematica  che meriterebbe di essere approfondita: la temporalità e il tempo logico nell’effet­tuarsi del motto.

In questo gioco delle parti la terza persona, pur avendo una rilevanza strutturale, ha una funzione quanto mai mobile. Freud descrive questo meccani­smo in modo alquanto convincente: <<Tra la gente di campagna e nelle osterie di infimo rango si noterà che la scurrilità compare solo quando entra la cameriera o la padrona; solo a un grado sociale più elevato avviene il contrario, una pre­senza femminile pone fine alla scurrilità>> (9). Nella <<distribuzione delle parti>>, nulla è stabile, prestabilito, assegnato. E’ piuttosto un gioco fluido tra combinatorie e condizioni particolari, un concatenarsi di effetti di senso inne­scati dal lavoro dell’arguzia che scompone e ricompone lettere e sillabe, asso­nanze e significati. <<L’arguzia si serve di quelle maniere di pensare che, con­suete nel pensiero inconscio, sono vietate in quello cosciente>> (10). Infatti <<le parole sono un materiale plastico con cui si può fare di tutto>> (11). Nel lavoro dell’arguzia da cui scaturisce il motto riconosciamo le prero­gative di ciò che Lacan elaborerà quale logica ed effetto del significante. Sono infatti i significanti del motto a assegnare e istituire, in modo tutt’altro che casuale, una <<distribuzione delle parti>> (12) che avviene, nota Freud in più passi, in un modo <<automatico>>. Quasi siano i significanti a indirizzarsi da soli verso il destinatario prescelto: sanno esattamente quali orecchie solleticare, come farsi ascoltare e come far ri­dere. Siamo agli antipodi di ogni principio di padronanza sul linguaggio. Quel singolare evento che è il motto dimostra, quanto meno, che prima della co­municazione c’é il dire, prima del messaggio l’atto di parola, prima del codice una soggettività che il parlante ignora. Risuona ottimistica l’affermazione di Bateson secondo cui <<nella comuni­cazione spesso noi comprendiamo qualcos’al­tro>>. La questione è che parlando stiamo già dicendo altro e ascoltando inten­diamo altro. E’ un’alterità alla seconda potenza che reca con sé un’alterazione incommensurabile.

 

Non penso quindi rido

Tre, due, uno. Il motto conta fino a tre in un colpo solo. In una simulta­neità che sorprende anche colui che lo formula. L’effetto di riso conferma che il conto era giusto. Quando Freud nota che il motto esige <<una grandezza della censura ridotta a zero>> (13), sottilmente insinua l’ipotesi che la numera­zione non avrebbe luogo senza questo zero della censura. Lo zero, non contabile e forse neppure relegabile all’inizio della numerazione, per Freud è una sorta di funzione il cui argomento viene chiamato con vari nomi: censura, ostacolo, inibizione, morale. Il venir meno di queste istanze consente al  motto di <<innescarsi>> e pertanto di <<presentare all’ascoltatore un doppio volto, costrin­gendo la sua mente ad apprenderlo in due maniere diverse>> (14). Così nel con­sentire alla soggettività di approdare al proprio <<tempo per concludere>>, que­sto grado zero della censura si situa nell’istante che precede il motto: <<si av­verte un che di indefinibile che paragonerei a un’”assenza”, a un allentamento improvviso della tensione intellettuale>> (15). Da tale <<allentamento>> ir­rompe il riso, lungo un pensiero che ha <<in misura evidentissima il carattere di una “idea” involontaria>> (16). E’ un riso che non sa rinunciare all’imparzia­lità, che inventa <<un altro modo di apprendere>> (17) e che <<persegue un se­condo intento: favorire, amplificandolo, il pensiero e proteggerlo dalla critica>>. Il riso del motto reca con sé un pensiero ben poco pensabile. Se il terzo ride è perché l’Altro (il primo) dice ciò che non pensava di dire.  non è più padrone in casa propria.

Il cogito cartesiano, qui non più padrone in casa propria, ha parecchio da escogitare per riuscire a farla da padrone su un tale pensiero inconscio. <<Nel coniare un motto ci si comporta in maniera diversa dai casi in cui si pronuncia un giudizio o si fa un’obiezione>> (18). Inoltre non si conosce il motto prima di pronunciarlo (19). Il cogito del motto dimostra invece che c’è un Altro (nel senso lacaniano) a pensare, e che se lo si cerca non lo si trova mai (al suo posto). Nel motto ridono in tre della stessa cosa che tuttavia non è stata pensata da nessuno. Nessuno: figura dell’impersonale, evanescenza pura, altro volto dello zero. Rigorosamente, con­stata Freud, <<non sappiamo che cosa ci dia diletto e di che cosa ridiamo>> (20).

Freud insiste su un altro aspetto: <<perché non rido del motto cho ho in­ventato io stesso?>> (21). Ricordiamo che il criterio seguito da Freud nel distin­guere il comico dal motto è che quest’ultimo <<può essere descritto come un pro­cesso psichico fra tre persone, che sono le stesse presenti nella comicità, ma qui il compito della terza persona è un altro: il processo psichico che origina il motto si attua tra la prima persona, l’Io, e la terza, l’estraneo, e non, come nel comico, tra l’Io e la persona-oggetto>>. (22). Che il piacere del motto si produca nella terza persona e non nell’autore del motto comporta alcune implicazioni: la prima persona, crea­trice del  motto, viene contata in una numerazione di cui non sa nulla. La se­conda si ritrova tale a sua insaputa.  La terza, nel mo­mento in cui ride, non sa di ridere al posto della prima persona. <<Siamo costretti a comunicare ad altri il nostro motto perché noi stessi non siamo in grado di ri­derne>> (23). Ognuna delle tre persone è contraddistinta da un non sapere che non è lo stesso per ciascuna. Il principio della comunicazione, che presume di fondare un sapere sul linguaggio, sembra subire lo stesso esito del paiuolo in quella storiella, definita da Freud un sofisma, in cui un paiuolo viene restituito al suo proprietario bucato: <<In primo luogo, non ho affatto preso in prestito nessun paiuolo da B; in secondo luogo, quando B me l’ha dato il paiuolo aveva già un buco; in terzo luogo, ho restituito il paiuolo intatto>> (24). Freud ag­giunge: <<ogni singola replica di per sé è valida, prese insieme però, si esclu­dono a vicenda>>.

 

         Nomadismo della soggettività

         Nel testo freudiano fin qui le cose sembrano filare abbastanza lisce. Eppure Freud non sembra saper rinunciare a nuove complicazioni, quasi le cercasse. E’ come se egli si interrogasse sul perché il motto funziona solo se i tre personaggi non sanno. Le miriadi di considerazioni che puntualizzano da di­verse angolature le differenze tra motto e comicità, a un certo punto conver­gono in questa frase: <<Ciò che per me è un motto può essere per un altro solo una storiella comica>> (25). Come è possibile? Dove è andato a finire il terzo? O la teoria dei personaggi si lascia scappare la terza persona oppure costui proprio non vuole saperne nulla. Propendiamo per l’ultima ipotesi.  Freud ci aveva av­vertito che la tecnica del motto non basta a spiegarne il funzionamento. Sorge il sospetto che la sua insistenza sulla teoria dei personaggi sia in realtà una via  indiretta per avvicinarsi alla problematica della soggettività. Forse non gli riusciva in altro modo se non passando per il riso del Witz , cioé per una via obliqua, laterale, non filosofica e forse nemmeno così prossima alle concezioni cliniche e psichiatriche che aveva lungamente frequentato. Insomma una via rapsodica.

Ripetutamente egli osserva che le condizioni del riso sono <<il risultato di un processo automatico che è stato reso possibile soltanto tenendo lontana la nostra attenzione cosciente>> (26). Finora questo automatismo si riferiva essen­zialmente alla numerazione, cioè al modo simultaneo con cui nel motto avveniva una <<distribuzione delle parti>>. Ora la faccenda prende un’altra piega perché l’attenzione viene spostata sui meccanismi psichici in gioco in colui che crea il motto. In esso Freud riconosce una <<duplicità di intenti>>, scorge il <<doppio volto di Giano […] che protegge il suo originario profitto di piacere contro la critica della ragione>> (27) fino a intravedere <<un briccone dalla lingua bifor­cuta che serve due padroni simultaneamente>> (28). I due padroni sono la prima e la terza persona: <<Tutto ciò che mira al profitto di piacere tien conto della terza persona, come se insuperabili ostacoli interni lo impedissero nella prima persona>> (29). Tuttavia il motto non è come Arlecchino: facendo finta di servire due padroni in realtà consente che la loro entrata in scena (nella numerazione) permetta a un’istanza di verità inconscia di potersi enunciare. Ogni singolo motto può considerarsi come un dispositivo soggettivo che consente a un’i­stanza di verità di farsi strada nella parola. E facendosi strada instaura un automatismo che inventa  una combinazione linguistica inedita (arguzia), crea dei personaggi e delle parti, attua una differente economia libidica (il riso), as­segna un guadagno (il piacere). La verità intera sarebbe insopportabile.  Probabilmente avrebbe il volto di Medusa.

L’insistenza con cui Freud confronta e pone in stretta adiacenza la prima e la terza persona, è significativo. Quasi non riuscisse a svolgere l’enigma se­condo cui solo la terza persona riesce (a ridere) là dove la prima fallisce. Eppure non può esistere la terza persona senza la prima.  Tuttavia non fanno coppia, non si rispecchiano nello spesso specchio, non isti­tuiscono la reciprocità del doppio. Il soggetto dell’inconscio per enunciarsi ha bisogno di un <<terzo incomodo>>. Non può parlare in prima persona, quasi si trattasse di una lingua interdetta. Notiamo di sfuggita che anche il sintomo isterico non parla in prima persona ma affida agli organi del corpo la rappresentanza di poter parlare.

Che per qualcuno una battuta possa risuonare come motto e per un altro come storiella comica, comporta in chi ascolta una differente soggettività. Tutto dipende dall’ascolto. Anche se non si ascolta tutto. La funzione di ascolto appar­tiene a pieno titolo alla nozione di soggettività o addirittura ne è una sorta di estensione. Se parliamo di soggettività e non di soggetto è per ribadire che il subjectum  non è un’ipostasi, non è substantia. La soggettività non sta dove è supposta stare o esserci. Non è stanziale. Dire che è un effetto significa evidenziare che la sua natura e il suo destino sono quelli  del subjectum. La sog­gettività freudiana – il motto lo esemplifica brillantemente –  è ciò che risulta dopo che l’atto di parola ha travolto, sottomesso, sottoposto. La parola passa so­pra, è parabola (para  e bállein : gettare accanto, presso). O meglio: passa sopra l’intenzionalità del parlante, la sua ipostatizzazione in un soggetto dato e pre­tabilito. La soggettività è quanto ne risulta:  fare i conti col trovarsi gettato sotto dalla parola e dai suoi significanti. Non dimentichiamo che Freud parla di per­sone, ossia di maschere, e non di soggetti.

Difficile trovare un altro testo freudiano in cui la soggettività sia conse­gnata così decisamente a un particolare nomadismo. Qui il riso risuona come un maldestro tentativo da parte del parlante di contarsi come uno. Si ride perché i giri del significante, attraversando il sapere dell’inconscio, attuano un raggiro del senso: controsenso, doppio senso, non senso. Lacan dirà che talvolta <<c’è un senso che si fa prendere per il buon senso, che per giunta è considerato come il senso comune. E’ il vertice del comico>> (30). Il motto infatti costringe il buon senso della ragione a cedere le armi, a consegnarsi quale subjectum  al lin­guaggio. Può essere utile ricordare che l’etimo di nomade proviene dal greco nomás : colui che erra per mutare i pascoli. Il suo verbo, némein , che significa anche distribuire, governare, stimare, spartire, assegnare, proviene dalla ra­dice indoeuropea nmo  che è la stessa di numero. Il nomadismo della soggettività irride ogni tentativo della ragione di confinarla in una fissa dimora. Tuttavia tale nomadismo non procede alla cieca, non girovaga, non gira in tondo. E’ un no­madismo che sa contare e pertanto che sa ciò che fa: per esempio fa ridere, fa emergere schegge di verità, fa superare censure, fa crollare inibizioni. Procede dal numero alle parti, dall’ordinalità alla distribuzione, dal partire allo spartire, dal tornare allo stornare, dal contare al raccontare.

Notiamo che in tedesco Zahl  è il numero; zählen  contare, numerare; za­hlen  è pagare. Infine erzählen  significa raccontare. Prendendo alla lettera questi tre termini si potrebbe affermare che l’analista è colui che ascolta il modo con cui il nevrotico conta, racconta e paga (con <<moneta nevrotica>>) il proprio disagio. Contando si sbaglia. L’analista è lì per <<testimoniare>> che in questo sbaglio c’è un conto che riesce (l’atto mancato), e per consentire che avvenga una numerazione altra, un modo diverso di di­sporre gli avvenimenti, i ricordi e le fantasie, di concatenarli e riordinarli in un racconto inedito. Quanto al pagare esso dipende dal posizionamento del senso di colpa nell’eco­nomia psichica. Potrà forse sembrare azzardato affermare che in un’analisi le svolte decisive, ossia i momenti in cui si attua una trasformazione della sogget­tività, avvengono nello stesso modo con cui si struttura il motto. L’analista talvolta occupa il posto della seconda persona, offrendosi di diventare bersaglio dell’aggressività, del­l’oscenità o della tendenziosità. Altre volte può trovarsi a occupare la posizione del terzo oppure della prima persona. Egli può addirittura giocare, a seconda dell’occorrenza, le maschere della censura, dell’ostacolo, dell’inibizione, del giudizio. Stiamo qui sfiorando la questione del transfert.

All’interno di questa contestualità il Witz  rappresenta un’emblema, un paradigma etico del procedere del lavoro analitico. Il contributo  freudiano re­lativo al motto indica, nella struttura che mette in luce, uno dei dispositivi logici all’opera nell’inconscio. Se nella creazione  del motto qualcosa si numera a no­stra insaputa, l’irruzione del riso attua un salto di registro: non si tratta più di sapere o di venire a sapere, ma di verità. La riuscita del motto, per usare la ter­minologia lacaniana, testimonierebbe un salto di registro dal sapere alla verità. Il motto dice la verità a metà (mi-dire ). Non solo non è dato saperla prima: quando crediamo di saperla è già altrove, altra, differente. Il Witz  dimostra che non si lascia sapere.  <<Chiunque – osserva con prudenza Freud – in un momento di disattenzione si lascia sfuggire la verità, in realtà è con­tento di porre termine alla finzione>> (31). Il testo freudiano non smette di porre, e in modo radicale, la questione del <<criterio di verità>>, della menzogna, della finzione, del giudizio. Quando il motto <<è al servizio della tendenza cinica e scettica, scuote il rispetto verso istituzioni e verità nelle quali l’ascoltatore cre­deva>> (32). Infatti la verità che brilla nel riso del motto non aggiunge nulla al sapere, semmai lo incrina: <<non assalgono una persona o un’istituzione, ma la sicu­rezza della  nostra conoscenza stessa>> (33).

 

         Witz  e giustizia psichica     

L’intero testo freudiano è cosparso da considerazioni relative alla rimo­zione prodotta dalla civiltà, alla censura, all’<<alterazione dell’organizzazione psichica>> che respinge come inaccettabile i dettami della morale. <<L’opera di rimozione della civiltà fa sì che certe possibilità di godimento primarie, ma ora ripudiate in noi dalla censura, vanno perdute. Ogni rinuncia però costa assai cara alla psiche dell’uomo, ed ecco che il motto tendenzioso offre un mezzo per rendere nulla la rinuncia, per recuperare ciò che era andato perduto>> (34). Il motto dunque non solo ripristina <<certe possibilità di godimento>> rendendo <<nulla la rinuncia>>, ma addirittura <<recupera ciò che era andato perduto>>. E’ interessante notare come Freud situi il tema della giustizia  in un doppio regi­stro, interno ed esterno alla soggettività. Per esempio la distinzione che pone tra <<ostacolo interno>> e <<ostacolo esterno>> evoca quella tra <<foro interno>> e <<foro esterno>> con cui il diritto canonico disegnava il confine tra privato e pubblico, tra co­scienza e socialità, tra l’individuale e il collettivo. <<La differenza che corre tra i casi di ostacolo esterno e quelli di ostacolo interno è una sola: qui si tratta di sbarazzarsi di un’inibizione già esistente, là di evitare che se ne formi all’in­terno di noi una nuova>> (35). Dalla teoria dei personaggi alle considerazioni relative alla verità,  alla repressione e alla finzione, sono parecchi gli spunti che rinviano, più o meno in nuce,  a una teoria del collettivo. <<Ogni motto ri­chiede un proprio pubblico>> (36). <<Il motto è la più sociale di tutte le funzioni psichiche che mirano al profitto di piacere>> (37). Vedremo più avanti come Freud elabora il termine <<profitto di piacere>>.

Molteplici sono le considerazioni che Freud trae dalla constatazione che il motto costituisce un paradigma del lavoro dell’inconscio, un dispositivo logico che permette a un frammento di verità di enunciarsi, seppur nel tempo di un bagliore. Non è difficile avvertire la destrezza con cui egli, in taluni passaggi,  devia da riflessioni teoriche verso linee di fuga che lo portano altrove, talvolta quasi involontariamente. In questo altrove compaiono tratti ed elementi che toccano di sfuggita un ambito giuridico. Qualche esemplificazione. Il termine <<distribuzione delle parti>> non può fare a meno di riecheggiare l’antico con­cetto di giustizia distributiva. A ciascuno il proprio riso, direbbe Freud. Enunciato che si raddoppia lungo la via della soggettività: a ciascuno il proprio nomadismo, il proprio modo di fare i conti con la parola, con quella <<terza per­sona>> che, come un estraneo, ascolta e ride. Ogni dispositivo giuridico esige una struttura ternaria, cioé  un’entità terza al di sopra delle parti con la funzione di jus dicere , di dire il giusto. E’ il compito del giudice. Nel bagliore del motto accade il contrario: la terza persona ha unicamente la funzione di ascoltare il giusto nell’enunciazione di colui che pronuncia il motto.  Il riso scaturisce da un’esattezza matematica. Un’altra con­siderazione. Freud usa tre termini per indicare il risultato del motto: piacere, godimento e soddisfazione (38). Ne parla in un modo che non lascia adito ad equivoci: essi non hanno nulla di trasgressivo ma, nel loro effetto retroattivo, reinstaurano una sorta di diritto primario attinente alla parola. E’ diritto della  parola più che diritto alla  parola.  Infatti i significanti del motto reintro­ducono nell’ascolto una soggettività che rischiava di rimanere silente, muta. Il modo con cui Freud esplora l’ottenimento di piacere non chiama in causa due topologie del godimento, una che si svolge all’interno della legge e un’altra che si attua lungo la via perversa della trasgressione.  Piuttosto si tratta di due sta­tuti della legge: il primo relativo alla legge intesa come codice sociale e norma­tivo, come legislazione, il secondo come legge dell’inconscio i cui atti operano come atti di giustizia psichica. Il lapsus, la sbadataggine, la dimenticanza ope­rano allo stesso modo. Anche se ad un altro livello, ugualmente l’inibizione, il sintomo e l’angoscia.

Dicevamo che zählen  significa numerare, zahlen  pagare. Sbagliando a numerare si paga. Dunque numerando giusto si risparmia: il piacere del riso avviene grazie a un risparmio che è <<psichico>> nel caso del motto, <<rappresentativo>> nella comicità, <<emotivo>> nell’umorismo. Il concetto di ri­sparmio tuttavia merita qualche riflessione perché ha un’accezione diversa da quella corrente. Ritorniamo all’enunciato freudiano: <<Ogni rinuncia costa assai cara alla psiche dell’uomo, ed ecco che il motto tendenzioso offre un mezzo per rendere nulla la rinuncia>>. Ecco un punto cruciale: si paga caro  non quando si trasgredisce, ma quando si rinuncia a un godimento. Se tale rinuncia risulta oltremodo dispendiosa è perché ad essa non può che seguire una serie di ri­nuncie. E’ un po’ come accade nella parabola dei talenti: a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Il motto invece, nel <<rendere nulla la rinuncia>>, intro­duce un’economia che funziona come il secondo tempo della parabola:  a chi ha, sarà dato in abbondanza. A colui che dà ascolto al sapere dell’inconscio sarà dato in abbandanza: <<Il processo psichico che avviene in chi ascolta, cioé nella terza persona, [è che] compera il piacere del motto con pochissima spesa personale. Lo riceve per così dire in regalo>> (39).

Non siamo più all’interno di un principio omeostatico dove lo scambio si eguaglia, dove dire e ascoltare si pareggiano. C’è una dismisura insuperabile tra rinuncia e investimento, tra lavoro dell’arguzia e piacere, tra enunciazione ed enunciato. <<L’esperienza dei motti tendenziosi dimostra che la tendenza re­pressa può ricevere, dall’ausilio del piacere dell’arguzia, la forza di superare l’inibizione che, altrimenti, sarebbe più forte>> (40). E poco oltre: <<Si ingiuria perché l’ingiuria rende possibile il motto. Ma il compiacimento non è solo quello generato dal motto, è incomparabilmente più grande>>. La conclusione di Freud  sorprende: si ingiuria non per restituire un’offesa ricevuta, ma per <<rendere possibile>> il motto? Ciò significa allora che il motto rilascia un <<compiacimento incomparabilmente più grande>> della soddisfazione di resti­tuire l’offesa. Non siamo più nella logica della rivendicazione, della recrimina­zione, del ressentiment. Diciamolo in altro modo: il godimento nel motto non è né dello schiavo né del padrone. Procede dal terzo. Se così non fosse il motto parteciperebbe, al pari della comicità, a quell’<<aria di festa>> che dissimula, come nota Nietzsche in Genealogia della morale, una logica del debito.

 

Il plusguadagno del motto

Il motto rilascia dunque <<un compiacimento incomparabilmente più grande>> del piacere del riso. Subito dopo Freud delinea  quello che chiama il <<principio dell’ausilio>> (Prinzips der Hilfe ): <<con l’ausilio di un piccolo am­montare offerto di piacere se ne ricava uno molto maggiore, altrimenti difficile da conseguire>> (41). Dopo poche righe precisa che si tratta di un vero e proprio <<premio di allettamento>> (Verlockungsprämie ) non riscontrabile nel caso della comicità, dell’ironia o dello scherzo. <<Nello scherzo ciò che più conta è la soddisfazione di aver reso possibile ciò che la critica vieta>> (42). Pertanto nulla viene aggiunto e nulla viene tolto, senza alcun <<premio di allettamento>>. L’aver infranto un divieto non solo lascia le cose tali e quali, ma addirittura le conferma. Così come lo scherzo non chiama in causa un lavoro dell’inconscio, la comicità si ferma al lavoro dell’arguzia: ma  ambedue, direbbe Lacan, non rila­sciano alcun plus-godimento.

Il piacere del motto quindi, più che configurarsi come un piacere fine a se stesso, introduce una sorta di supplemento, di guadagno (Gewinn ) difficil­mente ottenibile per altre vie. Se non è gratuito è in quanto testimonia – parola anch’essa che contiene il tre – di una soggettività che proviene dal lavoro del­l’inconscio. La sua <<lingua biforcuta>> reca con sé un frammento di intellet­tualità che si staglia contro la morale, le convenzioni e le censure. “La ragione, il giudizio critico, la repressione: sono queste le forze che esso combatte una dopo l’altra; tien fermo le fonti originarie del piacere verbale e, dal grado di scherzo in poi, dischiude nuove fonti di piacere abolendo inibizioni” (43).  La cifra dell’elaborazione freudiana sul Witz  evidenzia come egli si situi dalla parte del diritto dell’inconscio contro quel diritto che socialmente regola le esi­genze della civiltà (Civilization), della morale, delle convenzioni. <<Possiamo dire forte e chiaro ciò che questi motti sussurrano: i desideri e le brame del­l’uomo hanno il diritto di far sentire la loro voce accanto alle rigide pretese della morale>> (44).

C’è forse un altro motivo che spinge Freud, ripetutamente e con formu­lazioni diverse, a distinguere nettamente il motto dalla comicità.  La struttura duale della comicità rischia di rimanere in una logica binaristica. E’ vero che il comico procedendo da una similarità discordante, <<sproporzionata>>, <<incongrua>> nasce <<come una trovata improvvisa sorta dalle relazioni sociali tra gli uomini>> (45), tuttavia non richiede lavoro dell’inconscio. Gli è suffi­ciente la funzione dello specchio, un qualsiasi altro in cui rispecchiarsi in esclusione dell’Altro (in senso lacaniano). Ebbene, non sono forse queste le prerogative all’opera nel meccanismo dell’ipnosi, della suggestione e del me­todo catartico?  Nella lista oggi potremmo aggiungere la psicoterapia. Se Freud fosse rimasto a Charcot – fautore della tesi secondo cui le isteriche simulano e fingono – avrebbe prediletto la figura dell’i­ronia o del comico. Dove tutto è affi­dato in ultima istanza alla padronanza e alla prestanza dell’Io. Quest’ultima puntualizzazione potrebbe estendersi parimenti all’interpretazione: essa è analitica se utilizza la stessa stoffa del motto.  Non punta infatti a integrare o ratificare il senso ma a introdurre quel <<premio di allettamento>> che spalanca tutt’altro senso. La stessa notazione proposta da Freud sulla comicità – <<il motto lo si crea, l’aspetto comico lo si scopre>> (46) – sarebbe appropriata invece al­l’interpretazione semantica che procede dal principio che un significante abbia un significato già dato. Il comico in fondo scopre ciò che già esiste, mette a nudo lo stato delle cose.

E’ vero che anche l’umorismo freudiano parte dallo stato delle cose. Ma dinanzi alla loro dolorosa o ineluttabile difficoltà inventa un’altra piega, uno sguardo terzo da cui ci si guarda (Pirandello). Non a caso Freud ritornerà nel 1927, ventidue anni dopo il Motto, a occuparsi in un breve saggio dell’umorismo. Sono gli anni in cui divampa il dibattito sull’analisi laica ed egli avverte la dif­ficoltà di giocare una partita che rischia di essere già persa in partenza. Ritornare sull’umorismo, attribuirgli una <<dignità che manca al motto di spi­rito>>, pare un gesto che sta quasi a ribadire in termini etici come la pratica analitica muova i suoi passi lungo un lavoro relativo al soggetto dell’inconscio e non all’adattamento, alla normalità o all’integrazione dell’Io. L’elaborazione freudiana sull’umori­smo è anche un’elaborazione intorno alla solitudine, alla condizione soggettiva di esilio, all’inassumibilità della castrazione, e non alla Schadenfreude  (il piacere che ricaviamo dal male altrui) di cui fa riferimento  Bateson.

Un aspetto della Schadenfreude  la ritroviamo semmai in quella figura della comicità oggi predominante nei regimi dei massmedia: spettacolarizzare l’altro, enfatiz­zare la degradazione, curiosare nella marginalità, istigare la demenzialità. Questa comicità perversa esige una sorta di riso rituale, un riso “fuori campo” appunto,  ossia fuori dalla soggettività. E’ una vera e propria liturgia che nel far finta di salvare la faccia della tolleranza esorcizza ogni figura dell’alterità. Tale comicità ha una natura cannibalica: la stessità divora l’alterità, ride del fatto stesso che divora, si nutre di <<piccole differenze>> per espellerle “alla grande”. In realtà lascia intatte credenze e superstizioni. Nulla rimane dell’enigma, dello straniante, dell’astrazione, del <<criterio di ve­rità>> se non la risata (altra cosa dal riso) che sbarra l’accesso a qualsiasi via intellettuale. Monopolio sul riso? Lungo un percorso che si confronta con la problematica dell’ebraismo, che passa attraverso uno  <<splendido isolamento>>, che as­sume l’esilio instaurato da un sapere dell’inconscio, Freud è forse l’unico pensa­tore ad assegnare al Witz  il fugace compito di riacquisire un’intellettualità non omologabile. <<Solo il motto che ha un intento corre il rischio di imbattersi in persone che non vogliono ascoltarlo>> (47).

 

 

NOTE

* Il testo è un’elaborazione di un precedente articolo dell’autore intitolato “Witz e soggettività nomade” uscito presso “Aut Aut”, n.282, novembre 1997.

 

1) Segnaliamo l’interessante lavoro di VLADIMIR JANKELEVITCH, L’ironia , Il     Melangolo, Genova 1987.

 

2) Cfr. GIANNI CARCHIA, Retorica del sublime, in particolare il capitolo “L’umorismo e la secolarizzazione del sublime”, Laterza, Bari, 1990.

 

3) SIGMUND FREUD, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, in OSF, vol. V, Boringhieri, Torino,  p.65.

 

4) Idem, p.191.

5) Idem, p.85.

6) Idem, p.86.

7) Idem, p.89.

8) Idem, p.89.

9) Idem, p.89.

10) Idem, p.182.

11) Idem, p.30.

 

12) <<Ogni volta che si introduce un nuovo termine, c’è sempre uno o più altri termini che rischiano di scivolarci tra le dita. Per arrivare a quattro, ciò che importa non è il cardinale ma l’ordinale. C’è una prima operazione da fare, poi una seconda, poi una terza, poi una quarta. Se non le fate nell’ordine, le man­cate>> : JACQUES LACAN, Il Seminario, I quattro concetti fondamentali della psi­coanalisi, Libro XI, Einaudi, Torino 1979, p. 230.

 

13) FREUD, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, cit., p. 165.

 

14) Idem, p. 191.

15) Idem, p. 150.

16) Idem, p. 149.

17) Idem, p. 191.

18) Idem, p. 149.

19) Idem, p. 149.

20) Idem, p.119.

21) Idem, p.128.

22) Idem, p.129.

23) Idem, p.139.

24) Idem, p. 54.

25) Idem, p. 94.

26) Idem, p.137.

27) Idem, p.138.

28) Idem, p.138.

29) Idem, p.138.

 

30) LACAN,  Televisione,  in Radiofonia Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 71.

 

31) FREUD, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, cit., p. 95.

 

32) Idem, p. 120.

33) Idem, p. 103.

34) Idem, p. 91.

35) Idem, p. 106.

36) Idem. p. 160.

37) Idem, p. 160.

 

38) Sulla complessa distinzione teorica e metapsicologica tra piacere, soddisfa­zione e godimento rinviamo all’articolo <<Jus dicere. Colpa e godimento tra di­ritto o giustizia>> di Giancarlo Ricci pubblicato in <<Scibbolet. Rivista di psicana­lisi>>, n.3, Shakespeare and Company, 1997.

 

39) FREUD, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, cit., p. 133.

 

40) Idem, p. 122.

41) Idem, p. 123.

42) Idem, p. 116.

43) Idem, p. 124.

44) Idem, p. 98.

45) Idem, p. 168.

46) Idem, p. 161.

47) Idem, p. 80.