Lettera

MILANO. 24 Febbraio 2012 ore 18
Presentazione della rivista “PSICOANALISI E LEGGE. LETTERa. Rivista di
clinica e cultura psicoanalitica”, et al./ EDIZIONI, Milano 2012
! Partecipano:
Giancarlo Ricci (Associazione Lacaniana Italiana di Psicoanalisi),
Costantino Gilardi (Association Lacanienne Internationale),
Mario Binasco (Università Pontificia di Roma)
Coordina: Antonella Ramassotto (Docente IRPA)
L’iniziativa, con due numeri ogni anno, è promossa dall’Associazione Lacaniana
Italiana di psicoanalisi proprio in occasione del trentennale dalla morte di Jacques
Lacan. Questo primo numero dedica la parte monografica al tema “Psicoanalisi e
legge”; le altre sezioni sono “La formazione dello psicoanalista”, “Psicoanalisi
implicata” e una parte dedicata a recensioni di libri, film ed eventi.

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Psicoanalisi e legge. Alcune note.
Giancarlo Ricci

C’è un sottile filo che unisce il tema monografico del precedente numero di LETTERa, “I legami e l’inconscio”, e questo dedicato a “Psicoanalisi e legge”. I legami sono tali proprio perché rispondono a una legge, così come l’inconscio è strutturato da una legge particolarissima, mai completamente pronunciabile ma sempre in atto e al lavoro.
Accostare psicoanalisi e legge è impresa monumentale. Questo dossier monografico è una prima testimonianza, certamente non esaustiva. L’intento  è di disegnare alcune frontiere, adiacenze e intersezioni. Il contributo di ciascun autore – psicoanalista, psichiatra, giurista, filosofo, storico del diritto o magistrato – ci sembra apra una via nuova, originale, spesso preziosa.
Il significante legge viene chiamato in causa e “messo al lavoro” in due accezioni apparentemente distanti. Nella prima come istanza in atto nella vita psichica dell’individuo ovvero, semplificando, in quanto legge delle logiche e del funzionamento dell’inconscio. Si tratta della legge della parola le cui numerose implicazioni giungono anche a istituisce la legge del desiderio, la sua facoltà. Nella seconda accezione, quella corrente, la legge può riassumersi come quel complesso sistema simbolico il cui esercizio normativo regola i funzionamenti giuridici e le condizioni di diritto nella società.
Dal confronto tra queste due distinte polarità, che in definitiva tessono la dialettica tra individuo e società, tra caso singolo e criterio universale, riscontriamo una fecondità di idee e di pensiero. Fecondità sia per una riflessione relativa al diritto nelle sue vaste implicazioni sociali sia per la psicoanalisi, nella sua pratica particolare e singolare.
Nell’implicito dialogo che scaturisce tra i differenti contributi qui pubblicati, si delineano alcuni temi caldi che attraversano l’attualità: la giustizia psichica e l’equità, i paradossi del diritto nell’epoca in cui sembra vacillare il confine tra lecito e illecito, il funzionamento delle istituzioni (G. Mierolo), le trasformazioni epocali percepite dai soggetti sociali come vacillamento di diritti acquisiti o addirittura come trasformazione del concetto stesso di democrazia (B. Moroncini).
Tenere conto, nelle sue impercettibili o macroscopiche implicazioni, che l’individuo è immerso storicamente nella società, ossia in un sistema giuridico governato da una legge simbolica perennemente all’opera, interroga la pratica clinica, quanto meno quella psicoanalitica, in modo  ampio e denso (G. Pommier). La psicoanalisi si occupa  del caso singolo, ossia della vicenda di una soggettività unica, singolare e complessa. La sua pratica si imbatte in una legge la cui natura pulsa nel cuore dello psichismo, nelle logiche dell’inconscio, nella tessitura della soggettività, nelle formazioni sintomatiche che attraversano o abitano la vita psichica dell’individuo.
Certo, “il reale è senza legge” avverte Lacan, e lo afferma proprio quando annota che la clinica è “il reale in quanto l’impossibile da sopportare”. Probabilmente istituire il diritto positivo, per gli umani, sarebbe il tentativo di fronteggiare e governare questo reale e auspicare che vi sia, in qualche modo, un esito di giustizia (F. Leoni). Sappiamo che le cose sono ben più complesse e che nella trialità tra legge, diritto e giustizia si annodano ulteriormente, nella prospettiva aperta dalla psicanalisi, l’etica e la verità. Quest’ultime, nella nostra epoca che si compiace festosamente del declino del padre, possono risultare anacronistiche, superflue o inutili. Ma nella conduzione di un’analisi se l’atto analitico ha la stessa stoffa dell’atto giuridico (P. Mieli), significa che per lavorare alla soggettivazione di una propria verità storica occorre l’assunzione di una posizione etica.
La psicanalisi è un “lavoro di civiltà” (Kulturarbeit), proclama Freud proprio negli anni che precedono la svolta tragica che annienterà l’Europa. Poco prima aveva formulato una particolare istanza di legge inventando il concetto di Superio, ritrovandone poi alcune implicazioni sociali nei legami istituzionali, per esempio in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921). Nella sua puntuale elaborazione, Lacan riprenderà i fili che tessono la soggettività avanzando un’elaborazione decisiva intorno alla dialettica tra legge e godimento, tra legge e desiderio, tra legge e pulsione di morte. In particolare il suo “Kant avec Sade” (1963) rimane, a proposito di questa dialettica,  un testo imprescindibile. Tuttavia è soprattutto il tema del padre, del Nome del Padre, a imporsi, per le sue ampie implicazioni simboliche (S. Callegari) e per la riformulazione della struttura edipica (M. Bouchard), come fondamento teorico e caposaldo clinico della psicanalisi.
L’attualità di questa monografia potrebbe riassumersi in una domanda: nell’era dell’evaporazione del padre, ossia quando il concetto di legge da esso implicato subisce un forte indebolimento (M. Recalcati), che ne è della soggettività? Come si coniugano nei vari contesti sociali, soggettivi e nella relazione con l’altro (S. Thanopulos) le logiche dell’identificazione e l’assunzione di un’identità? E ancora: nella gamma che va dalla sconfessione del padre alla sua messa a morte (F. Lolli), dall’ambivalenza delle norme (L. Bazzicalupo) alla logica della trasgressione (S. Lippi), che ne è oggi del sintomo e delle formazioni dell’inconscio?
Tra le tante, evochiamo almeno due distinte derive. La prima è quella che si fa strada nella tendenza sociale, sempre più diffusa, che consiste nel promuovere una concezione materna di legge (L. Cavallaro): gli effetti sul piano clinico trovano facile riscontro in una sorta di “aggiramento” della castrazione che conduce a esiti devastanti e a patologie di distruzione. E’ il trionfo del “godimento smarrito”.
La seconda deriva: se “tutto è possibile”, ossia se la funzione della legge incontra il tempo di una sospensione o di un eclissamento, ecco affacciarsi il tema della perversione nelle le sue varie forme e coniugazioni, spesso socializzate, approvate, addirittura acclamate. Certo, l’imperativo del consumo obbedisce qui a una legge di mercato. Ma è una legge che enfatizzando la facile bandiera della libertà erotizza perversamente il compiacimento narcisistico, l’autosufficienza cinica e autoreferenziale, l’obbligo al consumo di nuove e immediate forme di godimento. A discapito del desiderio. Non ritroviamo in tutto ciò il vessillo di una perversione eretta a sistema? Questa interrogazione ci spinge vorticosamente verso il centro della nostra contemporaneità.

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