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L’UNIONE – giugno 2015

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L’Unione, nov. -dic. 2014

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Avvenire, 2 nov. 2014

Rec. a Semi

 

L’UNIONE, n. 20, settembre 2014 

L'Unione


La Sicilia, 15 agosto 2014

«Le città di Freud» (Jaca Book, Milano), uno studio significativo di Giancarlo Ricci.
In Sicilia ogni luogo era occasione/ispirazione (Oggi Cultura), pagina 18.

Di Tiberio Crivellaro

Davvero singolare il modo in cui Giancarlo Ricci, ne “Le città di Freud (Edizioni Jaca Book), documenta i viaggi dello psicanalista viennese. Freud viandante che percorre la mitteleuropa antecedente e successiva al primo conflitto mondiale. Da Freiberg (luogo di nascita – 1856) al Mediterraneo e all’Atlantico, fino a Londra (1938). Nei continui itinerari dal sapore significante, il seme della curiosità lo porterà alla fioritura della psicanalisi. Un’avventura intellettuale e scientifica di portata senza eguali.
Nel libro, le città considerate dall’autore sono quaranta. Disposte in ordine cronologico per via di certe scelte o motivi che determinano pause temporali cui, si è certi, vi sono stati tentennamenti, timori, perfino fobie. Come, ad esempio, quella di viaggiare in treno, che causò ansia e panico per 15 lunghi anni. Queste città, oltre i presupposti scenici, forniscono prospettive evocative accendendo micce per profonde elaborazioni che lo hanno portato a strutturare i complicati meccanismi dell’inconscio.
Nel libro, le città considerate dall’autore sono quaranta. Disposte in ordine cronologico per via di certe scelte o motivi che determinano pause temporali cui, si è certi, vi sono stati tentennamenti, timori, perfino fobie. Come, ad esempio, quella di viaggiare in treno, che causò ansia e panico per 15 lunghi anni. Queste città, oltre i presupposti scenici, forniscono prospettive evocative accendendo micce per profonde elaborazioni che lo hanno portato a strutturare i complicati meccanismi dell’inconscio.
Nel suo “diario di bordo”, Freud stende con cura le sue impressioni trattando artisticamente la parola; la topica dell’analista che riorigina territori sepolti, dimenticati o sconosciuti con la lingua dell’inconscio, talmente particolare da assumere valor! e poetico nonché mitico del moderno Odisseo. Qui, Ricci, con mestiere, rianima molte delle notazioni di Freud intorno i suoi viaggi, alle sue “erranze”. Ricci è detective straordinario quando si avvale di aurei indizi atti a seguire la pista fino all’approdo. Indizi specificati nei sei capitoli: “Porta Orientis”; “Girovagando”; “Il Mediterraneo”; “L’Altro Continente”; “La Seconda Europa”; “La città Ultima”. Gli approdi (perché di riuscita si tratta) di Freud non sono solamente le grandi capitali quali: Vienna, Parigi, Berlino, Praga, Zurigo, Atene, Roma, New York, Budapest e Londra, ma anche città minori e centri più piccoli non assolutamente trascurabili.
Tra le regioni italiane spicca la Sicilia. In una lettera a Jung (1910), affermerà: “La Sicilia è la regione più bella d’Italia (…) “. Il suo attraversamento: da Messina a Palermo, a Siracusa avamposto della grecità, poi Ragusa, fino alla Catania dei luoghi mitici di Odisseo. Ricci, precisa che ogni città visitata è una tappa, una svolta, da cui scaturiscono idee, pensieri, congetture. Ogni città ha la sua impercettibile o appariscente piega. Distanze e orizzonti sono prospettive notate quasi compiutamente col rigore del protocollo scientifico. Le città dell’infanzia evocano, in quelle della giovinezza le note si fanno rapsodiche. L’avvicinamento alla mediterraneità è sul “versante del labirinto”, e Roma è quel mito che inaugura l’oltrepassare le “Colonne d’Ercole” (per Freud ha significato andare oltre il padre. Da ciò la redazione del saggio intorno il parricidio?). Mentre nell’esilio londinese l’indignazione freudiana consente la stesura del saggio “Mosè e il monoteismo” riferendosi all’omonima scultura di Michelangelo vista a Roma.
Le notazioni intorno all’itinerario freudiano indicano punti di fuga, zone d’ombra, incertezze, che definiscono il sapere inconscio, un sapere senza fissa dimora. Freud, insomma, attraversa costantemente un lungo ponte che lo conduce “dove nessuno è mai stato prima, pi! ù lontano, magari, di quanto si fosse desiderato”. Il libro di Ricci, oltre “l’archeologica” avventura freudiana, regala un supplemento affascinante. Col suo stile poetico ci fa intendere come si struttura e funziona la psicanalisi; un avviamento a quel sapere fin troppo bistrattato dalle molteplici per-versioni scientifiche che affollano la credenza popolare. In questo senso, gli ultimi due capitoli sono fondamentali.

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 Avvenire, 2 aprile 2014

Ricci-Avv. copia


Il Foglio, 9 marzo 2014

Il Foglio .9.3.14

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PANORAMA, 28 febbraio 2014

Donne e maternità, storie e dubbi di ANNALISA BORGHESE 

Siamo arrivati all’inimmaginabile e cioè a mettere in discussione la nostra origine, considerato che siamo tutti nati da un uomo e una donna e, fino a prova contraria, è ancora così. Tutti nascono da un uomo e una donna che diventano rispettivamente padre e madre. Non sono parole “obsolete”, come un ministro del governo appena passato ha azzardato a dire. Sono parole fatte di carne, l’ avvenimento di una vita, un dato di fatto. Che vengano cancellate dai moduli per l’iscrizione all’asilo nido e alla scuola materna, come è successo a Milano, è un non senso. Tralasciamo la modalità, peraltro discutibile, con cui si è arrivati a tanto e la motivazione palesemente ideologica alla base di questa scelta, e concentriamoci sul linguaggio.
Non si vuole discriminare nessuno. Così ha affermato la consigliera comunale che ha preso l’iniziativa. Nessun dubbio che vengano forse discriminati coloro che si sentono padri e madri? Praticamente la maggioranza?
Le parole “padre” e “madre” sono state cancellate e sostituite dai più generici “genitore 1” e “genitore 2”. Generici fino ad un certo punto, perché genitore è sostantivo declinabile e al femminile fa genitrice, eppure sui moduli viene considerato soltanto al maschile. E questa non è forse una discriminazione?
Anche i numeri fanno riflettere. Poiché la matematica non è un’opinione, i numeri esprimono una realtà che non è opinabile. Sono insindacabili. In una scala di valori, uno è più importante di due o comunque viene prima. Per ovviare a questa obiezione, a Bologna si è proposta la formula “altro genitore” al posto di “genitore 2”.
Modificando i termini della questione, non è solo la generatività ad essere messa in discussione, lo è pure la stessa natura umana. Cosa ne facciamo di quello che sta scritto nei grandi della letteratura, nelle sacre scritture, nei testi della psicoanalisi dove padre e madre sono al centro della ferita originaria? Correggiamo tutto in nome di una vaghezza asessuata? In nome dell’ indifferenza? In natura, senza alcuna sovrastruttura culturale, il maschile e il femminile non soltanto sono differenti, ma fanno la differenza. La ricchezza della differenza. Sono complementari, non intercambiabili, ineliminabili. Per nascere c’è bisogno di entrambe, per crescere pure.
È un diritto del bambino avere entrambe i modelli. La perdita del maschile, successiva alla rivolta del femminismo, che nel tentativo di liberarsi del padre padrone ha tralasciato di cercare il vero volto del padre, ha generato dei figli fragili e delle madri insicure. «La conseguenza – afferma lo psicanalista Giancarlo Ricci – è la dittatura del desiderio senza limiti e dagli effetti mortiferi che sono sotto gli occhi di tutti». Ora stiamo facendo un passo in più. Stiamo abolendo anche la madre.
«L’assenza del padre che guarda al figlio come maschio capace di guidare e proteggere e l’assenza della madre che guarda alla figlia come femmina capace di accogliere – prosegue Ricci – toglie al bambino la possibilità di avere un’identità precisa e limitata. Ecco perché abbiamo gente sempre più fragile, con poco amor proprio, con una bassa stima di sé, incapace di accettare rimproveri, fatiche e quindi di ottenere risultati appaganti. I sentimenti amorevoli non bastano a crescere figli sani». Occorre anche chiarezza e differenza. A partire dalle parole.

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TEMPI, 16 febbraio 2014

Il padre dov’era. Intervista allo psicanalista Giancarlo Ricci, a cura di BENEDETTA FRIGERIO 

Lo psicanalista Giancarlo Ricci spiega che l’assenza di limiti posti dal maschio «ha snaturato la madre e i figli che non sanno più la via per essere felici»

Il 33 per cento dei giovani italiani, tra i 18 ai 30 anni, rispondendo alle domande del questionario dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha risposto che il loro punto di riferimento primario è la madre. La ricerca, presentata in occasione del XIII Congresso della Cei per la pastorale giovanile, mette al secondo posto i ragazzi che si affidano agli amici (26 per cento), al terzo quelli che confidano nei partner (14). Mentre solo il 9 per cento pensa che la figura di riferimento sia il padre. Per lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro Il padre dov’era, lo spaccato che emerge è «più allarmante di quanto sembri: oggi la figura del padre è venuta meno e di conseguenza anche quella della madre e del figlio. Senza padri che siano tali, i figli non imparano la strada per raggiungere il massimo a cui ogni essere umano aspira. Non a caso, siamo pieni di giovani stanchi che si accontentano di soddisfare compulsivamente voglie parziali». Con un esito terribile: «Il godimento senza limiti ci porta alla morte».

Ricci, da dove nasce questo attaccamento prevalente alla madre?
Dall’imbroglio del femminismo: per sfuggire ai famosi padri padroni, anziché cercare il vero volto del padre, lo si è cancellato. Nella nostra epoca si assiste infatti a un indebolimento crescente della figura paterna. Non è un assenza solo fisica, ma della natura maschile svilita e quindi incapace di porre dei limiti, innanzitutto al rapporto tra il figlio e la madre altrimenti simbiotico: questa la funzione normativa necessaria nella struttura di sviluppo edipica del bambino. Per descrivere cosa intendo uso la figura sapienziale dell’Eden in cui Dio, padre buono, dice ai suoi figli: «Potete mangiare tutti i frutti tranne uno». Non perché quell’albero abbia le mele più buone ma perché se la creatura cerca di farsi creatore, se non dipende da ciò per cui è fatta, si snatura e si fa del male. Allo stesso modo senza limiti paterni che vietino la simbiosi, il rapporto madre e figlio diventa incestuso. Il bambino sarà dipendente da lei e, ricattato, sarà incapace di allontanarsi da chi lo ha cresciuto per riempire il suo vuoto. Un figlio così crescerà incapace di amare un’altra donna. Ecco l’omosessualità dilagante. Pasolini in una poesia intitolata “Supplica a mia madre” scrisse: «Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai dato./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima».

Questa assenza di limiti quali conseguenze patologiche genera?
Il godimento mortifero compulsivo, come la dipendenza dalla droga, dal cibo, dal sesso e dalla pornografia. Se nella vita psichica oltre al piacere non si accetta il dispiacere, la frustrazione e l’attesa si cerca di soddisfare tutto subito. Ma, siccome non è possibile appagare il desiderio umano in un istante, si finisce per accontentarsi di qualcosa che non basta. Si pensi alla pornografia. È facilissimo trovare giovani depressi e demotivati che cercano una soluzione immediata nella pornografia. Mi dicono: «Qualsiasi fantasia mi venga la inseguo: mi metto in chat e il mio desiderio si realizza subito, ma poi mi sento a terra e vorrei sprofondare in un abisso». Evitano il rapporto più faticoso, ma veramente appagante, con una donna reale. Ma i danni sono anche civili: dalla riduzione del desiderio sessuale ai soli atti sessuali dipende anche la mancanza di bellezza e creatività che si riscontrano nella nostra società. Non sappiamo più costruire cattedrali, comporre musica, dipingere opere d’arte perché non sublimiamo più la sessualità con ogni attività.

Cosa pensa di quello che potrebbe accadere se fosse legalizzata l’adozione da parte di coppie dello steso sesso?
L’assenza del padre che guarda al figlio come maschio capace di guidare e proteggere e della madre che guarda la figlia come femmina capace di accogliere, toglie al bambino la possibilità di avere un’identità precisa e limitata. Ecco perché abbiamo gente sempre più fragile, con poco amor proprio, con una bassa stima di sé, incapace di accettare rimproveri, fatiche e quindi di ottenere risultati appaganti. I sentimenti amorevoli non bastano a crescere figli sani.

Sostituire il padre e la madre con l’espressione “genitore 1” e “genitore 2” che conseguenze comporta?
Il padre come simbolo di tradizione, autorità e discendenza è sempre stato centrale nella nostra civiltà. Noi portiamo il nome del padre a fianco del nostro. Il diritto romano, perno dell’edificio della grande civiltà europea, è tutto incentrato sulla figura paterna. Ecco perché le nuove ideologie nate dal rifiuto dal padre, come quella femminista e quella del gender che da essa discende, cercano di smantellare il diritto romano. La conseguenza è la dittatura del desiderio senza limiti e dagli effetti mortiferi che sono sotto gli occhi di tutti.

Abbiamo parlato di una madre che vuole possedere il figlio. Ma è questa la vera madre?
Senza veri padri non esistono madri vere e quindi neppure figli veri. Anche per la donna sono guai senza un terzo: allontanando l’uomo maschio, non solo fisicamente ma simbolicamente, rimane sola e quindi cerca un sostituto in altro, nei figli. Sono molte le mamme che li mettono al mondo come oggetti utili a colmare le proprie mancanze. È qui che si rivela l’inganno del femminismo. La madre non è più colei che, amando il padre, accoglie il figlio per poi separarsene e lasciarlo vivere, ma è una madre divorante. Come si vede in tante separazioni, in cui le mogli tengono i figli stretti a sé come oggetti e li mettono contro i loro padri.

I figli come oggetti. Complice il consumismo?
Il consumismo è una conseguenza della perdita del padre, del senso, della meta e quindi della strada per raggiungerla: l’unico scopo rimane quello di soddisfare le piccole voglie di cui dicevo prima. Ecco, ad esempio, il surrogato della fecondazione assistita con cui una donna fa i figli per sé anche senza l’uomo. Il problema è che questo rapporto di simbiosi incestuosa e di possesso oltre alla diffusione dell’omosessualità, genera anche la pedofilia: un rapporto d’amore morboso con il bambino che non implica per forza il sesso, di cui quello sessuale non è l’unica forma.

Lei sostiene che, oltre che di attenzione, il figlio ha bisogno di crescere con una madre e un padre che si sostengono. Può spiegare perché?
Sono tante le persone in terapia che soffrono perché non non vedono una figura maschile e una femminile diversi e complici. Questo è triste perché l’uomo e la donna sono fatti per completarsi. Non c’è nulla da fare: la donna è felice se accoglie, se ama, l’uomo se protegge e guida ponendo i limiti. Solo con una madre e un padre che accettano e amano ciò che sono il figlio può essere sereno e, guardandoli, imparerà a fare al altrettanto. Ecco perché l’educazione gender ora nelle scuole, che insegna ai bambini l’indifferenza fra sessi, li condannerà all’infelicita e al dolore. Negandogli di conoscere e accedere alla via per realizzarsi.


Avvenire, 27 febbraio 2014

Avvenire. 27.2.14


Avvenire, 29 ottobre 2013

Avvenire 29.10.13

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Libero, 1 giugno 2013

Schermata 2013-06-13 a 17.42.25

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Rassegna FLP, 16 maggio 2013

RASSEGNA FLP 16.5.13

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Corriere della Sera – Sette – 26 aprile 2013

Sette. 26.4.13

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Avvenire, 10 aprile 2013

l'avvenire-10-4-13


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Avvenire, 25 maggio 2012

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Il Giornale, 14 aprile 2012

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L’Avvenire, 13 aprile 2012

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La Stampa, 14 dicembre 2011

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La Stampa, 19 giugno 2011

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L’Avvenire, 21 maggio 2011


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L’Avvenire, 29 marzo 2011

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Alfabeta, 29 marzo 2011

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La Stampa, 30 dicembre 2010

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Il Corriere della Sera, 15 agosto 2010

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Elle, dicembre 2009

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Il Giornale, 25 ottobre 2008



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L’ Avvenire, 19 giugno 2008

a
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L’Avvenire, 7 gennaio 2007

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La Repubblica, 4 maggio 2006



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Psychologies, maggio 2006