Breve storia dell’interdizione giudiziale di Giovanna Sciuto


di Giovanna Sciuto

Pubblichiamo alcuni passi di GIOVANNA SCIUTO tratti dall’Introduzione al suo libro dal titolo “L’interdizione giudiziale e le logiche del Code Civil. I buoni costumi, lo spirito pubblico, la forza dell’anima” (Bonanno Editore, Roma 2011).
Giovanna Sciuto è dottore di ricerca in Storia del diritto medioevale e moderno nella Facoltà di Giurisprudenza di Catania. Ha pubblicato vari saggi e si occupa della storia dell’avvocatura, del tema dell’incapacità nelle corti siciliane e dell’istituto del domicilio coatto nell’Italia di fine secolo.

[…] La straordinaria capacità performativa della parola “interdizione”, nell’alimentare senza sosta la cosa che pretende di nominare, ha determinato la sua tendenza a sopravvivere ai contesti in cui è venuta alla vita. nel nostro tema di ricerca, siamo dunque al cospetto di una nozione in cui una continuità terminologica si fronteggia con una discontinuità semantica. Nella lunga stagione che arriva fino alle soglie della codificazione, medici aristotelici, alienisti filantropi, giuristi e giudici positivisti hanno del resto contribuito in vario modo a plasmare l’istituto e a modificarne la fisionomia, anche dietro la spinta di pressanti e ineludibili istanze sociali, determinando l’intersezione dei più diversi sistemi normativi: dall’oeconomica alla filosofia, dalla morale alla mercatura, dalla teologia al diritto.

In questo crocevia, luogo di incontro fra elaborazioni teoriche e pratiche sociali, è possibile seguire il labile confine tra discorso medico-scientifico e discorso tecnico-giuridico. Lungo il nostro percorso, scopriremo come – in tale materia – il vocabolario sia spesso servito più da confine che da tramite: quando giuristi, medici, storici hanno tentato di definire gli spazi semantici di follia e prodigalità, hanno mostrato una tendenza a separare in modo netto il malsano dal sano, il prodigo dal parsimonioso, il folle dal nonfolle. Più in generale, il normale dall’anormale. È noto che all’interno della categoria dell’infermità mentale come causa di interdizione si siano fatti rientrare nel tempo vari tipi di patologie, che potevano derivare da cause organiche o psichiche e colpire in tutto o in parte la capacità di discernimento. Tali variazioni classificatorie, se da una parte sono legate all’evoluzione della medicina e della psichiatria, dall’altra sono state condizionate dalla coscienza sociale della follia, da ciò che Michel Foucault definisce «una specie d’istinto sociale, spontaneo, infallibile e puro», che precede e condiziona la pratica medica.

L’interdizione rappresenta per molti versi il paradigma di tali pratiche e di tali mutamenti. Concepita come strumento per assicurare la conservazione del patrimonio dell’incapace, è divenuta in breve tempo funzionale alle pretese successorie dei familiari, fino a comprendere la protezione dell’intera società dagli eccessi del folle o del prodigo. Col mutare delle finalità che di volta in volta si sono poste come prioritarie, se ne è coerentemente dilatato o ristretto il campo di applicazione: in un primo momento applicata solo ai prodighi, poi anche ai furiosi, in seguito estesa a coloro che erano affetti da infermità fisiche o da malattie mentali parziali, infine limitata solo ad alcune categorie di insensati.

Ai cambiamenti del retroterra storico e culturale sono dunque corrisposti specifici adattamenti dell’istituto, che si riscontrano anche ai giorni nostri. La “psichiatria d’avanguardia” e il movimento antipsichiatrico, nel propugnare l’ascolto e la “comprensione della ragione” dei folli, negli ultimi decenni hanno dato vita a vivaci dibattiti sul tema delle infermità mentali, in relazione sia alla pericolosità sociale sia alla necessità di tutela degli incapaci. Fermenti, talvolta animati da passioni ideologiche, hanno coinvolto non solo medici, ma anche storici, giuristi, filosofi, politici, operatori pratici, ed hanno avuto riflessi sulla disciplina giuridica dell’interdizione. Si è così giunti da più parti a sollecitare una modifica dei suoi presupposti o una sostituzione con misure ad hoc, che tenessero conto dei concreti bisogni dell’handicappato psichico e fisico. In Italia, ciò ha portato alla creazione dell’amministratore di sostegno che, come istituto affiancato all’interdizione e all’inabilitazione, è finalizzato alla protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia e quindi incapaci di provvedere ai propri interessi, ma che, a differenza degli strumenti tradizionali, si propone la minore limitazione possibile della capacità d’agire attraverso una graduazione degli interventi.

La nostra attenzione, in questo libro, si concentrerà sull’ordinamento giuridico francese nel periodo che copre la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. In quest’epoca di grandi cesure, dove ci si aspetterebbe una ridefinizione dell’interdizione in chiave marcatamente individualista, è possibile piuttosto cogliere le molteplici anime dell’istituto, che ben traduce le differenti logiche del codice. Il Code Napoléon riflette infatti i mutamenti di un’epoca segnata dalla tensione tra esigenze di riforma e di difesa della tradizione: se la società ottocentesca muoveva da istanze individualistiche proprie di una politica economica di stampo liberistico, lo stato – dal canto suo – pretendeva di controllare e governare molti aspetti della macchina produttiva e della vita sociale.

In quegli stessi anni, la scienza medica si apriva verso nuovi orizzonti di conoscenza nel settore delle malattie mentali e maturava la convinzione di poterle controllare e guarire […]. A una prima lettura delle norme codicistiche l’istituto appare in effetti funzionale alla difesa di soggetti particolarmente deboli, ma un più attento esame, corroborato da un approfondimento delle coeve opere dottrinali e giurisprudenziali, rivela interessi di segno diverso, che finiscono col coincidere con scelte contingenti di tipo economico e sociale. Più che come mezzo di tutela dell’incapace, l’interdizione si presta ad essere utilizzata come strumento di protezione della società di fronte a comportamenti devianti, che si spingono al punto da scompaginare il discorso borghese e che per questo sono destinati a produrre una esclusione dal gruppo dei soggetti diversi e anormali.

Soffermarsi su un avvenimento che, anteriormente alla codificazione, mutò in profondità il modo di concepire e di trattare la follia, può essere utile per comprendere tale logica di esclusione e di isolamento. Sul finire del XVII secolo, infatti, si produsse quel fenomeno noto come “medicalizzazione della follia”, legato a una concezione fisiologica e organica delle malattie mentali. nella coscienza collettiva si era insinuata una nuova consapevolezza: se da una parte l’alienazione era concepita come malattia, dall’altra il folle non poteva desiderare la propria guarigione, né cooperare con il medico affinché questa si verificasse. Egli – semplicemente – non era consapevole del suo stato. Alla società non restava allora che sostituirsi al malato, isolandolo e costringendolo a farsi curare.

Iniziava così l’era degli asili e degli internamenti. La malattia cessava di appartenere al malato, e iniziava ad appartenere agli altri: alla famiglia o a un diverso aggregato sociale. Un processo d’invalidamento del soggetto malato consentiva al gruppo di riaffermare la sua normalità. La reclusione coinvolgeva una massa indistinta di individui. Un esercito di poveri, sifilitici, vagabondi, alienati, dissipatori: il folle non aveva una sua identità, ma era confinato e confuso con tutte le persone che rappresentavano un pericolo per la società. Ciò che importava non era tanto verificare lo stato di salute o di malattia di questi soggetti, o comprendere l’essenza dell’alienazione mentale, quanto difendersi da essa, dopo averla stanata. La pericolosità diventava così paradigma della malattia mentale, e gli alienati potevano essere confusi con gli altri “anormali”.

L’internamento, tuttavia, rappresentava soltanto uno dei modi possibili per “neutralizzare” i soggetti immaginati come pericolosi, per isolare e rendere inoffensive determinate categorie di individui. Gli ordinamenti giuridici si sono infatti avvalsi anche di altri strumenti. Tra questi, l’interdizione. […] Di fatto, si faceva ricorso alla dichiarazione di incapacità solo quando la situazione economica ne giustificava il costo morale: si evitava, invece, in presenza di un esiguo patrimonio. Il nostro istituto rimaneva sempre un potente mezzo nelle mani della famiglia per rendere inoffensivo uno dei suoi membri. Come constatava infatti il grande narratore della borghesia francese Honoré de Balzac, «siamo abituati a veder di questi piccoli complotti nelle famiglie: non passa anno che non ci sia qualche ordinanza di non luogo a procedere su istanza d’interdizione».