Che cosa sarà stato

Sulla pittura di Teresa Maresca
di Giancarlo Ricci

E’ il battito del tempo a dar corpo a queste visioni,  a farle apparire e sparire. Nel taglio di una pulsazione. Le immagini di queste tele paiono statiche, ferme, pietrificate, perse in una memoria che non si ricorda più. Ma al loro interno, tra la cenere dei loro colori, c’è un fuoco che impercettibilmente continua a danzare. E a pulsare.
Una particolare temporalità contraddistingue il lavoro di Maresca:  quasi non riusciamo a capire in quale tempo avvenga l’accadere della scena. Siamo lì ed aspettiamo che qualcosa accada. Ma il prima e il dopo si invertono. Dopo il battito di ciglia, gli occhi si aprono: la scena ci guarda, senza scampo. Ma è una scena vuota, che si è sottratta, che è fuggita altrove.
Qualcosa è già accaduto? No, sta per accadere qui, tra pochi istanti. Guardiamo e riguardiamo ma non percepiamo nessuna apparizione. Ancora un istante… Le immagini ingannano ma non vediamo l’inganno.
E’ davvero curioso come questa pittura, in apparenza così statica e  lenta, inneschi una tensione temporale. La pittura non è più rappresentazione o descrizione, ma accadimento. Instaura un’attesa tra un prima e un poi. L’occhio, ancora una volta ci inganna. Ma che cosa vediamo allora? E perchè  siamo noi a seguire il nostro stesso sguardo che ci porta in giro, in una sorta di vagabondaggio? Là, dove ci trascina il nostro sguardo attendiamo che qualcosa accada, che qualcosa si dia a vedere nella visione.
Eppure la visione e lo sguardo vivono in queste tele la loro più radicale antinomia: non si incontrano, si escludono reciprocamente. Dove c’è visione non ci può essere sguardo. Vedo dove non guardo,  guardo dove non vedo (Jacques Lacan). La vera pittura ruota intorno a un punto cieco, a una macchia, a un punto invisibile, inguardabile (Jean Clair).
L’immagine non è mai innocente e neutra, nonostante la nostra epoca cerchi di imporre la versione anestetica dell’estetica. L’estetica richiama l’estasi, lo spasmo del corpo, lo smarrimento, l’eccesso, lo sradicamento, l’abbandono, il godimento. Troppo.
Diverse tele si stagliano in controluce, paiono  gettate contro la luce, quasi il loro supporto si appoggiasse all’abbaglio, addirittura all’accecamento. Questa pittura gioca sulla visione, sulla visione frontale, ma fa in modo, appunto, che lo sguardo, con la sua scienza del dettaglio infinitesimale, sia immobilizzato, impedito da troppa luce. Lo sguardo non riesce a mettere a fuoco, è troppo “sgranato”.
La geometria oscilla, le impalcature ondeggiano, i ponti vibrano nell’aria, i pilastri si piegano. Davvero le immagini sono una riproduzione delle cose?  No, sono tutt’Altro. Il sogno, diceva Freud, è “l’altra scena”.

Siamo in viaggio. Dal finestrino appaiono paesaggi, case,  periferie, capannoni, stazioni in disuso, fabbriche. Attraversiamo ponti e sopraelevate. I cieli che ci accompagnano scorrono nella luce tenue o si aprono in squarci inattesi.
Questa è la pittura di Teresa Maresca, articolata in “stanze” ciascuna delle quali racconta un tratto, un percorso, un’emozione, un emblema.
Dapprima vediamo i paesaggi, sprofondati nei volumi di nuvole lacerate  da colori cristallini.  Vivono l’istante dell’apparizione. Dove la luce dilania e domina la tenebra. Il numinoso, con la sua forza immane, si dispiega in un’orizzontalità umana.
Attraversiamo ponti, sopraelevate, arcate. Sospese su niente, paiono oscillare al nostro sguardo. Si librano lungo una verticalità abissale fatta di luce e di cieli.
Scorgiamo finalmente le case, gli hotel, le pompe di benzina, i capannoni. Immersi nella nebbia o battuti dal vento, compaiono di fronte come una visione inattesa. Indecidibile capire se siano abitati.
Infine le porte si aprono.
Ci affacciamo sugli interni, mettiamo piede nei loft, entriamo nelle fabbriche dismesse. Guardiamo dentro gli spazi vuoti e spogli dei capannoni. Ci perdiamo nelle prospettive e nelle architetture. Sembrano quinte di teatro. Conservano la ruggine depositata negli anni. I finestroni, irradiati di luce o opachi di vapore e di fumo, diventano scenari temibili, una sorta di trappola, una mise en abîme.
Tutto si gioca nella modulazione tra pieno e vuoto, pesante e  leggero, scurità e luce, colori forti e lievissimi. Le forme si articolano e si modulano secondo figure prestabilite che paiono sottrarsi per poi ricomparire nella tela successiva. Questa alternanza che insiste e si ripete non evoca forse il tentativo di individuare un tratto totemico che appare e scompare?

In molte di queste opere ritrovo due colori fondamentali, coniugati nelle loro infinite gradazioni impossibili da nominare. Sono due polarità: il rosso Marte e il chiarore modulato del cielo.
Il rosso Marte domina con le sue gradazioni di ruggine, di ferro e di fumo. E’ il colore della terra, dell’arena, della sabbia ferrosa. E’ un colore etrusco. Che tinge le fucine, i mantici, i forni. E’ fuoco rappreso, domato dalla mano dell’uomo. Adesso, ormai spento, sorride di luminosità. E non smette di donare la sua antica iridescenza.
Sono gradazioni che sentiamo con le dita, con i polpastrelli. Lo sguardo sente spessori, dislivelli, rilievi. Percepiamo la loro temperatura. La friabilità del ferro, le sue venature, la sua polvere rossastra – e anche il suo odore aspro – non si sono depositate nella percezione di ogni bambino quando esplorava capannoni abbandonati o magazzini di periferia ?
Il rosso Marte trasmette l’incandescenza di ciò che è stato: il lavoro dell’uomo, la fusione delle pietre, la trasformazione dei metalli.  Schegge, scintille, stridori.  Eppure le tonalità sanno trasmettere una lieve allegria. Forse è una magia che sa danzare tra il freddo  e il caldo, tra le figure e la scena,  tra la solidità materica e la leggerezza dei cieli.
Ecco l’altro colore: la luminosità dei cieli. La loro gamma infinita, troppo infinita, va dal celeste al verde acqua, dal rosa al beige: domina gli   sfondi, filtra dai finestroni, sorregge i ponti, immobilizza le case e i capannoni. Aleggia, gioca a nascondersi. Si trasforma fondendo la solarità del giallo Napoli con l’eleganza del cobalto. I colori si rincorrono tra forme e figure in metamorfosi: gru, croci, ponti, binari, volte, vetrate, finestre.
Sono colori che evocano la nebbia, l’umidità della brina, il sorgere del sole, la magia del meriggio, i chiarori stanchi del tramonto. Anche qui pulsa l’enigma. Ma, rispetto al rosso Marte, dal lato opposto ed estremo. Per eccesso di lievità queste tonalità feriscono, toccano, portano altrove. Lasciano sognare. I toni sono quelli delle marine, delle spiagge e dei cieli mediterranei immersi nella luce dell’alba o del tramonto.
La brezza  (il soffio, il respiro, la psiche) dà luce alle cose. Le fa venire alla luce portando con sé l’Altrove della loro origine. Ecco, forse, perchè questi colori aerei sono più “impegnativi” del rosso Marte: inquietano, feriscono, sfiorano l’anima.
In fondo il rosso Marte rassicura, ci tiene con i piedi per terra, offre la possibilità di ancorarsi. I colori e le luci del cielo invece rapiscono, ci portano alla deriva, espongono alla fragilità. Il filo che impedisce all’aquilone di perdersi nel cielo deve essere saldamente fissato a terra.

C’è sempre “misura” nella pittura di Maresca.
Non è solo la misura dell’architettura, le proporzioni delle forme e dei volumi, l’equilibrio delle tonalità. La figurazione sa fermarsi (e attestarsi) davanti a una linea di frontiera. Al di là c’è un Altrove che è preferibile lasciare (per ora) inesplorato.
Questa sorta di prudenza (una specie di presidio) mi sembra provenire da un’idea di estetica forte e irrinunciabile. Ovvero afferma  una scelta etica del fare artistico.
Ed è tale “misura” a evocare un particolare pudore. Che  rappresenta forse il modo che consente all’artista di continuare a dipingere e a raccontare qualcosa che appartiene al sacro. E’ una misura che fronteggia il sacro, senza arretrare. Ciascun artista inventa la sua strategia estetica  attuando scelte etiche.
Occorrerebbe un elogio del pudore che giunga all’osceno, ossia che osi a tal punto avvicinarsi alla scena da svelare il suo punto sorgivo. In fondo la storia dell’arte moderna è impregnata da questa dannazione, da questa misura impossibile, introvabile.
Eppure Maresca sa nasconderla con un velo, attenuando, accennando. I colori giocano a nascondino, le forme continuano a rincorrersi e a sorridere. Forse ci siamo salvati. Abbiamo osato guardare il cielo.