Che madri avete avuto

di Giancarlo Ricci

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse tra di loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?

Pier Paolo Pasolini, Ballata delle madri, 1962

Non c’è domanda più radicale, e al tempo stesso più intima, che interroga così insistentemente come questa Ballata delle madri scritta da Pasolini: “Mi domando che madri avete avuto”. Ossia: che sguardo hanno avuto per i loro figli, che cosa hanno capito di loro, come lo hanno amato, come si è coniugato il loro desiderio verso il figlio. La lirica di Pasolini gronda di amore e di rabbia, esprime il “selvaggio dolore di essere uomini”, ma indica al contempo una sorta di maledizione: “Madri mediocri, che non hanno avuto/ per voi mai una parola d’amore,/se non d’un amore sordidamente muto/ di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,/impotenti ai reali richiami del cuore” .
Non si tratta, come spesso evoca una certa retorica buonista, del tenero amore del figlio verso la madre. E’ piuttosto il contrario: è l’amore “sordidamente muto” della madre a risultare tragico, “mostruoso”. Pasolini in un’intervista ammette di aver pensato per molto tempo a qualcosa di inquietante:  “L’insieme della mia vita eroica ed emotiva (credevo  che) fosse il risultato del mio amore eccessivo, quasi mostruoso verso mia madre”.     Questa mostruosità in effetti è sempre sul punto di ribaltarsi fino a coincidere con la lucida consapevolezza di essere oggetto d’amore esclusivo e privilegiato da parte della madre. In un’altra poesia dal titolo Supplica a mia madre il poeta scrive parole incandescenti: “Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima./Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:/ ho passato l’infanzia schiavo di questo senso/ alto, irrimediabile, di un impegno immenso”.
Che madri avete avuto. Questione che è il fulcro della soggettività umana. Qui davvero si gioca una partita fatale tra il corpo e l’anima, come annota Pasolini. E l’esito riguarda la sessualità del figlio, la sua possibilità di amare un’altra donna che non sia la propria madre. Riguarda la possibilità di impostare con una donna un progetto di vita nel nome di una relazione d’amore. Riguarda anche la natura del legame con gli altri e con l’altro sesso, l’affettività e la propria identità maschile e molto altro.
Ma non solo. Gli ultimi versi di Pasolini evocano l’infanzia come momento dell’assunzione di un “impegno” definito “alto”, “irrimediabile” e “immenso”. Addirittura: “Sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”.   Schiavitù che si definisce, per così dire, dall’essere all’altezza del desiderio materno, di averlo assunto. Di averlo rappresentato stando al gioco della reciprocità, ma al tempo stesso tenerlo a bada e a distanza,  fronteggiando l’angoscia.
Molta letteratura psicanalitica ha posto l’accento sulla madre divorante, castratrice. Tuttavia c’è madre e madre. La nostra attenzione si sofferma su quella madre che rispetto al figlio si trova a mettere in atto una fantasmatica in cui il desiderio è esclusivo. Così come può essere estrema la fantasmatica materna che si attenga al principio: “così come ti ho messo al mondo, così posso distruggerti”. Questione di vita o di morte. Fantasia estrema (ma ricorrente) di onnipotenza, di onnipotenza materna. I cui effetti sul figlio non mancano.
In alcune testimonianze  di pazienti che hanno problematiche di  orientamento sessuale troviamo il racconto in cui, da bambino all’adolescenza e oltre, la madre diceva che suo figlio è stato sempre malaticcio, piccolo, che non cresceva, era il più minuto di tutti. Come se il corpo del figlio, nella sua rappresentanza concreta, fosse stato da sempre carente, insufficiente, in definitiva inadeguato a incarnare l’oggetto mancante del desiderio materno.
Molta psicanalisi ha giustamente insistito sulla rappresentazione fallica del figlio che alcune madri esigono. Si tratta della dialettica tra l’avere ed essere il fallo che rinvia, su un versante immaginario, al tema paralizzante e inammissibile di una fantasia incestuosa. Lungo questa via talvolta per un figlio può affacciarsi un interrogativo radicale: se il mio corpo non è stato in grado di essere desiderabile per mia madre, come potrà esserlo per un’altra donna?
Il figlio o la figlia possono rispondere in vari modi sintomatici  all’onnipotenza materna: il figlio, per esempio, scivolando verso una posizione omosessuale che risulterebbe una sorta di difesa, di sviamento, di presa di distanza dalle fauci materne. Oppure la figlia, per esempio, con il sintomo dell’anoressia o della bulimia. Le coniugazioni sono infinite. Ed è evidente che per il maschio e per la femmina tali coniugazioni assumono pieghe differenti.
Dinanzi a una madre che per semplificare chiamiamo “divorante”, la questione rimane quella relativa a come ne esce il figlio. L’interrogativo è essenziale:  come potrebbe svolgersi per il figlio, a partire dai primi mesi di vita, quel processo che attraversando diverse fasi di identificazione possa finalmente approdare a un sano statuto sessuale?
L’identità sessuale e di genere viene raggiunta da un uomo innanzi tutto se egli è riuscito compiutamente a confrontarsi con la questione materna. Dobbiamo essere più precisi: se dalla madre gli è stata data la possibilità di confrontarsi.  “Il desiderio inconscio che anima la sessualità maschile è profondamente determinato dal suo rapporto con il materno”, osserva lo psicanalista Didier Dumas. E precisa: “Per l’uomo, la donna è sia madre sia oggetto di godimento, ma raramente contemporaneamente. Nei fantasmi sessuali la madre e la donna non sono mai sovrapponibili. Le immagini della femminilità acuiscono i suoi desideri sessuali. Invece quelle riferibili al materno hanno tendenza a inibirli” . Molti sintomi relativi all’impotenza maschile ruotano intorno a queste due variabili.
Come potrebbe articolarsi per il figlio un proprio desiderio, quel desiderio che lo porterebbe a rivolgere lo sguardo verso altre donne, se il desiderio, ricorda Lacan, è in prima istanza desiderio di desiderio? Rispetto alla relazione madre-figlio ciò significa che la madre desidera essere desiderata dal figlio. E viceversa. Ecco emergere il tema della simbiosi in cui la reciprocità speculare ingigantisce il narcisismo di entrambi e potenzia la dipendenza.
Tutto ciò si svolge nel primo tempo dell’edipo. Il secondo tempo interviene quando la presenza simbolica del padre si pone come elemento terzo, rompendo la reciprocità di questo duopolio simbiotico del desiderio e instaurando quella legge paterna che giunga a normare il desiderio. Il terzo tempo riguarda le implicazioni di questa legge che, se da una parte impone un limite al godimento del bambino, dall’altra gli indica la via per poter accedere anche lui all’oggetto d’amore: diventare, come il padre, un maschietto che potrà a tempo debito amare anche lui una donna, un’altra donna rispetto alla propria madre.
In questo schema assai semplificato della logica edipica, il primo passo con cui il soggetto maschile entra in una posizione omosessuale riguarda il non saper rinunciare all’originario oggetto d’amore. Il padre diventa un rivale, con tutte le modulazioni che vanno dal disprezzo all’indifferenza. Atteggiamenti, questi, che nei racconti dei pazienti sono evocati in tutta la loro portata talvolta plateale anche per dimostrare agli occhi della madre una fedeltà assoluta e irrinunciabile.
Il processo psichico che in tale logica si delinea è quello che Freud descrive con queste semplici ma limpide parole:  «Abbiamo constatato che le persone in seguito invertite attraversano negli anni dell’infanzia vera e propria una fase di fissazione intensa ma breve sulla donna (perlopiù la madre); dopo averla superata si identificano con la donna e assumono se stessi come oggetto sessuale, vale a dire, partendo dal narcisismo, cercano uomini giovani e simili alla loro persona che li vogliano amare come li ha amati la loro madre” . Dunque il cerchio del fantasma si chiude delineando un certo tipo di omosessualità contraddistinta da una precisa accentuazione dell’istanza narcisistica e del tema dell’estetica, parallelamente a una silenziosa ostilità o superiorità verso gli uomini.
“Mi gratificava ma era pesante – confessa il figlio – il fatto che mia madre mi dicesse che da grande l’avrei difesa e mi sarei occupato di lei. Mio padre non c’era più. Lei mi chiedeva che la mia vita, il mio progetto fosse accanto a lei. Diceva che sarei diventato il bastone della sua vecchiaia. Ora mi accorgo che è accaduto proprio così”. Ci si può chiedere come possa avvenire che una madre assegni al proprio figlio maschio simile destino.
Accenniamo appena, per situare la questione, che molto dipende dall’annodamento che per ciascuna donna è particolare (e talvolta problematico) tra il tema della maternità, con i suoi risvolti immaginari e simbolici, e la questione della castrazione al femminile. In altri termini: tra il tema del figlio desiderato (maschio o femmina non è affatto indifferente) e la questione della femminilità. Se quest’ultima  con la maternità decresce, su un altro versante lo statuto di madre in qualche modo sposta il tema del femminile, lo “risolve”, lo coniuga in una valenza sociale .
In effetti la tensione tra il figlio progettato  e quindi investito di un intenso immaginario materno, e il figlio realmente accolto – il bambino cioè che esige, chiede e non lascia tregua – può risultare lacerante.  In che modo il bambino avverte questa tensione? In che modo egli potrà riconoscere il proprio desiderio come distinto da quello materno? E in che modo il figlio potrà tessere il proprio desiderio lungo un progetto, quello di diventare uomo?