Etero e omo

di Giancarlo Ricci

I tempi d’oggi definiscono sbrigativamente, quasi fossero due marchi d’origine, l’orientamento sessuale: etero e omo.  Tizio è etero, caio è omo. E qualcuno subito si affretta ad aggiungere il bisex. Il nostro modo di pensare si è adattato alla statistica, all’analisi di mercato e dei consumi, alle tipologie sociologiche. Tutto dev’essere definito ed etichettato. Le identità devono essere ben riconoscibili, soprattutto in base all’oggetto che preferiscono e scelgono.
Più che due generi sembrano due razze,  due specie, appunto. O due status sociali, due “preferenze”, due condizioni, o accidenti dell’esserci direbbero i filosofi. Nell’epoca che si ammanta di tolleranza, che esercita il “politicamente corretto” e si vanta delle “pari opportunità”, riaffiora la vocazione assolutistica della definizione. In nome dell’oggettività, di una correttezza che dissimula il conformismo, si è o “di qui” o “di là”. Anche questa curiosa locuzione, “di qui” o “di là”, accentua la necessità di una sorta di schieramento: qui ci siamo noi, là ci sono loro. Come se si trattasse di un’alternativa. Logica, questa, che equipara termini antitetici ponendoli falsamente sullo stesso piano.
Ciò che apparentemente sembra un avanzamento nel campo dei diritti umani nasconde in modo dissimulato il sottile filo di un razzismo mite e talvolta quasi buonista. Debole ma che forse sarebbe meglio chiamarlo debìle. Lo chiamiamo debole per indicare che si configura come un pregiudizio, o come una sorta di superstizione che viene esercitata nei confronti di un’alterità considerata insopportabile, debilitante appunto.
L’ipermodernità non sopporta le differenze, le sfumature, le complicazioni. Le cose devono vedersi e riconoscersi per quel che danno a mostrare. Ecco come la logica del consumo dello spettacolo è diventato un parametro di riconoscibilità. I nostri tempi osteggiano tutto ciò che è soggettivo, che appartiene all’ambito  talvolta indistinto e opaco nominato in vari modi: anima, “foro interno”, coscienza, soggettività, il se stessi.
Con la psicanalisi tutto ciò si chiama vita psichica: la vita della psiche. Di vita dunque si tratta: di ciò che è costantemente attivo nella nostra percezione e nella nostra memoria, nel nostro modo di sentire e di desiderare. Lo psichico è un organismo vivente: nasce, cresce, si forma, assimila, si trasforma, si riproduce, si protegge o si indebolisce, e tante altre cose la cui padronanza vacilla. Lo psichico mantiene in sé quello che accade. Ha una memoria infallibile. E anche ciò che accade nel reale, accanto al soggetto, rimane scritto, trascritto, tradotto.
La questione è che la coppia etero – omo viene quasi sempre immaginata riferita all’essere, proprio all’essere della persona. Nel caso dell’omosessualità si tratta invece di orientamento. Ma un orientamento non è sufficiente a definire l’essere. Etero e omo:  si tratta di orientamento, di comportamenti, di abitudini, di tendenze, di preferenze, di attributi dell’essere o delle vicessitudini di spinte sessuali “non altrimenti specificate”? Non è tanto la confusione a regnare, quanto la sovrapposizione tra ambiti e cose differenti. Infatti ciascun termine, ciascun attributo non è sovrapponibile all’altro. Non si tratta di sinonimi.
Il criterio binaristico etero – omo non va per il sottile. Ciò che conta socialmente  non è il processo che dirige verso una scelta, ma è il risultato finale, l’oggetto finito, ben confezionato. Come dire: in base a cosa scegli, a quale oggetto propende la tua sessualità, dichiari la tua appartenenza. Sei etero o sei omo. Insomma è la parola essere a costituire l’inciampo. E’ un essere dedotto in base a una “preferenza”, una “tendenza”, un accadimento involontario, a volte soltanto in base a una “fantasia”.
Ma la logica qui si fa sottile e sommessamente tale modalità di descrivere e di definire sembra già l’effetto silenzioso di una logica perversa. In che senso? Nel senso che viene definita l’identità di un individuo, e viene generalmente chiamata identità di genere, in base all’oggetto prescelto. Ovvero viene affermato il primato dell’oggetto come oggetto di consumo cioè di appagamento. Il soggetto, ossia l’ambito della soggettività, viene desunto dall’oggetto. Dimmi con che cosa ti appaghi e ti dirò chi sei, saprò la tua identità: simile logica, sbrigativa e rozza, combacia con quella che trionfa nell’era del consumismo indifferenziato e globale.  Qui il soggetto coincide con gli orientamenti del suo consumo. L’uomo ipermoderno non è più connotato, direbbe il filosofo, dall’essere per la morte, ma dall’essere per il consumo.
Molte volte sentiamo parlare, anche comunemente, di omosessualità latente. Certamente è una questione rilevante. Ma vi sarete accorti che mai sentirete parlare di eterosessualità latente, che pure esiste proprio in certuni che sono convinti di (dover) essere omosessuali. Vedremo più avanti in che senso.
Rileviamo intanto che  esiste una terza possibilità: oltre a etero ed omo può esserci anche una terza ipotesi. Si dice allora che sempronio è bisessuale. Ma vale lo stesso principio: bisessuale significa, nell’uso corrente, che per qualcuno è indifferente la scelta verso un uomo o una donna. Ovvero che donna e uomo si equivalgono, che sono oggetti ugualmente sessuali, cioè ugualmente e indifferentemente usabili. Ora è scelto uno, ora è scelta l’altra.
Ebbene le cose, le cose psichiche, non funzionano così. Sono ben più complesse e vedremo perchè. Rimaniamo con l’impressione che questa logica binaristica omo etero contenga un trucco. Rilevare questo trucco, o quanto meno porre la questione, penso promuova un pensiero di assoluta tolleranza, di completo rispetto per la differenza. E’ un tentativo che cerca di resistere alla dilagante ghettizzazione che deve sempre collocare e situare ciò che sfugge alla padronanza e al controllo.