EUGENIA SCABINI SULLA POST LIBERTA’

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Eugenia Scabini alla presentazione del libro Il tempo della post libertà di Giancarlo Ricci (29.5.2019 presso il Centro Culturale Angelicum di Milano, con gli avvocati Davide Fortunato e Giuseppe Zola).

 

Da sinistra: Ricci, Scabini, Fortunato, Zola

        Cercherò, partendo dall’ultimo capitolo del libro Il tempo della post libertà, di tradurre a modo mio spunti del pensiero di Ricci che trovano un’eco molto sintonica nel mio. Parto dal sottotitolo del libro: Destino e responsabilità. La parola destino è una parola poco usata, anzi spesso usata in senso negativo. In realtà è un punto cruciale dell’essere umano. Il punto più interessante, secondo me, dell’approccio di Ricci alla libertà è che egli connette la libertà con la filiazione, la libertà con l’essere figlio.  Questo è un passaggio che rende la libertà assolutamente concreta proprio perché ha a che fare con la profondità di ciascuno. La libertà in effetti è il cuore dell’identità del soggetto. Ma dove si trova fondamentalmente l’identità del soggetto? Dov’è l’essenza, qual è l’aspetto sorgivo da cui tutti noi iniziamo a svolgere la nostra identità? E’ il fatto di essere figli. E’ una cosa semplicissima: qualsiasi essere umano è figlio. Non tutti sono genitori, ma tutti sono sicuramente figli.
Svolgiamo questo aspetto: la filiazione significa che tutti siamo stati generati, generati da un maschile e da un femminile. Non esiste altro modo di essere figlio, devi essere generato e la libertà ha a che fare con questa impronta generativa che si puù svolgere in due sensi: il primo riguarda il vincolo di essere generati ovvero che non ti sei fatto da te, che sei debitore della vita a un uomo e a una donna, a un padre e una madre. E’ inevitabile. E’ qualcosa che va al di là della funzione di costoro. In che senso allora questo riguarda il destino? Nel senso che nessuno di noi può sceglierlo. Spesso pensiamo il vincolo e il limite nella questione della morte: tutti dobbiamo morire. Rovesciamo la prospettiva: tutti siamo nati. Anche qui c’è un vincolo ma è un vincolo positivo, ovvero nasci già con un bagaglio culturale e storico. Lo psichiatra Jean Benoist, in un libretto, diceva che il soggetto umano è un soggetto concepito ovvero pre-pensato. Il che non vuol dire che siamo stati programmati. La programmazione dell’essere umano è una cosa del tutto recente. Essere concepiti vuol dire che venire al mondo è qualcosa che non è mai nudo di significato. L’essere umano è sempre pensato in una modalità molto profonda, molto poco parlata. Direi che nella specie umana non c’è il biologico allo stato puro, il biologico è sempre innervato di senso, da quel senso che ti ha condotto a venire al mondo dalla coppia generante. E questa coppia riporta il senso di tutta una comunità di appartenenza. Quindi in effetti ci sono delle predestinazioni.
Dobbiamo guardare in faccia questo bagaglio che riceviamo, esso costituisce il vincolo con il quale nasciamo. Ricordo che Mara Selvini Palazzoli, grande maestra di psicologia della Cattolica, aveva scritto, nel 1971, un articoletto – lei amava molto ironizzare – che si chiamava “Il razzismo in famiglia”. Esprimeva questo concetto: se osservate ciò che avviene tra i familiari davanti alla culla di un bambino, trovate tutta una serie  di predeterminazioni: “Ha il naso che assomiglia a…”, “ha gli occhi di…”. Questa ampia immaginazione dà corpo a una serie di aspettative e di mandati. Per esempio nella nostra cultura, dal medioevo in avanti, la genitura era un mandato: se nascevi primogenito ti sposavi, se eri secondogenito diventavi un cavaliere, se terzogenito andavi in convento. Ci sono mandati familiari che certe culture esprimono in maniera forte, magari legati al fatto che sei maschio o femmina; altre culture che la esprimono in modo più sottile. Oggi noi non riteniamo più di avere questi mandati anche se in realtà essi attraversano la nostra nascita. Peraltro sappiamo, a tal proposito, che questi dialoghi tra generante e generato avvengono prima della nascita, si svolgono e si attuano già nell’utero della mamma. E non è solo questione di mamme e di bambini perché una mamma procrea un bambino che è il frutto dell’unione con il padre. La parola destino dunque presuppone quindi un vincolo e un bagaglio, potremmo dire un patrimonio.
Se vogliamo condensare tutto ciò proviamo a riflettere sul nome. Come sapete la nominazione è uno degli aspetti più interessanti per studiare e capire come le generazioni situano la filiazione. Per esempio l’etnopsichiatria francese è un ambito che mi ha da sempre molto interessato perché studia le culture, avendo, oltretutto, a disposizione varie problematiuche relative alle migrazioni maghrebine. Per esempio quando chiedevano a queste donne gravide come avrebbero chiamato il figlio, queste non dicevano il nome. Perché, nella loro cultura, dare il nome implicava tutta una serie di ritualità in cui il gruppo familiare allargato doveva interpellare gli avi. Ma lo poteva fare solo se le relazioni conflittuali nella loro comunità erano pacificate: era la condizione  affinché l’avo interpellato potesse concedere di dare il nome al nascituro. Dare il nome vuol dire simbolicamente inserire il soggetto in una storia che si svolge dal presente al passato e al trapassato. Dare il nome indica la modalità con cui una cultura trasmette un proprio bagaglio. C’è una cultura che usava dare il nome del santo o una cultura, come quella di oggi, in cui si dà un nome di moda o un nome che piace perché suona bene.
Sintetizzando: la libertà, in quanto legata alla filiazione, pone la questione del destino. Un aspetto, dicevamo, è quello dell’essere generati, ovvero  di essere vincolati. L’altro aspetto che volevo evidenziare è il rovescio del precedente: riguarda il patrimonio rispetto al quale interviene la responsabilità. Chi genera occorre si chieda se il gesto di mettere al mondo lasci un fardello a colui che nascerà. Per esempio mettere al mondo un figlio in modo tale che questi non sappia mai di chi è figlio, dell’uno o dell’altro genitore, è una responsabilità che il generante non può non considerare. Di fatto, da questo punto di vista, il generato non può dire niente. La storia non si esaurisce qui, nel senso che questo patrimonio un soggetto può subirlo, ripeterlo, o in ogni caso lavorarlo. A tal proposito può intervenire eventualmente il lavoro dello psicologo o dello psicoanalista. Ma, più in generale, il lavoro delle culture sane consiste nel fare in modo che questo patrimonio abbia la possibilità di essere elaborato. E’ quello che indica la famosa frase di Goethe che afferma: “Ciò che hai ereditato riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. La libertà è vincolata al destino ma richiede una riappropriazione a partire della responsabilità del soggetto. Quindi così come non siamo nati senza senso, così non siamo fatti semplicemente per riprodurci ma per rigenerare. Il concetto di patrimonio va elaborato in senso positivo. Quindi la riappropriazione della propria storia personale è il secondo aspetto attivo nel quale le professioni di cura possono aiutare le persone. Un lavoro di rielaborazione è importante perché le storie familiari sono ricche di promesse e di frutti ma sono anche piene di traumi. Il tema del patrimonio ha tante sfaccettature. Non mettere a tema questa problematica significa condannarsi una vita molto superficiale. 


La libertà va considerata attraverso la filiazione. Questo pensiero, così nodale, che mi è parso scorrere nella terza parte del libro, costituisce l’ottica più concreta nella quale tutto questo si sviluppa. Nel contesto attuale c’è un rovesciamento perché la libertà è oggi intesa come absoluta ossia sciolta da qualsiasi legame. E’ il self-made man che possiamo chiamare anche principio di autodeterminazione. Come può un soggetto autodeterminarsi se nasce in una certa cultura, in una una certa famiglia, da una certa origine ? Dov’è questo “auto”? Forse autogenesi ? Sarebbe un soggetto senza genesi e senza genealogia: questi termini rimandano non solo a papà e mamma ma a delle storie familiari che, prima o poi, vengono sempre fuori. Certo, adesso le maestre se chiedono la storia della famiglia di un bambino devono stare molte attente per non infrangere il politicamente corretto.
Viviamo in un contesto in cui la libertà, declinata come assoluta, cioè sciolta dai legami, è un attentato non solo al legame familiare ma al legame sociale. La tecnologia sicuramente esaspera tutto ciò perché assicura il potere dell’illimitatezza delle possibilità. Nega in definitiva gli aspetti relativi al vincolo e cambia costantemente le regole, come appunto in un carnevale, dando l’illusione di un falso infinito. Le biotecnologie da questo punto di vista, in quanto toccano attualmente l’essere figlio, toccano anche, drammaticamente, il tema della libertà.

Quest’ultimo implicitamente riguarda anche il tema del riconoscimento: sai chi sei se sai da dove vieni, se ti senti appartenere a una genealogia. Nel riconoscimento c’è anche un riconoscimento “polemico”: riconosci le tue storie ossia le valuti. Le tecnologie intervengono pesantemente proibendo addirittura, in certi casi, il riconoscimento. È un punto che mi inquieta molto perché noi psicologi parliamo tanto di rielaborazione ma in alcuni casi questo è impossibile. Come puoi rielaborare la questione della madre se provieni dall’utero in affitto? Temo che la fantasia tremenda delle biotecnologie moltiplicherà queste problematiche che non riguardano solo l’utero in affitto, dove una donna mette l’ovulo e l’altra porta avanti la gestazione. Si tratta di due madri o  meglio di due mezze madri. L’essere umano come potrà riconoscere la propria madre che è qualcosa di profondo e arcaico? Mater semper certa est: oggi non è più così certa. Mi sa che è più certo il padre il quale, appunto, non si può dividere. Sono rimasta molto impressionata leggendo alcune storie di bambini siriani frutto della violenza sulle donne da parte dei jihadisti: sono bambini che non hanno nome, viaggiano senza nome perché non sono mai stati riconosciuti. Non avere un nome significa non avere storia. Ai miei tempi c’era la questione dei figli di N. N., i nati da N. N., ossia da padre sconosciuto.  Era un’onta, una cosa ritenuta indicibile. Oggi invece, ad alcuni bambini insegnano a dire “non ho il papa ma due mamme”…
Il testo di Ricci è molto ricco di riferimenti all’etimologia delle parole. Questo è importante perché le parole sono create dai significati che i popoli man mano creano e poi ritrasformano. C’è dunque un lavorio di senso inevitabile. L’essere umano non può fare a meno di un simbolico: può tentare di schiacciarlo, ma esso funzionerà comunque da qualche altra parte e tornerà indietro. Simbolo – lo ricordo  – era quella tavoletta che chiamava in causa anche l’identità: essa veniva spezzata e ciascuno dei due soggetti rimaneva con una parte; se poi, dopo, le due parti combaciavano ciò dimostrava la loro identità e confermava un riconoscimento. Attualmente stiamo portando avanti delle mezze filiazioni, complice la tecnologia ma anche l’irresponsabilità di fronte alla generazione.

Volevo terminare con una citazione di papa Benedetto, per sottolineare come le verità ultime del pensiero non conoscano discipline. Nell’enciclica  Lumen Fidei c’è scritto: “La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome”.

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