Fin dall’inizio. Le origini e il destino

Fin dall’inizio. Le origini e il destino

di Giancarlo Ricci

in AA: VV., “Il disordine della famiglia”, Ed. ETS,. Pisa 2007

Fin dall’inizio della vita psichica dell’individuo la vicenda della famiglia tesse alcune premesse del suo destino. Freud lo chiama complesso edipico. Che non è affatto “superato” come oggi taluni ritengono. Né tanto meno può essere “indebolito” a vantaggio di una concezione “predipica”. Non è difficile accorgersi, al contempo, che il significante padre è definitivamente invitato ad uscire di scena, con tutti i vessilli desueti di cui è ritenuto portatore. Le implicazioni di simile allontanamento coinvolgono altri significanti: la sessualità e il desiderio, lo statuto del maschio, l’identità di genere, il godimento, la maternità, e via dicendo. Il trionfo del “tutto è possibile” pare essere diventato l’emblema di una perversione sistematica cui è richiesto di adeguarsi. In nome della modernità si rischia di ritornare allo statu quo ante.

L’impressione è di trovarsi davanti a un trucco in cui i termini vengono dolosamente manipolati: se oggi la famiglia “vacilla” sarebbe perché ormai non riesce a partecipare al corso della modernità. Il colassamento simbolico del significante famiglia ne implica altri, costringendoli a riorganizzarsi. Difficile pensare quali forme potrà assumere un prossimo sistema sociale.

Le promesse più altisonanti dei nuovi scenari della scienza e della tecnologia non a caso prediligono l’ambito biologico, divenuto predominante. Anche la famiglia ne è toccata per via appunto delle biotecnologie, delle tecniche della fecondazione assistita, degli interventi genetici. Le implicazioni immaginarie si riverberano in uno scenario biopolitico: il corpo, la salute, la vita, la sessualità, la “nuda vita” …

Se lo scientismo sopravanza, la religione giustamente resiste. Forse occorre enunciarlo sotto forma di tesi e in termini forti: se viene meno il padre viene meno la civiltà e la famiglia tramonta davvero, ovvero sparisce. Difficile dire a favore di che cosa. Non ci sono, dal punto di vista simbolico, “alternative” alla famiglia. Certo la famiglia si trasforma e incontra mille vicissitudini  ma il significante rimane. Non si tratta nemmeno, come talvolta viene detto, del “male minore”.

Le implicazioni di queste considerazioni sono innumerevoli e ampie. Toccano gli scenari sociali, politici e storici della nostra attualità. Uno di questi riguarda appunto il tema della civiltà o meglio “delle civiltà”. Nell’enfasi dell’odierna fortuna della locuzione “scontro di civiltà”  ravvediamo l’occasione per un’interrogazione radicale che fino a ieri è rimasta sconfessata e oggi rischia di essere elusa. Pochi si sono interrogati sul posto simbolico che ogni civiltà assegna alla famiglia, con varie implicazioni e differenze situabili a differenti livelli. Il significante famiglia ne lega a sé parecchi altri: padre, figlio, mito, matrimonio e patrimonio, sessualità, morte, memoria. Questi sono sufficienti a fare civiltà e pertanto, potremmo dire, religione.

In fondo il contributo politico di Freud e della psicanalisi è stato quello, individuando e formulando la struttura edipica nel “romanzo familiare”, di ridisegnare i modi e le implicazioni del disagio della civiltà nel cuore del monoteismo (l’ebraismo e il cristianesimo). Un’impresa immane. Che si raddoppia se pensiamo che Freud dichiarava di sentirsi “in esilio” rispetto all’ebraismo ma anche lontano dal cristianesimo. In realtà, per molti aspetti, la sua ricerca è situabile sia all’uno sia all’altro .

 

 

Realmente e fin dall’inizio assoggettato 

Se c’è un’accezione forte della parola soggetto, nel senso letterale dell’assoggettato, è quella che troviamo a proposito della nascita. Si nasce, certo. Ma come e dove? Da qualche familiae, gentes o tribus. Da lì proviene la venuta al mondo di un corpo senza che questi, quando diventerà parlante e pensante, possa aver compiuto una qualche scelta: ecco il vero soggetto.

Ciascuno è soggetto innanzi tutto alla propria famiglia. Nemmeno gli è imposta, si nasce lì e basta. La cosa, vien detto, appartiene al corso della natura.  Edipo, a un certo punto, accecato da questa “maledizione” dice: “vorrei non essere mai nato”. L’assoggettamento alla vita viene percepito talvolta come maledizione.

Destino, fortuna o sfortuna, disastro, vergogna, eccellenza, interdizione: ciascuno chiamerà la propria vicenda familiare come il fantasma gli detta. E ne farà il proprio specchio nel quale riflettersi. Vedrà il mondo, ma lo scorgerà nella piega (klinein) prodotta dall’allucinazione del suo punto di origine. Sull’origine di sicuro ci inganniamo in quanto crediamo di sapere tutto o quasi. Il biologico è l’Altro che crediamo di poter nominare ma che rimane sempre Altro, tutt’altro e nient’Altro. Di questo “niente” si vive. Si va e si viene a causa di questo niente.

Rimane il mito delle origini? Forse. Se sappiamo accoglierlo o se riusciamo a sopportare la perdita che richiede. Esso assomiglia a un’ombelicazione che si allontana dalla memoria, la riscrive e la riformula senza mai raggiungerla. L’unico filo è il nome. Come lapide dispersa o trafugata, ma di pietra. Il mito, se è tale, è fatto di pietra. Un tempo c’era il fuoco, ora c’è la cenere, ma la brace da qualche parte rimane . Non c’è più nulla da scegliere. Ma ci possiamo lavorare.

 

Ancora edipo  

Non ci può essere famiglia senza il significante figlio. L’unico che “esce” dalla famiglia per farne un’altra. Ecco il nodo da cui si dipanano le generazioni. Di padre in figlio, si usa dire. Ma la discendenza non è poi così naturale. Storie di lacerazioni, di alternanza di vita e di morte, di lutti consumati e di lutti inconsumabili. Poi i nomi e i corpi. Con nominazioni e sessuazioni. La genealogia ascende e discende. Noi, venuti dopo, si “discende”: appena per dire che di caduta si tratta. Edipo ha il  piede gonfio a forza di cercare di venire a capo della sua ascendenza.

Essenziale come il figlio  – quali tutti siamo stati o ancora siamo –  ha fatto i conti con la morte, con ciò che sparisce, si eclissa, svanisce. O meglio: essenziale come ha elaborato il lutto e che cosa ha conquistato il lavoro del lutto. Ma ci sono due conti, quello relativo al lutto del padre e quello relativo al lutto della madre. Due lutti differenti. Che quasi istituiscono due ambiti della memoria, due accenti, due stratificazioni, due modi della dimenticanza. La memoria produce infinite realtà. Ma ogni realtà che gli appartiene è contrassegnata, ci dice Freud , dal lavoro della fantasia. Non ci inoltriamo nella logica del ricordare, ripetere, rielaborare .

Che cosa ricorderà il figlio? Che cosa racconterà della propria famiglia? Quale memoria agirà in lui senza che egli possa ricordare o raccontare? E infine: che cosa realmente si trasmette di padre in figlio? Le nuove generazioni ingenerano volentieri una dimenticanza siderale. Ma i padri nulla sapranno se degenerano o non degenerano. Vivranno di pure congetture o di forzose deduzioni.

 

Sulle vicissitudini della trasformazione 

Il figlio, che si affaccia al mondo nell’adolescenza, pensa che cambierà il mondo, che lo forgerà ai propri progetti. Ma per pensare questo non si accorge che deve “appoggiarsi” alla famiglia, la quale strutturalmente non cambia e non cambierà mai. La trasformazione non è della famiglia. Potrà sciogliersi, disgregarsi, potranno separarsi, divorziare, riconciliarsi, ma la famiglia è e rimane quella, e basta. E’ come se fosse un atto: c’è stato e niente può cancellarlo. Non importa se dopo può accadere di tutto.

La famiglia infatti è il primo monumento che il figlio conoscerà fino alla nausea. E’ un museo visto e rivisto in estenuanti visite guidate, lungo il corso degli anni. Per prendere distanza al figlio talvolta rimane solo lo sfregio, il dileggio, l’irrisione, il dissidio, lo scontro, l’insulto, la distruzione. “Perché fa così? ”, si chiedono i due, stremati quanto sordi. E il resto è assordante rumore.

Spesso la trasformazione soggettiva è percepita o pensata come se si trattasse di una devastazione. Come se ogni trasformazione  presupponesse deformazione e distruzione. Ma è un qui pro quo innescato dalla superstizione. O da un debito percepito come impagabile. Il sintomo va pensato come una risorsa. Il lavoro analitico consiste per gran parte nello sgombrare il campo a favore dell’articolazione del sintomo.

Ancora una volta molto dipende da come, per il soggetto, si è configurata l’articolazione tra morte, mito e memoria. E’ una sorta di equazione: la morte distrugge e fa scomparire, il mito crea e garantisce la tenuta, la memoria con la sua poetica custodisce e permette il riso.

Il lavoro dell’analisi, quello che procede dalla clinica psicanalitica, si rivolge a questa poetica e a questo riso. Più inconscio c’è, più si ride . E si può ridere anche di ciò che pare non trasformarsi. Paradosso della guarigione.

 

I conti con la famiglia, non in famiglia

Si chiama giustamente famiglia di origine. Veniamo da lì. Ma poi si va. Con calma o a gambe levate, fuggendo o allontanandosi pian piano. Con lacerazioni o accordi, rotture o condivisioni. Questa andata porta con sé l’insegna della nostra elaborazione sulla vicenda edipica.

In realtà tutto dipende dal come si va. E’ un andare che non riguarda l’uscire o il rientrare, l’allontanarsi o l’avvicinarsi. Si va per, con, verso. I conti talvolta si ingarbugliano Si va anche per poi poter rientrare meglio. Me se si va è perché all’orizzonte sembra intravedersi un’altra famiglia o meglio una famiglia altra. Ossia una donna altra (rispetto alla madre) o un uomo altro (rispetto al padre). L’incesto è eminentemente una fantasia che può anche essere praticata tenacemente, con persistenti risultati. Ma l’enigma dell’alterità rimane. Per fare i conti con la propria famiglia occorra saper conteggiare un’alterità senza incorrere in un’alterazione.

Probabilmente l’errore è strutturale nel fare questi conti. Così come ogni incontro amoroso incorre nel malinteso. Ogni incontro sembra l’altra parte, il rovescio, dell’errore di calcolo. Qualcosa fallendo da una parte, riesce dall’altra, ma riconoscere questa logica non è facile. Ciò che riesce (se c’è errore) è forse il nostro mito edipico, la sua natura ambivalente.

Il mito edipico, in un certo senso, combina l’idea che abbiamo della famiglia da cui proveniamo con l’idea di quella che desideriamo creare. Il mito è la punta dell’iceberg del fantasma, fluctuat nec mergitur.

 

Sul mito, tra lutto e memoria 

Il mito, che attinge alla memoria, è ciò che resta del lavoro del lutto, o forse riguarda il lavoro infinibile del lutto. E ancora: il mito è ciò che resta di sacro nel lutto. E’ il sacer di Totem e tabù: l’inavvicinabile, la parte maledetta, il nucleo di odio, il punto di orrore e di venerazione al tempo stesso. La memoria è sacra perché si è formata attraverso il duro lavoro del lutto. Il resto di questo lavoro è ciò che si impone come mito. La memoria si appoggia sulla perdita, il mito sulla dimenticanza.

La stessa forza e la stessa violenza con cui l’oggetto, a un certo punto, è sparito agisce nel mito lungo la direzione dell’astrazione. C’è qualcosa di pulsionale nel mito, a volte di talmente pulsionale che il corpo se ne va asceticamente al martirio, tanto desidera testimoniare.

Il mito allaccia così, in modo indissolubile, idealizzazione e identificazione. Significa che siamo disposti a pagare con la nostra moneta, a testimoniare in prima persona, addirittura ad assumere una responsabilità che riteniamo inassumibile. Il mito predilige l’impossibile. In tale predilezione ripete ciò che ha dimenticato. Infatti nota Lacan che “il mito è il tentativo di dare forma epica a ciò che si opera secondo struttura” . L’epica: significante ormai desueto ma straordinario. Quando la memoria potrà essere praticata, attraversata in lungo e in largo, come un’epica? Forse è la guarigione in psicanalisi .

 

Sul figlio prodigo e la sua impresa

La straordinaria parabola del “figlio prodigo” enuncia distintamente le due posizioni del figlio: prima e dopo il tramonto del complesso edipico. Nella prima posizione l’eredità che pretende è ben presto dissipata. Nella seconda il figlio ritorna a casa pensando di non essere più degno di “essere chiamato figlio”. Tra la prima e la seconda posizione essenziale la disperazione, effetto di una sorta di parricidio simbolico:  “Per la fame avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava”. Il figlio prodigo è uscito di casa e poi è tornato.

Il fratello maggiore no, è rimasto a casa, accanto al padre. Ora che è rientrato il fratello minore, egli rimane sulla soglia: “si adirò e non voleva entrare in casa”. Il figlio maggiore, rimasto sempre in famiglia, non ha mai disobbedito al padre, lo ha sempre servito e riverito. Non ha mai affrontato il parricidio. Attende la morte del padre per ereditare ovvero per occupare il suo posto e godere dei suoi beni. Non riuscirà a creare un’altra famiglia ma vivrà nel benessere.

Nulla sappiamo di che cosa farà il figlio prodigo dopo il suo ritorno. In realtà più che un ritorno sembra un approdo, come quello di Ulisse ad Itaca. Infatti dopo l’approdo Ulisse si getta nell’impresa contro i Proci, usurpatori della casa. Una riconquista per “possedere davvero”.

In margine: essenziale che il padre, in questa parabola, stia “dalla parte” del figlio prodigo, non tanto perché è tornato, ma perché ha osato. Ma è straordinario che nulla si dice nel testo del dolore del padre. Il padre insomma riceve un bel niente. Ma se è padre non può abbondantemente farne a meno? Questione importante, da esplorare lungo le vicissitudini psichiche in gioco nelle separazioni. Formuliamolo più radicalmente: che posizione è riservata al padre nel fantasma materno?

 

Da dove viene la famiglia e dove non va

La famiglia incomincia quando la cosa, la cosa sessuale tra i due,  diventa pubblica, ossia diventa cosa pubblica. Si tratta di due forme della sessualità, in un certo senso riconducibili rispettivamente ad eros e agape. Ciascuna delle quali ha una portata politica, ossia riguarda altri, chiama in causa e implica il sociale. Dal sessuale al sociale. Il terzo è dato: il figlio per esempio, ma non solo.

Curiosa e di grande interesse la densa dissertazione giuridica relativa alla definizione di famiglia. Il diritto di famiglia mette in gioco aspetti economici, etici, giuridici, simbolici, psichici. C‘è tuttavia una difficoltà strutturale, difficile da formalizzare, che è quella di cercare di definire il sessuale tra un uomo e una donna. Come dire che la possibilità del “rapporto sessuale” (per Lacan tutt’altro che un “rapporto”, quindi incommensurabile ovvero impossibile) istituirebbe la condizione della famiglia. La “stabilità” di tale rapporto sancita in ambito sociale (per esempio con il matrimonio) salterebbe un grado (dall’ambito privato a quello pubblico) e istituirebbe la condizione della famiglia.

Diventando famiglia “c’è rapporto” tra un uomo e una donna, la loro relazione, da incommensurabile, diventa formalmente “rapporto”. La cosa ha notevoli implicazioni. Si va dalla commedia al tragico, dal truculento al melodrammatico, dall’umorismo al comico. L’accento tuttavia ricade sull’intellettualità, sull’enigma del sessuale.

Dunque da dove proviene la famiglia? Schematicamente possiamo individuare tre passaggi. Occorre ci sia relazione sessuale (la cosa di cui parla Freud) tra un uomo e una donna (ecco il contingente). Tale relazione deve istituirsi come rapporto (ecco il possibile). Infine i due diventano famiglia quando vi è un riconoscimento sociale della loro unione (ecco il necessario). Chiamare tutto ciò sintomo è inappropriato. Dipende. La famiglia è un’istituzione sociale, ma per l’individuo è un approdo tutt’altro che naturale, sociale o giuridico.

Appena una notazione: l’impossibile, in tutta la faccenda, è rimasto a monte . Ma come poi constatiamo scende a valle, talvolta come valanga. Il meno che si possa dire è che ogni famiglia si struttura sullo straordinario arginamento di questo impossibile, più o meno “riuscito”. La storia di ciascuna famiglia è anche la storia di questa vicissitudine. Il cui esito lascia segni. Il romanzo familiare è la ricostruzione di questo accadimento “epico”. Ma la cosa è più complessa. E per i figli ancor di più.

 

I tre parvenu

Il presupposto base della famiglia è la monogamia. Il matrimonio ne è simbolicamente la condizione. Altrettanto essenziale è l’eventualità della prole. Procreazione dunque ma con la certezza della paternità. Sulle due certezze, quella della maternità e quella della paternità ci sarebbe molto da dire. Per il figlio, in termini psichici, è una certezza basata unicamente su quello che gli viene raccontato (che non è esattamente una prova certa, semmai una testimonianza).

Ritorniamo alla questione: senza padre non c’è famiglia. Ulteriormente: c’è famiglia solo se c’è figlio. La famiglia incomincia quando un uomo e una donna non escludono di diventare padre e madre. Che lo diventino realmente è un’altra cosa. Il figlio arriverà o non arriverà.

Padre, madre, figlio: tre parvenu. Perché ciascuno rispetto al proprio statuto fa come se lo avesse sempre saputo e padroneggiato, in realtà non sa niente o quasi . O meglio, ciò che ciascuno sa, crede di saperlo in base alla propria memoria di quando era figlio e di quando i suoi genitori si occupavano di lui. Ma la memoria tradisce e inganna. E spesso i genitori, credendo di padroneggiare la loro funzione, spadroneggiano. E malamente, come ogni bravo parvenu. Il quale vuole a tutti i costi tagliare con il passato.

Il figlio quando si accorgerà di essere figlio anche del tradimento e dell’inganno della memoria dei propri genitori probabilmente avrà felicemente inteso qualcosa della propria (e della loro) famiglia. Spetta a lui decidere se fare il parvenu ossia se “adottare” tutto ciò che gli viene detto. Freud, a modo suo, lo diceva a gran voce con un verso di Goethe: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”.

Una breve considerazione sulla effettiva disparità tra maternità e paternità. La prima è di gran lunga più complessa della seconda. E’ tutt’altra cosa, perché la maternità passa materialmente, e non solo psichicamente, dal corpo di una donna. Qui femminile e maternità si rincorrono, talvolta gareggiano, talvolta si escludono radicalmente .

 

Sulla famiglia biotecnologica 

I due assiomi simbolici (senza padre non c’è famiglia e senza figlio non c’è famiglia) costituiscono il contributo della psicanalisi all’attuale dibattito sulla famiglia, per esempio quello sui pacs o sui genitori “omoparentali”.

Non molti oggi sono disposti a sostenere che senza padre non c’è famiglia. Viene accolta la possibilità che (in una versione fantasmatica della fecondazione assistita) una donna possa approdare alla maternità senza padre. Come se madre e figlio potessero da soli “fare famiglia”. Simbolicamente no, simbioticamente sì. In questo scarto e in questo rischio, c’è molto da indagare.

Finora sembra affermarsi nei dibattiti pseudo politici l’idea che occorre assicurare alle donne un diritto alla maternità (che giuridicamente non è mai esistito). Il peggio è che viene considerato un diritto primario che prescinde dal cosiddetto nascituro. La biotecnologia preferisce chiamarlo nascituro per eludere la questione del figlio. Se un qualche diritto alla maternità dovesse davvero prevalere su un diritto del figlio (di nascere da un simbolico “sano”) sarebbe il regno della perversione istituzionalizzata.

Fare un figlio non riguarda la riproduzione ma la filiazione. La famiglia non è un organismo per la “riproduzione”. Nel trionfo delle biotecnologie e della biologia è il significante  “riproduzione” a farla da padrone. Il significante “figlio” non compare nelle loro competenze. Le quali semmai  si occupano  di bambini, ossia di oggetti le cui caratteristiche fisiche possono essere scelte in base a preferenze estetiche. Anche qui si tratta di perversione ben scientificizzata. Sì, la perversione di oggi si innesca e cresce come una protesi dell’immaginario: ormai si possono fare cose davvero impensabili. E allora perché non provarci?

 

Figure dell’incesto nell’epoca dell’in-globalizzazione 

La stessa considerazione di prima sul diritto alla maternità (curiosamente) vale per l’ipotesi delle adozioni da parte di omosessuali “sposati”. Mi sembra difficile che la relazione tra due cosiddetti gay possa essere considerata famiglia. Affermazione che non procede da un’istanza morale o etica ma è strettamente logica, oltre che clinica.

Il motivo principale (ma non l’unico) è ravvisabile nel presupposto stesso per cui due individui amano definirsi e riconoscersi gay. Se si amano come gay, ossia amano innanzi tutto riconoscersi, buon per loro. E’ un aspetto dell’amore. Che cerca di conquistarsi l’ideale della reciprocità, del rapporto. I gay spesso dichiarano di riuscirci. E così l’impossibile del rapporto sessuale diventa la meritata punizione che spetta all’inestirpabile “omofobia” degli “etero”.

La stessità vuole riprodurre stessità. E l’amore qui ama il simile, la stessità dell’ideale narcisistico dichiarato raggiungibile. Ma questo è appena un aspetto dell’omosessualità  – altra cosa dall’essere gay – che in realtà implica, dal punto di vista clinico, altri scenari tra cui quello dell’amore del padre, del fantasma materno, delle vicissitudini pulsionali, della questione del femminile.

Del resto la tradizionale opposizione tra eterosessualità e omosessualità chiama in causa il tasso di autoerotismo che interviene sia nell’una sia nell’altra per mantenere una distanza fobica dall’alterità, dalla differenza, dall’eteros. C’è qui un nodo essenziale tra narcisismo ed (auto)erotismo, tra godimento e castrazione. E ancora molto altro.

Lo statuto della famiglia non si basa sulla stessità nel senso che la famiglia esclude l’incesto (ma non le sue fantasie), anzi lo avversa. Parlare di famiglia incestuosa  mi pare una contraddizione in termini. Lo statuto della famiglia (anche per via dell’impossibile del rapporto sessuale che è rimasto a monte) è piuttosto esposto alla differenza, alla precarietà, all’alterità, a combinatorie imprevedibili, all’incommensurabile. La famiglia è una figura dell’incontro (tyche), è esposta all’arte dell’incontro.

 

Sul matrimonio e sul patrimonio

Davvero particolare come il simbolico si svolga secondo una logica stringente. Proviamo a ripercorrere questa sorta di sillogismo. 1) la famiglia presuppone l’incontro tra uomo e donna; 2) il figlio non è escluso; 3) quindi la famiglia, alla lettera, esige matrimonio e patrimonio.

Matrimonio, ossia matris munus, ciò che dà la madre. Patrimonio, ossia patris munus, ciò che dà il padre . Due doti. Una donna attraverso la maternità dà la vita a un altro essere. Un uomo diventando padre dà la possibilità al figlio di “crescere” e altre cose .

“L’ordine familiare – scrive Lacan – non fa che tradurre che il Padre non è il genitore, e che la Madre resta a contaminare la donna per il piccolo d’uomo; il resto consegue” . L’ordine della successione ha due anime, forse quattro (Padre, genitore, Madre, genitrice). E la vicenda del debito filiale ha due registri perché, in un certo senso, due sono le doti che ha ricevuto: per esempio (ma non solo) dalla madre la vita, dal padre il nome. La questione è ancora più complessa perché il genitore non coincide con il padre .

L’inconscio risente di questa complessità, di questa non linearità delle generazioni. Il romanzo familiare, secondo Freud, è dominato dal tema della scena primaria, inconcepibile appunto. Da dove vengono i bambini? Da un punto cieco, da un interdetto, da un non sapere sul sessuale. Si fantastica sempre di provenire da un’altra famiglia. O di essere stati adottati. Di credenza in credenza.

Sull’idea di generazione è facile degenerare. Ogni figlio si pensa come un degenere. E non può che partire da lì, dalle innumerevoli figure dell’abiezione, dell’esilio, dell’esclusione, della maledizione, dell’elezione. L’importante è che non ci rimanga.

 

Il figlio quale patrimonio pubblico

La famiglia procede come un progetto “politico” che non si chiude nell’economia domestica della cosa sessuale ma è aperta alla cosa pubblica  nel senso che riguarda e coinvolge altri, la società, il sociale, la civiltà.

Il tema freudiano dello straniante (Unheimlich) discende dall’elaborazione freudiana intorno all’edipo e all’incesto. La cosa sessuale non è domestica, non rimane tra le mura della casa. Se l’io non è padrone in casa propria, significa anche che il figlio non rimane tra le mura. Soprattutto non rimane dove è messo.

Il figlio è un significante che nasce in un ambito privato dominato da un volere individuale, quello dei genitori, e solo successivamente si immette, diventando maggiorenne, in un ambito pubblico dove i genitori, in un certo senso, dopo essersi autorizzati si esautorizzano da sé (de facto o de jure). Questo per quanto riguarda i genitori. Solo il padre, agli occhi del figlio, non si esautorizza mai. Ed è questo il nodo di tutta la faccenda.

Per sua natura simbolica il figlio è un significante che attraversa i due registri, dal privato al pubblico, passando dall’uno all’altro. Età evolutiva è il nome “naturalistico” che il discorso medico ha trovato per questo passaggio.  Straordinario: non mi sembra vi siano altri significanti che “passano” da un ambito privato a quello pubblico e che proceda in una logica dettata da un autorizzarsi e da un esautorarsi. La distinzione latina tra potestas e auctoritas mantiene forse la traccia di questa logica.

 

Sulla certezza nel cristianesimo 

Quest’ultime considerazioni non è escluso abbiano a che fare con la differenza del cristianesimo dalle altre religioni monoteistiche. La centralità del cristianesimo infatti riguarda il significante figlio . E le divisioni interne al cristianesimo, nel corso della storia, si sono basate o sono procedute da differenze relative allo statuto di questo significante.

Inoltre nel cristianesimo è in gioco una sorta di certezza che viene enunciata dalla parola del figlio: se c’è figlio c’è Padre. Deduzione tutt’altro che naturale. A mo’ di sofisma: se l’ebraismo procede di Padre in figlio, il cristianesimo procede di figlio in Padre. Tra le varie conseguenze abbiamo che i figli hanno, tra loro, un legame differente. Rispetto all’ebraismo tale legame introduce un differente fantasma di elezione. “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Sull’amore tra i fratelli ci fermiamo, data la complessità .

Dunque nel cristianesimo un Figlio dice di morire per salvare il Padre. Per testimoniare che c’è Padre . E’ questo il monumento che sta alle fondamenta del pensiero occidentale. Senza questo monumento ogni religione equivarrebbe ad un’altra, e forse non necessariamente monoteista .

Ritornando alla questione politica: i figli sono patrimonio pubblico in quanto veicolo simbolico nonché materiale di trasmissione e di trasformazione. La trasformazione è del figlio, dicevamo qualche pagina indietro. Ora dobbiamo aggiungere che tale trasformazione ha una dimensione politica perché coinvolge un ambito pubblico. Freud, che elabora moltissimo la questione del padre e pertanto del figlio, afferma che la psicanalisi è un’opera di civiltà. In tale direzione andrebbe riletto il suo testo Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921). Una battuta: il figlio è sempre al plurale. L’esistenza del significante figlio implica altri, gli altri.

 

Ricevere senza domandare

La questione è che il figlio riceve senza chiedere né domandare. Ne consegue che il debito simbolico, in un certo senso, assume i contorni di un obbligo. Quasi un credito preteso. Cosa che il fantasma materno mette in scena abbondantemente nell’investire il figlio delle vicissitudini di un desiderio irrealizzabile. Anche il padre (o meglio il genitore) pretende, lasciando in nome della legge che il senso di colpa faccia il suo corso.

Il tramonto del complesso edipico si svolge come elaborazione della vicenda di questo debito dal duplice volto. Ecco i “due delitti di Edipo”, come li chiama Freud in Totem e tabù. Ma l’uccisione e il delitto (il parricidio e l’incesto) sembrano l’unica via per avviarsi, a proposito del padre, verso un grado di astrazione differente che approda al superio e all’ideale dell’Io . E  alla modulazione soggettiva del complesso di castrazione.

L’edipo è la struttura che (ancora e nonostante tutto) ci mette al mondo. Che ci introduce al parricidio, ossia ad un lavoro di rettifica soggettiva della legge, e alla sessualità ossia al nostro modo di desiderare, di “fare” desiderio, di sentirlo, assecondarlo e praticarlo.

Chi evita di fare i conti con la propria vicenda edipica in che modo può ammettere o pensare al significante famiglia?  Ritroverà lo straniante in casa o la vergogna dappertutto. Giocherà a fare papà e mamma.

 

Su ciò che si eredita  

Come ricevere oggi quello che i genitori non mi avevano dato in passato? Ecco l’aporia dell’eredità. Una sorta di esproprio obbligato, qualcosa di osceno. C’è un ricevere, per via giuridica, che va al di là del matrimonio e del patrimonio , ossia di ciò che i genitori hanno desiderato o voluto dare al figlio. Ora, post mortem, non dipende più dal loro desiderio o dalla loro volontà. Non è nemmeno un dono.

Forse è questo il motivo per cui spesso i figli dissipano, in onore del padre e della famiglia, il patrimonio che hanno ricevuto, in particolare se ingente. E’ come estinguere un debito, restituire qualcosa ricevuto impropriamente.

L’eredità è sempre esosa: chiede più di quanto dà. Straordinario ciò che dice Freud utilizzando un verso di Goethe: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. In breve: il soggetto incomincia a esistere (quindi non più in quanto “figlio di”) solo quando ciò che ha è stato conquistato con le proprie mani. Dare e avere sono l’emblema e l’opera della vita pulsionale.

 

Sul caso clinico

Crediamo che l’eredità avvenga con il sigillo della morte. C’è un’altra piega, giuridicamente impropria, che opera mediante una sorta di contrattempo temporale, ossia come aprés-coup: già alla nascita ereditiamo un corpo, riceviamo un nome, ci viene insegnata (quasi affidata) una lingua. In breve c’è un’eredità che riceviamo subito, con il primo primo respiro (e ancor prima). Ma ce ne accorgiamo dopo.

Non ne sappiamo nulla e dobbiamo subito cavarcela. Abbiamo a che fare con queste cose (e molte altre) che nella nostra famiglia saranno dette, contraddette e interdette, nonché praticate in mille modi.

Che ne faremo di tutte queste cose? Sono troppe o sono poche? Alcune le useremo, altre le abbandoneremo. Forse a un certo punto ne abuseremo. Osando. Incessantemente traducendo e tradendo. E viceversa.

Ma non è questo lo scenario in cui si svolge il lavoro analitico? La clinica prende avvio quando incomincio a sapere qualcosa di queste faccende e ne faccio tesoro. Passando e ripassando per il lavoro dell’inconscio.

Il caso clinico incomincia quando la soggettività (che non è l’Io) si mette all’opera, con il suo stile e la sua logica. E si rivolge a qualcosa, si mette a disposizione, si spinge verso. Va oltre me.  “Le nostre diagnosi – scrive Freud – hanno luogo assai spesso solo posticipatamente (Nachtraeglich)” . Qualcosa di analogo accade a ciascuno: viene a sapere solo dopo, retroattivamente, in quale famiglia è nato. Ma per saperlo, prima deve volerlo sapere, come Edipo.

La ricerca che sta conducendo il filosofo Giorgio Agamben (per esempio con Homo sacer, Mezzi senza fine e in particolare con L’aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2002) punta a radicalizzare il tema dell’umano esplorando storicamente e politicamente in che rapporto sia con quello dell’animalità. Dal modo con cui viene istituito questo rapporto “biopolitico” dipende un esito sociale che qualifica una civiltà intesa come sistema politico realizzato. Tra i numerosi filoni di questa ricerca mi sembra importante segnalare qui quello che coniuga il tema della pulsione di morte con alcune implicazioni sociali e politiche della nostra più recente modernità. Come potrebbe la biopolitica prescindere da significanti come la morte, il corpo, l’animalità, l’esistenza, la soggettività? Del resto la famiglia, istituto sociale deputato a “riprodurre” la specie, non si situerebbe al centro di ogni strategia biopolitica?

Forse solo oggi riusciamo a cogliere differentemente l’effettiva portata della questione della “purezza della razza” che ha rappresentato l’emblema politico e sociale del razzismo del Novecento. Emblema atroce di morte e di nichilismo. Non riducibile e confinabile, tuttavia, unicamente all’ambito del razzismo verso gli ebrei o alla “geopolitica” del nazismo. Segnaliamo, tra l’altro, come il significante purezza sia un significante persecutorio che non termina con il nazismo. L’integralismo, forse, ne è il principale erede. Ma non l’unico.

Questione che prolifera di malintesi. Lasciando al lavoro simili malintesi aggiungiamo appena qualche considerazione. Forse le questioni poste da Freud (da Totem e tabù a Mosé e il monoteismo) andrebbero situate nel punto di congiunzione e di separazione dei due monoteismi. Freud esplora lo statuto del padre sicuramente attraverso la questione ebraica. Lo statuto del figlio viene da lui avanzata attraverso la formulazione, e in un certo senso la reinvenzione, della struttura edipica. Tale formulazione, per i significanti implicati, si muove verso il cristianesimo (ecco il punto). Tale complessità va esplorata anche partendo dalla considerazione secondo cui Freud è sicuramente laico ma non ateo. Curioso notare, infine, che gli “eredi di Freud”, nel dopoguerra, siano stati gli anglosassoni e gli statunitensi, essenzialmente di matrice protestante. L’esito storico è stata una diffusa “conversione” della psicanalisi alla psicoterapia con annessi e connessi (puritanesimo, pragmaticismo, comportamentismo, cognitivismo, ecc.).

Cfr. Jacques Derrida, Ciò che resta del fuoco, SE, Milano 2000.

Cfr.S. Freud, Ricordi di copertura (1899), in OSF, vol. II, Bollati Boringhieri.

Cfr. S.Freud, “Ricordare, ripetere, rielaborare”, in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi (1914), in OSF, vol.VII., Bollati Boringhieri.

Frase che riprende, parodiando, quella di Jacques Lacan: “Più si è, di santi, più si ride” (in J. Lacan, Televisione, Einaudi, Torino, 1982, p.78).

J. Lacan, Televisione, cit., p.88.

Sul tema della guarigione in psicanalisi importanti i contributi raccolti in Il senso e i modi della cura (AA.VV., a cura di G. Bertelloni, S. Berti, P.G. Curti, Edizioni ETS, Pisa 2005) in particolare il contributo di Sergio Contardi “Novità dell’inconscio”.

Sul tema dell’impossibile relativo al non rapporto, è rilevante il lavoro di Jean- Luc Nancy, Il c’è del rapporto sessuale, SE, Milano, 2002

La considerazione vale anche per la donna che prima affronta e gestisce la maternità, poi accudisce e cresce i figli. Può esistere un “sapere” materno “proveniente dalla natura” senza quanto meno un’integrazione soggettiva? La questione è la reinvenzione che ogni madre è costretta a fare della maternità. Decisivo in tale lavoro la posizione del desiderio e del fantasma.

Parliamo di maternità e non del materno (cfr. AA.VV. Il materno, a cura di M. Bobbioni, Edizioni ETS, Pisa 2004). I due termini vanno tenuti distinti. Il materno rischia talvolta di essere marcatamente “vorace” in quanto la funzione di madre si situerebbe essenzialmente rispetto al figlio. La maternità invece include la funzione di padre. Verrebbe da dire: il materno ha solo il suo bambino come oggetto elettivo, la maternità implica un figlio e suo padre.

In questa direzione è interessante il concetto di “realtà integrale” elaborato da Jean Baudrillard in Il patto di lucidità e l’intelligenza del male, Raffaello Cortina, Milano 2006.

Cfr. Vittorio Cigoli, “Dalla parte della famiglia”, in AA.VV., I figli contesi, Milano Unicopli, 1991, p.46.

Ecco una famosa questione: in che cosa consiste la funzione di padre? Vicenda che al di là degli aspetti materiali e sostanziali, rinvia a tutt’altro genere del dare e del donare. Ma occorrerebbe distinguere ulteriormente, perché è parecchio differente la connotazione simbolica del padre se è posta  rispetto al figlio o alla figlia.

Lacan, Televisione, cit., p. 89.

E’ importante notare che la radice etimologica che si riferisce a pater, in tutte le lingue indoeuropee, non ha mai il significato di padre biologico. Pater sembra indicare un principio astratto (relativo a un’immanenza) che prescinde dalla generazione biologica. Tutto ciò riguarda, per altro verso, il dibattito, nella letteratura psicanalitica, sulla funzione paterna. Essenziale l’insistenza con cui Freud, da Totem e tabù a Mosé e il monoteismo, pone l’accento sulla considerazione secondo cui  simbolicamente il “vero padre” è il padre morto. Come lo zero che fonda la serie dei numeri.

E’ in questa direzione che mi sembra sia leggibile l’affermazione di Jacques Lacan (in Dei Nomi del Padre. Il trionfo della religione, Einaudi, Torino 2006) quando afferma che “c’è una vera religione, la religione cristiana” e inoltre che “la vera religione è quella romana” (p.99).

Evochiamo appena il gioco di parole di Lacan che parlava di frérocitè, parola che condensa, nella lingua francese, fratello e ferocità. Abbiamo l’impressione che tra ebraismo e cristianesimo vi siano due connotazioni della frérocitè, immaginata e storicamente praticata.

Questi enunciati, che costituiscono un nodo esplorato da Freud, in fin dei conti ruotano intorno alla logica del parricidio: il Figlio muore per dimostrare che il Padre non uccide (i figli ossia i fratelli) o non violenta le donne (sue o quelle degli altri), ecc. Si tratta di un’equazione che può svolgersi in diverse modulazioni a seconda dei significanti che coinvolge. Ma è essenziale che il cristianesimo si fondi sulla parola del figlio che afferma che c’è Padre. Nell’ebraismo è diversa la posizione di figlio.

Considerazione tutta da esplorare: funzione, posizione e statuto della madre. Se il figlio si definisse unicamente in relazione alla madre, saremo nel politeismo e nel paganesimo.

Jacques Lacan, I complessi familiari, Einaudi, Torino 2005, p. 32 e 40. Testo essenziale e imprescindibile a tutta la problematica qui affrontata.

Cfr. lo splendido libro di Lydia Flem, Come ho svuotato la casa dei miei genitori, Archinto, Milano 2005.

S. Freud, Introduzione alla psicanalisi (1932), in OSF, vol. XI, Bollati Boringhieri, p.259.