FREUD A ROMA. Interventi all’Istituto Maiorana di Guidonia

Segnaliamo gli interventi (15 e 16 aprile 2019) di Giancarlo Ricci all’Istituto MAIORANA di Guidonia, invitato dal Preside,
prof. EUSEBIO CICCOTTI.

Il primo intervento su
“Freud e il metodo psicoanalitico”,
il secondo sulla lettura di un film del 1950 di 
Luis Buñuel,
LOS OLVIDATOS.

Presentiamo di seguito alcune pagine di Ricci relative al mito di Roma in Freud.

 

Freud il desiderio di visitare Roma è antichissimo. Risale agli studi ginnasiali e all’amicizia con Emanuel Loewy, professore di archeologia a Roma, con cui faceva lunghissime conversazioni. “Il mio desiderio di andare a Roma è profondamente nevrotico”, scrive a Fliess. “E’ legato all’infatuazione che nutrivo al ginnasio per l’eroe semita Annibale”. E prosegue: “In realtà anche quest’anno, come accadde a lui, avvicinandomi a Roma, non sono riuscito ad andare oltre il Lago Trasimeno”. Nell’Interpretazione dei sogni  spiega ulteriormente questa fantasia: “Avevo allora seguito le tracce di Annibale: come lui non ero riuscito a vedere Roma”. Più avanti: “Annibale e Roma simboleggiavano, per me adolescente, il contrasto tra la tenacia dell’ebraismo e l’organizzazione della chiesa cattolica”. Freud ha trascorso più di una volta le sue vacanze in Italia, sempre con la tentazione di raggiungere Roma. “Per molto tempo – scrive nell’Interpretazione dei sogni  – dovrò continuare ad appagare questo desiderio soltanto nei sogni, perché ragioni di salute mi costringono a evitare un soggiorno a Roma nella stagione che è a mia disposizione  per viaggiare.”

Roma è quel punto lontano, astratto e irragiungibile attorno a cui ruotano miriadi di altre città. Gli occorreranno sei anni di navigazione in terra italiana prima di mettere piede a Roma. Perché? Forse che Roma rappresenta il centro di un vortice, una discesa nel Maelstrom? In effetti dopo aver oltrepassato le colonne d’Ercole non pensava ad altro che a incontrare finalmente questo vortice. “Ogni sogno – aveva scritto – ha perlomeno un punto in cui esso è insondabile, quasi un ombelico attraverso il quale esso è congiunto con l’ignoto”.

Nel settembre del 1901 con il fratello Alexander finalmente mette piede a Roma. Vi rimane dodici giorni. “E’ un punto d’arrivo”, dichiara. In una lettera a Fliess: “E’ stata un’esperienza sconvolgente e, come sai, l’appagamento di un desiderio a lungo accarezzato”. Nella stessa lettera distingue “l’antica Roma” (” mi sarei inginocchiato in adorazione”) dalla “seconda Roma” ovvero quella dei papi, quella che “non mi è stato possibile godere liberamente perché non ho potuto tollerare la menzogna della salvezza del genere umano che innalza così orgogliosamente la sua testa verso il cielo”. Infine: “Trovo la terza Roma, quella italiana, simpatica e piena di promesse”.

Tre anni prima, alle prese con le difficoltà relative alla stesura dell’Interpretazione dei sogni, confidava a Fliess: “Mi manca il raccoglimento necessario per fare qualcosa d’altro che studiare la topologia di Roma della quale ho una nostalgia sempre più acuta”. Come può Freud parlare di nostalgia quando non ha mai visitato Roma? “E’ evidente che io mi sforzo invano di vedere in sogno una città che non ho mai visto da sveglio”.

Roma è l’emblema dell’audacia, una tappa assolutamente decisiva.  L’idea e la possibilità di visitarla si fa insistente solo a partire dalla morte del padre e dopo la pubblicazione del suo lavoro sulla teoria del sogno. Il mito di Annibale che conquista la città eterna, diventa “simbolo e pretesto di vari altri desideri ardentemente caldeggiati”.

Roma è il cuore del mito freudiano del viaggio, il punto più alto dell’itinerario. Rappresenta una svolta radicale. Costituisce anche l’emblema dell’approdo, l’ombelico che conduce verso una regione ancora da esplorare, “indistinta”. Dopo il tempo della ricerca che è un tempo per comprendere, segue l’istante per concludere: dopo aver passato in rassegna e verificato mille ipotesi, segue la decisione di fondare la propria città. Con Roma, Freud è dinanzi alla propria storia in una prospettiva frontale. Ormai non è più possibile sfuggire, rimandare, tornare indietro. Lo sottolinea con queste parole scintillanti: “Mezzogiorno, di fronte al Pantheon. Ecco di cosa ho avuto paura per tanti anni”. E’ una considerazione scarna, fulminea, ma la più efficace che Freud potesse comunicare a Martha, dopo le prime ore in cui è arrivato a Roma. Tre giorni dopo, in un telegramma: “Questo pomeriggio, alcune poche impressioni delle quali si vive per anni”.

Nella visita del 1907, in una lettera a Martha, egli riferisce un curioso episodio: ” ‘E quindi uscimmo a riveder le stelle.’ Chi sa chi è l’autore? Fino a stasera sono rimasto in un columbarium  romano, nelle catacombe cristiane ed ebraiche. Là sotto vi è un’atmosfera gelida, cupa e spiacevole. Nella catacombe ebraiche le iscrizioni sono in greco, su molte lapidi si vede il candelabro, mi pare si chiami menorah. La guida – ero l’unico visitatore – aveva dimenticato le chiavi per l’uscita, e così avremmo dovuto o tornare indietro o rimanere sotto. Mi sono deciso per la prima alternativa”. Il tono del resoconto di questo curioso contrattempo è divertito. Quasi celatamente avesse desiderato “rimanere sotto”. Ormai non teme più il labirinto in quanto sa che Roma è la città dove il sole è più alto.

  La luce meridiana di Roma illumina il punto culminante dell’avventura di Freud e al tempo stesso preannuncia lo svolgimento. Il passo con cui, quasi violando un antico tabù, entra nella sacra Roma, lo spinge risolutamente a dichiarare: “Io disegnerò la prima rozza mappa di questo territorio”.

(Da Le città di Freud, di Giancarlo Ricci)

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