Il padre dov’era?

di Giancarlo Ricci

Quando la società non sostiene più l’autorità del padre, non si può più garantire l’annodamento che permette di legare l’inconscio alla significazione sessuale.
Melman, L’uomo senza gravità, Bruno Mondadori, Milano, p. 128

Nella società ipermoderna la diffusione dell’omosessualità e l’accentuazione della confusione dei generi pare proporzionale al declino del padre, al suo indebolimento simbolico. La prima conseguenza, con tutta la sua portata clinica nel processo strutturale di costituzione soggettiva del figlio, la riscontriamo nel prevalere, tanto nella famiglia quanto in una socialità diffusa, del codice materno.
Queste due polarità, il declino simbolico del padre da una parte e il prevalere massiccio del ruolo materno, ci permettono di cogliere nell’epoca dell’evaporazione del padre  una particolare conseguenza: la sospensione di una funzione che ponga limiti e norme al godimento ha come conseguenza la confusione dei sessi,  il  gioco perverso del travestitismo sociale, l’esibizione di un corpo ipersessuato o asessuato, la ricerca estrema e provocatoria di godimenti nuovi e interscambiabili.
Il realtà questo vacillamento dell’identità sessuale del soggetto, soprattuto quello maschile, rinvia a un’interrogazione radicale intorno allo statuto di figlio. Da dove viene il figlio? A quale trasmissione appartiene?  Ma ancor di più il punto è questo: qual è il suo statuto sessuale e come vi accede se egli è colui a cui è consegnato, uomo o donna che sia, il succedersi delle generazioni e dei nomi, a cui è affidata la trasmissione dei valori e delle tradizioni che istituiscono la civiltà?
Non solo, dunque, “il patriarcato è il tipo di ordine che, instaurando la rottura e la disarmonia fra la madre e il bambino, introduce quest’ultimo alla vita sessuale. Il patriarcato è [anche]un ordine che struttura lo statuto soggettivo del bambino e, in seguito, con lo stesso movimento gli apre l’accesso alla genitalità” . Occorre qui precisare che l’accesso alla genitalità significa essenzialmente l’eventualità per il soggetto di inscriversi in una filiazione. Di poter diventare a sua volta padre.
In un certo senso la posizione omosessuale, in quanto sintomo, se da una parte mostra e talvolta esibisce il proprio orientamento come una scelta ineluttabile, dall’altra pare minimizzare la rilevanza simbolica del padre, come se la filiazione fosse organizzata secondo un codice materno.  Come se  fosse assunto e fatto proprio il luogo comune secondo cui i figli appartengono alla madre, i figli sono della madre.
Troppo spesso i padri ritengono di dover cedere il passo alle madri, confermando e celebrando l’idea che tra madre e figlio c’è qualcosa di naturalmente inscindibile o simbiotico. Come se il rapporto madre figlio fosse l’emblema trionfante di una dualità fusionale riuscita. Ma ogni dualità esige il duello, figura della contrapposizione ma anche della dipendenza.
“Ti amo, ma in quanto non ti posseggo davvero, ti odio”. E’ una frase, questa, che parla a chiare lettere di un fantasma incestuoso, di un duello o di un duetto incestuoso. La madre non dovrebbe duellare con il figlio perché non sono due individui pari. E non è un gioco ad armi pari. In questa logica, talvolta drammatica, l’esito è che l’odio si rivolge ben presto al padre, a colui che è ritenuto dividere. Il nodo è che il padre non può essere terzo escluso. Sarebbe come un accessorio, un termine facoltativo, non essenziale e in definitiva non necessario. Serve solo alla riproduzione, affermano alcuni movimenti femministi. Poi è da gettare.
L’ideologia di genere, basandosi su un azzeramento simbolico dell’identità sessuale eretto a sistema, fa fuori il padre, lo espunge. Il fantasma omosessuale lo ignora, lo disprezza, lo irride. Talvolta lo umilia. Nel migliore dei casi gli attribuisce l’indifferenza che si riserva a colui che è stato spodestato da una donna. Da una donna, la madre, che ha preferito colmare mediante il figlio la propria soddisfazione. Fino a dimenticarsi, in questo fare la madre, di essere, ancor prima, donna.
C’è un enorme equivoco intorno alla funzione del padre, un malinteso che ha alimentato, specie nei movimenti femministi, l’idea che il padre interdica o controlli il desiderio o il godimento. Al contrario il padre, strutturalmente, in quanto padre simbolico, è colui che rende possibile l’accesso al desiderio . Che consegna al figlio la potenzialità e la generatività del desiderio. Che chiama ad esistere. Che facendo sentire il suo no apre orizzonti di inaudite possibilità.
“Non ha prezzo quello che avrei voluto da mio padre”. La frase, pronunciata con un timbro di voce segnato da una perdita sgomenta, emerge in una seduta dopo alcuni mesi dalla morte del padre. Frase illuminante, enorme, grandiosa. Sovverte il principio del patrimonio e pone in una diversa luce la questione dell’eredità.
Il vero patrimonio è accorgersi che non c’è prezzo per ciò che il padre non è stato in grado di dare, di trasmettere al figlio. E’ in gioco l’impagabile desiderio di ciò che il figlio avrebbe voluto ricevere dal padre. In effetti la vera eredità è il gesto filiale di assumere soggettivamente questa carenza di munus  facendola diventare una ricchezza, addirittura patrimonio. Il figlio non è in debito con il padre ma assume il debito paterno facendolo suo. Il “non ha prezzo” è la traccia di un pareggio impagabile, come se il ricevere la vita, trovarsi inseriti nel progetto dell’altro e nel suo desiderio, introducesse una dismisura che è percepita, appunto, come impagabile. Il debito della vita è impagabile.
Non è indifferente che questa frase sia pronunciata da un figlio ormai adulto che fa i conti con una difficoltà con il proprio genere nel porsi con le donne. La frase, in tal senso, potrebbe leggersi in questo modo: non ha prezzo quello che mio padre non mi ha trasmesso intorno alle donne.
Diverse scuole di psicanalisi o di psicologia sottolineano, in merito alle principali cause riscontrabili all’origine dell’omosessualità il tema del padre assente. E’ importante precisare bene questo punto perché si presta a fuorvianti malintesi. Non si tratta semplicemente di un padre che non era fisicamente presente nella vita della famiglia o nella relazione con i figli. In breve:  il padre è assente o carente quando nella parola della madre egli è stato degradato, espunto, umiliato, allontanato, messo a morte. Se il riferimento al padre non c’è lì, nelle parole e nel discorso della madre, non c’è altrove, anche se presentissimo.
A risultare problematico per il figlio è l’assenza nella parola della madre del riferimento simbolico al padre. Significa che la madre immagina di poter fare a meno di quella terzietà così imprescindibile alla crescita del figlio, in particolare alla sua identificazione con il genere del genitore.  E’ come se la madre potesse diventare tale senza padre, ossia immaginando il figlio in quanto oggetto fallico esclusivo, proprio. E, sul versante del figlio, come se questi fosse chiamato a colmare  o completare la sua mancanza.
Questa precisazione risulta preziosa nella clinica dell’omosessualità. Ma non significa che il padre, come persona effettiva, sia indifferente o ininfluente. Altrettanto significativa è la parola del padre, il suo modo di porsi rispetto alla funzione paterna, la sua posizione rispetto al proprio desiderio di paternità e di trasmissione.
“Penso di non essere mai stato amato da mio padre, nè io nè gli altri fratelli”. E il paziente prosegue:  Da piccolo mi ha regalato un giocattolo ma penso che non me lo abbia regalato per sentirsi adeguato rispetto al negoziante. Era un regalo non per me ma per lui stesso”. Padre che si sottrae, svicola, non risponde alle questioni poste.
Spesso vi sono padri violenti, altra versione del padre assente. Chi è il padre violento? E’ colui che assume la legge, togliendo il terzo e quindi risponde della legge. Fa come se lui fosse la legge. E’ un abuso:
Padre abusante. Se il padre è abusante nel senso che non si pone come rappresentanza, la castrazione corrisponde a privazione. C’è uno slittamento da un piano simbolico a un piano reale.
Anche qui: come potrà il filgio trovare lo spazio per il proprio desiderio? E per l’assunzione di una legge (morale)? Come potrà attraversare il passaggio tra complesso edipico e Superio? Come potrà svolgersi un lavoro rivolto al riconoscimento, se la parola del padre è rivolta non a riconoscere il figlio ma a sottometterlo a un legge? Quale eredità?
I padri che per affermare l’autorità mortificano i figli (maschi). La funzione di legge non deve mortificare. Se mortifica non può che istigare la perversione come figura della trasgressione da padre abusante proviene figlio abusante ossia colui che cerca a sua volta un ragazzo da fregare, da sottomettere, qualcuno a cui imporre la propria legge individuale. Come se la mascolinità fosse sinonimo della brutalità pulsionale che deve discendere dal più forte verso il più debole. Spesso nelle relazioni tra fratelli, tra i maggiori rispetto ai minori, avviene nel corso dello sviluppo familiare, questa sorta di gerarchizzazione della mascolinità, che viene rappresenta come la richiesta di ubbidienza, la forza, la logica della sottomissione, dell’umiliazione, e via dicendo.