Il punteggio di Vienna

Romanzo di Roberto Barbolini (Garzanti)

E’ sempre il ritmo a tessere le fila della scrittura. O a scomporre, tramare, intrigare. Può capitare che mentre leggiamo un romanzo la trama, lungo impercettibili pieghe, incominci a tramare. Eppure tutto si svolge dinanzi ai nostri occhi, frontalmente. Già dalle prime pagine del romanzo di Roberto Barbolini, Il punteggio di Vienna  (Rizzoli, pp. 208, lire 24.000),  dobbiamo stare all’erta: impossibile prevedere cosa accada o immaginare gesti, situazioni, eventi. La scrittura scintilla riflettendo un formicolio di immagini e allusioni, di bizzarri personaggi e ritratti fuggevoli. Briganti, avventurieri, ladri, artisti, stregoni, apparizioni fantastiche vanno e vengono. E lasciano il sapore del grottesco, dell’assurdo, del comico, del paradosso. Il lettore è sempre sobbalzato altrove. Travolto nella pulsazione alterna e implacabile di distrazione e sottrazione.
Ritorniamo alla trama: opaca, sotterranea, punti¬forme, labirintica, acquorea. A indovinello, a incastro, a intreccio. Avvertiamo pericolo ma non sappiamo di che cosa, né dove, né come. I personaggi e i nomi appaiono e scompaiono, gli anni e i secoli passano e ritornano. Eppure c’è un personaggio chiave, dall’onnipresenza angelica e al contempo terrifica: la figura inquietante della “Potta”, formella in pietra del Duomo di Modena. Troppo donna o troppo madonna, probabilmente troppo santa o troppo puttana: comunque e sempre eccedente, estrema, straniante. La sua inattesa mostruosità si affaccia in ogni episodio: combina e scombina le carte, trascina i personaggi sull’orlo di abissi o li accompagna ridendo nei vortici, muove burattini da un secolo all’altro, produce rincorse, fughe e agguati, tra celestiali e deliziose apparizioni. E’ una mostruosità che si manifesta in prodigi annunciati. Trionfo del dionisiaco? Troppo poco: la “Potta” è un punto vuoto ma – cosa non indifferente – è scolpita nella pietra. Quando c’è appare do¬mestica, addirittura osservabile, quando si allontana gli avveni¬menti prendono una piega diabolica. Gli effetti, pietrificanti, sono come una testa di Medusa che giochi a simulare e dissimulare. I personaggi del romanzo – quasi fugaci “comparse” –  ci cascano in pieno: qualcuno ritiene che la Potta “sia l’esca di un tesoro sepolto”, altri che abbia il potere di confondere “i miraggi e le mete”. Eppure “c’è chi saprà fare buon uso della sapienza annidata in quell’antica figura”. In ogni caso, al di là degli intenti, “sono spesso le inezie a decidere il corso della nostra esistenza”. E gli altri personaggi chi sono? Cosa fanno? Che cosa accade intorno alla Potta da Modena? Miriadi di episodi, di incontri, di racconti antichi: quel che non manca mai è una sorta di iperealismo che fredda magicamente gli eventi, li consegna nella stretta fatale dell’assoluto. Fino a renderli fiabeschi o talmente estemporanei da far supporre che siano scritti mentre accadono.  Intanto gli avvenimenti rotolano sul filo dello spasmo, lama affilata che non lascia scampo.
Dopo diversi libri di racconti – ricordiamo La strada fantasma – questo romanzo (il primo) testimonia il notevole lavoro di Barbolini intorno all’invenzione di una scrittura (forse  di una lingua) narrativa. Il cuore del dispositivo risiede nella trama: non lineare e senza uno svolgimento numerato o numerabile. Piuttosto, tra un accadimento e l’altro, sembra ritorni sempre uno zero a dividere, staccare, separare, divaricare, dilaniare. L’atto del raccontare presuppone il contare: ma nel dispositivo di questa scrittura  le cose si contano una ad una, ripartendo sempre dallo zero. Ma allora quale connessione tra un episodio e l’altro? In ogni episodio l’unica presenza che (letteralmente) conta è la Potta da Modena. Anzi, forse essa coincide con lo zero, con quello zero che fa scaturire una miriade di eventi unici. L’unico modo con cui “comunicano” tali eventi sono alcune parole d’ordine: “ossipanga” innanzi tutto. Parola segreta che apre, nel tempo di un battito di ciglia, un nuovo ingresso: ma è sempre troppo tardi, non ce la facciamo a passare. L’apparizione si dilegua. Siamo troppo lenti: “ci si affanna a interpretare, creare nessi, commemorare. Ma tutta la nostra ermeneu¬tica non vale un prospero”. Insomma: “Ridete pure: non eravamo proprio così ingenui, eppure lo eravamo, lo siamo ancora un poco. Quel tanto che basta per non credere solo alla realtà dei muri di fronte, dall’altra parte del cortile, ma anche ai cieli dipinti, a vedute e quadrature affrescate sulle pareti di stanze dove non siamo mai penetrati”.
Lo stile è l’uomo, diceva Buffon. Qui invece lo stile è l’oggetto.  Quell’objectum  – la Potta – reinventata quasi in ogni pagina: prima ci sfiora con il battuto delle sue ali, ora ci è addosso, spesso rende gli umani “manichini di una storia minore”. La scrittura sembra mimare una danza improvvisata. E l’oggetto rimane imprendibile, impossibile, infrequentabile. Impensabile sfuggire: “La morte ci individua in modo tale da renderci tutti uguali”. Vorremmo scappare, ma questo oggetto con un’impercettibile brezza ci spinge, ancora una volta, verso lo zero. “Il punteggio delle nostre vite non può cambiare, e il suo risultato è uno zero tondo”. Ecco il tema del punteggio: ma quale punteggio, secondo quali regole, in quale partita? “Tutti gli incontri di lotta sono truccati. Gli atleti si fanno mettere con le spalle a terra secondo le istruzioni dell’impresario. Ma una volta all’anno si riuniscono ad Amburgo in una osteria e lottano a porte chiuse, con le tende tirate. Il punteggio di Amburgo serve a stabilire la classe reale di ciascun lottatore. Ma non esiste solo il punteggio di Amburgo, esiste anche quello di Vienna. “Sotto un grande tendone, se le danno di santa ragione. Senza curarsi di far spettacolo o di rispettare le gerarchie imposte dalla popolarità. Lottano a lungo, faticosamente, finché non vince il migliore. Ecco, io penso che la morte dovrebbe essere il nostro punteggio di Vienna. La gara che ristabilisce i valori, al cospetto del nulla”. E’ un punteggio in cui magicamente si riverbera un’epica.

Giancarlo Ricci