IL RISVEGLIO COME LOGICA DELL’INTENDIMENTO

IL RISVEGLIO COME LOGICA DELL’INTENDIMENTO

(O acontecimento da escuta e a escuta come acontecimento)

di Giancarlo Ricci

Intervento al Convegno su “Il risveglio nella clinica e nella cultura” (Rio de Janeiro, aprile 2007)

 

Il capitolo dell’Interpretazione dei sogni dedicato a “Il risveglio per mezzo del sogno” esplora una vera e propria teoria del risveglio. L’articolazione freudiana prende subito le distanze da quella logica binaria che istituisce la coppia sonno-veglia. La clinica psicanalitica introduce piuttosto un’altra logica: il risveglio, propriamente, non è un passaggio, ma una riarticolazione. Pur accadendo a livello dell’Io, implica altre istanze: il soggetto inconscio, il lavoro onirico, l’inconscio, il divario tra realtà (Wirklichkeit) e reale (das Reale).

“Il risveglio – ecco la formula proposta da Freud – è un sogno che comincia”. I paradossi non mancano: la coscienza crede di sapere quando è sveglia. Crede di saperlo nella condizione dell’autorefenzialità: un soggetto crede di poter dire il vero sul proprio risveglio e dicendolo ritiene di non ingannarsi perché crede di riconosce se stesso nel proprio risveglio.

Per cogliere meglio la problematica del risveglio dobbiamo fare un passo indietro e soffermarci sulla complessità della relazione tra coscienza e percezione: “la coscienza sorge al posto di una traccia mnestica” afferma Freud in “Al di là del principio di piacere”(p.211). In particolare Freud esplora la complessità metapsicologica secondo cui il sistema Percezione-Coscienza risulta incompatibile con il sistema mnestico. Insomma se c’è percezione non c’è memoria, se c’è memoria non c’è percezione. L’Io non è padrone in casa propria in quanto la percezione inganna. La memoria tradisce. La coscienza si perde e si ritrova. Si altera.

La teoria del risveglio trova la soluzione a questo dilemma: il risveglio è il tempo in cui la percezione attraversa la memoria, la sovverte attraverso il sogno. Il risveglio, in un certo senso agisce come il Witz, esige tre personaggi (il sonno, il reale, il sogno) e fa irrompere nel sogno un frammento di reale su cui si ride. La teoria freudiana del Witz possiamo situarla a pieno titolo in una teoria del risveglio.

Con il risveglio, contrariamente al Witz, non ridiamo ma ci accorgiamo di trovarci altrove. Il modo con cui ci risvegliamo prende lucciole per lanterne. In altri termini il risveglio è una sorta di tempo “per includere” (parafrasando il “tempo per concludere” di Lacan). Afferma infatti  Freud (“Autobiografia”, 1924, p. 112): “…[Durante il sonno] lo stimolo esterno viene respinto mediante un travisamento del suo significato e mediante la sua inclusione in qualche situazione innocua”. Più precisamente (“Introduzione alla psicanalisi, p.269”): “Il sogno non riconosce la sveglia, ma sostituisce il rumore della sveglia con un altro rumore, interpreta lo stimolo che fa cessare il sonno, ma lo interpreta ogni volta in modo diverso. Perché? ”. E più avanti: “ Comprendere il sogno significa indicare perché esso abbia scelto proprio questo rumore e nessun altro per interpretare lo stimolo provocato dalla sveglia”.

Dunque il sogno interpreta lo stimolo esterno, non lo riconosce in quanto tale, lo sostituisce, lo trasforma, lo surdetermina, lo reinventa. Lo risitua in una realtà psichica. La memoria delle cose, la memoria di noi stessi e della nostra storia, vacilla. “Conobbi la memoria, moneta che non è mai la medesima “Conocì la memoria, esa moneda que non es nunca la misma”, annota Borges, nell’Elogio dell’ombra (p.19). Il risveglio infatti inventa un’altra memoria che non padroneggiamo.

 

Facciamo un riferimento al lavoro analitico. Quando il paziente in particolare momento dice che c’è risveglio, in effetti dice che ha inteso una differenza, che un nuovo significante riannoda i precedenti. O acontecimento da escuta e a escuta come acontecimento. Vale a tal proposito quel che notava Freud a proposito dell’oggetto: l’oggetto non è mai trovato ma sempre ritrovato, rinvenuto. Ma allora dobbiamo chiederci: si tratta dello stesso oggetto o di un altro oggetto? Lo abbiamo trovato o ritrovato? Ecco una prima constatazione: il risveglio è come un ritrovamento. E viceversa: ogni ritrovamento produce risveglio.

Il tema del risveglio, risulta la via più diretta per giungere a interrogare il cuore della realtà, la sua paradossale, inoggettivabile, improbabile consistenza. Il risveglio dunque non accade in una logica della progressione, non appartiene al tempo cronologico. E’ strutturato invece come un apres coup. Il rumore, lo stimolo esterno, “l’urto del reale” come lo chiama Lacan, disturba il sonno, ma interrompendolo ritorna indietro ed agisce riallacciando e “includendo” il materiale di quel sogno in un’altra articolazione onirica. Incomincia un sogno altro.

La tesi essenziale che Freud ci consegna è che la logica del risveglio indica una specifica temporalità che agisce nel funziomento della realtà (Wirklichkeit). Il risveglio è la modalità con cui funziona il tempo della realtà psichica. Questa è governata da una “discontinuità” che è la stessa che Freud attribuisce (in “Nota al Notes magico”) al funzionamento del sistema Percezione-Coscienza: “Ho inoltre supposto che questa discontinuità con cui funziona il sistema Percezione-Coscienza dia origine alla rappresentazione del tempo”. (p.68) .

Il risveglio dunque è l’irruzione di un tempo retroattivo, è un sogno che comincia il suo lavoro di integrazione del reale, di quel reale, dice Lacan, che continua a “disturbare” il sonno. Se il sogno protegge il sonno, il risveglio protegge dal reale producendo realtà. “Il reale può rappresentarsi con l’accidente, il lieve rumore, il po’ di realtà testimone che non sogniamo. Ma questa realtà non è poco, perchè a svegliarci è l’altra realtà nascosta dietro la mancanza di ciò che tiene luogo di rappresentazione” (Lacan, “I quattro concetti”, p.61). Dalla dialettica tra realtà e reale risulta una disgiuntura incommensurabile.  E’ la stessa disgiuntura che, per alcuni aspetti, costituisce la connessione tra desiderio e fantasma.

Non a caso nota Freud che “l’interesse teoretico maggiore si rivolge ai sogni che sono in grado di svegliarci nel bel mezzo del sogno” (526). E nelle righe seguenti egli parla di desideri inconsci che “rimangono sempre attivi”. Proprio qui si situa la problematica tra desiderio e fantasma, ossia tra il riconoscimento del desiderio che porta al risveglio e la realizzazione del fantasma che porta all’incubo. Lacan dirà che “se il mio sogno raggiunge la mia domanda, mi sveglio”. (p.619, “Scritti”).

 

Il risveglio di Edipo coincide con il lampo di verità nel sapere. Il suo risveglio si svolge all’infinito futuro, attraversa quel “che cosa sarà stato” con cui il soggetto avverte che la memoria è una scrittura del tempo.  Il “sarà stato” traccia un’epica della memoria e la dimenticanza irrompe come tempo del ricordare. “Anche l’oblio – scrive Borges – è una forma della memoria, la sua vaga cava, l’altra faccia segreta della moneta (“el olvido es una de las formas de la memoria, su vago stano, la otra cara secreta de la moneda” (Elogio dell’ombra, p.125).

 

“Il risveglio è un sogno che comincia”: enunciato che inaugura il lavoro del paziente nel momento in cui si accorge che finalmente può dire… E che incominciando a dire può rincominciare a sognare… Dinanzi all’indifferenza e all’indistinto della storia soggettiva, qualcosa si traspone differentemente. Qualcosa incomincia a intendersi. Tutt’altro che un ritorno all’identico, il  risveglio è la ripetizione della differenza. Di una differenza che spalanca un senso nuovo e inaudito. Il risveglio, dice Freud, “è come un fuoco d’artificio, preparato per ore e poi bruciato in un momento” (526).  Successivamente è la gioia di ritrovare la differenza, la gioia dell’Unendliches, dell’infinibile e dell’infinito dell’inconscio. Questa gioia interroga radicalmente la nostra memoria, la ritrova nel silenzio rarefatto con cui si scrive la cifra della soggettività. “Un individuo, subito dopo il risveglio, può trovarsi in possesso della soluzione di un difficile problema matematico o di altra natura, al quale durante il giorno si era applicato invano” (L’Io e l’Es, p.489).

 

IL RISVEGLIO DI ULISSE. Esemplare in tal senso il risveglio di Ulisse che racchiude la cifra dove il ritorno, il ritorno ad Itaca, assume il senso di un ritrovamento. Itaca: che cosa sarà stato?  Il risveglio è un sogno che comincia, un sogno che è all’inizio dell’opera, all’inizio del desiderio, esposto dunque al non riconoscimento, al punto estremo dell’abbandono che il sonno instaura.

Infatti il ritorno ad Itaca per Ulisse incomincia dal sonno. In un certo senso da una figura della pulsione di morte. Sulla nave dei Feaci che lo condurrà ad Itaca è colto da un “sonno profondo simile in tutto alla morte”. Giunti ad Itaca i Feaci adagiano Ulisse, ancora “vinto dal sonno”, sulla spiaggia.

Ulisse infine si risveglia ma non riconosce Itaca. Impreca e maledice. Atena l’aveva ricoperta di nebbia per renderla irriconoscibile. “Tutte le cose sembravano a lui estranee”. Atena si traveste da pastorello a cui Ulisse gli chiede in che terra si trovi: il pastore risponde che si tratta di Itaca, ma Ulisse finge, “si trattiene dal dire la verità”. Dice innanzi tutto di essere un cittadino di Creta, e poi racconta le sue false storie inventate. “Così parlava Ulisse, e rise la dea Atena” nel sentire le sue menzogne.  Dunque c’è stato il risveglio dal sonno, il non riconoscimento di Itaca, la finzione, gli svelamenti.

Pare dunque che Ulisse sappia di essere approdato effettivamente ad Itaca. Dunque il risveglio è avvenuto? No, ha bisogno di un altro passaggio che possiamo chiamare simbolico e che garantisce che il suo risveglio non sia un incubo. Ulisse si rivolge ancora ad Atena: “Ora ti supplico, in nome del padre, io non so credere di essere ad Itaca ben visibile; no, in qualche altra terra mi aggiro e tu beffandomi, mi dici questo per ingannare il mio cuore: dimmi se sono davvero nella patria mia”. Atena risponde: “Sempre questo pensiero hai nell’anima…Voglio mostrarti la terra di Itaca affinché tu mi creda. Così dicendo la dea disperse la nebbia e fu svelata la terra”.

Solo con questo secondo momento, in un certo senso retroattivo, il risveglio si compie. E’ un ritrovamento che solo ora si struttura come approdo. “Il risveglio è un sogno che comincia”. Ovvero un accadimento che riorganizza la catena dei significanti in base al riconoscimento del desiderio e che riposiziona gli investimenti pulsionali. Con il risveglio, ossia con una serie di riconoscimenti che inaugura una differente temporalità, incomincia l’opera. “Ti renderò irriconoscibile a tutti”, annuncia Atena. La cacciata dei Proci e la riconquista di Penelope diventano la nuova meta pulsionale.

Come non avvertire nel risveglio di Ulisse, lungo un percorso di non riconoscimenti e di finzioni che tessono la trama della realtà psichica, un’entrata in scena di una dimensione etica? La dialettica tra desiderio e suo riconoscimento procede parallela a quella tra sogno e risveglio. Il risveglio è un sogno che comincia, ossia innanzi tutto un desiderio che viene riconosciuto. L’atto etico è un sogno che approda, senza mai essere completamente riconosciuto, alla sua parziale compiutezza.

Il risveglio ci dimostra che siamo assoggettati a un sogno che non sappiamo di sognare. Esattamente come racconta Garcia Lorca nel suo saggio sulle Ninne Nanne rovesciando la prospettiva temporale: “Dapprima la madre allontana da sé il bambino, poi lo fa tornare al suo grembo affinchè, stanco, si riposi. E’, questa, una minima iniziazione alla vicenda poetica: i primi passi nell’ambito della rappresentazione intellettuale” (32).