Il tempo della post libertà: intervista a Ricci

Pubblichiamo l’intervista di MARIA RACHELE RUIU a Giancarlo Ricci
in merito al suo ultimo libro.

L’intervista è uscita il 16.4.2019 presso il sito di PROVITA:  (https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/parla-il-dott-ricci-e-il-tempo-della-post-liberta-e-di-governance-anonime-irraggiungibili/

Giancarlo Ricci, psicanalista milanese con 40 anni di esperienza sulle spalle e autore di numerosi e apprezzati volumi, è noto per essere stato inquisito per aver difeso, citiamo testualmente, «la funzione essenziale e costitutiva di padre e madre nella costituzione del soggetto». Secondo chi ha aperto il procedimento, ossia l’Ordine degli Psicologi della Lombardia infatti, questa frase sarebbe stata discriminatoria nei confronti delle cosiddette famiglie arcobaleno.

Abbiamo incontrato lo psicanalista, che ha ripercorso in un interessantissimo libro (Il tempo della post libertà) l’intera vicenda spiegando il caso increscioso.

Iniziamo dalla fine. Il mese scorso la sua vicenda si è conclusa con l’archiviazione. Come commenta?     

«Ci sarebbero molte cose da evidenziare. Innanzitutto che ho atteso più di tre anni per una sentenza che poteva risolversi in pochi mesi. È stato un modo con cui una parte di Consiglieri (colpevolisti) ha cercato in qualche modo di “ostacolare” alcune mie attività pubbliche. Secondariamente: i voti favorevoli all’assoluzione sono stati 7 a favore e 7 contrari. Un risultato quindi sul filo di lana che indica una spaccatura all’interno dell’Ordine. Infine: il testo sulle motivazioni è pieno di incongruenze, di omissioni, di affermazioni contraddittorie. Pur di non ammettere la consistenza ideologica delle accuse, insistono nell’affermare che “permangono irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinali a cui le affermazioni del dott. Ricci potrebbero voler fare riferimento”. Dopo questo contorsionismo concludono che “non sono emersi elementi sufficienti per ritenere il dott. Ricci responsabile per gli illeciti contestati”. Insomma sembra un’assoluzione per insufficienza di prove. Del resto non poteva accadere altrimenti».

Il suo libro si chiama Il tempo della post-libertà. Cosa intende? Non siamo in una Paese libero?     

«Nel libro cerco di evidenziare come il concetto di libertà sia cambiato. Nel Novecento, secolo di totalitarismi e massacri, aveva una connotazione specifica: l’uomo novecentesco doveva combattere per conquistarsi la libertà, era una questione di sopravvivenza. Con la globalizzazione e con il capitalismo neoliberistico la libertà diventa un’altra cosa: una sorta di merce che viene offerta per soddisfare il desiderio di varie categorie sociali. È una manovra per acquisire credito e imporre all’individuo un debito immaginario. Paradossalmente la libertà diventa un obbligo. Perché accade così? La mia lettura è che si attua una sorta di scambio silenzioso: varie forme di libertà con la promessa di sicurezza e di benessere in cambio di una rinuncia alla responsabilità. Il cittadino sarà ricolmo di libertà a condizione che consegni l’istanza della responsabilità a qualcun altro che la gestirà come vuole. È il tempo delle governance anonime e irraggiungibili. “Delegando” le responsabilità sociali ad altri, ai cittadini non resta che partecipare al mondo dell’ipnosi collettiva, della suggestione mediatica, al teatrino spettacolarizzato in cui altri mettono in scena le sorti di un possibile “bene comune”. L’effetto più evidente è che sparisce il concetto di libertà come coscienza soggettiva, interiore, come critica morale, come lavoro di riconquista della propria soggettività. Siamo in un Paese libero? Dipende: viviamo in una libertà condizionata. Se concordiamo con il pensiero unico e partecipiamo al gioco illusorio di una realtà artificiosa, tutto va bene; se incominciamo a fare delle domande in più, a scompigliare il politicamente corretto, a prendere la parola mettendo in causa l’ideologia dell’egualitarismo, allora le cose si complicano. In tal senso la mia vicenda, caso microscopico, è indicativa. Mostra, tra l’altro, come le istituzioni nel nostro Paese spesso funzionano come luoghi in cui si depositano rimasugli di ideologie che pretendono di controllare e gestire “correttamente” il bene comune. Come se le istituzioni non fossero al servizio del cittadino ma il cittadino al loro servizio, come se si trattasse da parte di costoro di imporre un debito, un’obbligazione. Una delle accuse che mi hanno mosso è stata quella secondo cui ho preso la parola senza tener conto delle linee guida stabilite dall’Ordine degli Psicologi. Secondo quest’ultimo, intervenendo a un dibattito televisivo rappresentavo la categoria professionale cui appartengo e quindi non potevo esprimere il mio pensiero liberamente. Siamo in un Paese libero? Direi piuttosto: siamo in Paese in cui il cittadino deve difendersi da varie forme di parassitaggio».

Viviamo nel tempo del “se lo desidero e posso ottenerlo, LO VOGLIO”. È libertà?

«Piuttosto direi che è una parodia della libertà. Che la libertà coincida con l’appagamento di un desiderio, mi sembra un’idea abbastanza rozza, narcisistica e decisamente cinica. È una figura dell’attuale relativismo dove la libertà, fomentata dalla logica del consumo, risulta capriccio.  La libertà ha un’altra dignità. Più che l’ottenimento, più o meno immediato, di qualcosa, mi sembra che essa sia da considerare come un lavoro, un progetto non esente da verità. Sigmund Freud amava citare una frase di Goethe che dice: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. In tal senso, forse, la libertà in psicoanalisi va considerata come un lavoro di riconquista, una ritessitura della propria soggettività, un desiderio di rimettere in questione quello che chiamiamo il “nostro destino”. In una parola: riuscire a girar pagina e a ricominciare da un altro punto il progetto della nostra esistenza. In questa accezione di libertà siamo costretti a fare i conti con un’alterità radicale, con quell’alterità che persiste ad abitare l’essere umano, come afferma il filosofo Levinas. È un’impresa individuale ma al contempo collettiva nel senso che presuppone gli altri, l’Altro, i nostri simili ossia la nostra memoria e la nostra storia. Senza questo concetto di libertà, la civiltà non va da nessuna parte anzi si spegne nell’autoreferenzialità, nella compiacenza  ripetitiva, nella conferma di un’identità mortifera».

Sono appena passati i giorni di Verona. Il Congresso è stato dipinto dalla stampa in maniera vergognosa, i partecipanti demonizzati. La violenza con la quale siamo stati salutati da alcuni politici e da molta stampa è stata impressionante. Come difendersi dall’aggressione ideologica che stiamo vivendo?

«Intorno al Congresso di Verona si è svolto qualcosa di vergognoso. A mio avviso, bisogna riflettere su una certa modalità mediatica di attuare una sorta di “informazione preventiva”: informare preventivamente significa per i media creare una realtà già preconfezionata, pronta all’uso e all’abuso proprio perché contiene in sé, all inclusive, un giudizio ideologico sprezzante e ottuso. Questa modalità ha come programma la destituzione dell’altro, la sua demonizzazione, la messa in ridicolo. Fa parte, direi, del “carnevale della libertà” di cui parlo nel mio libro: è lecito trasgredire, insultare, demonizzare senza assumersene alcuna responsabilità. Tutto è possibile. Anche affermare, immediatamente dopo, il contrario di quello che si è detto. Tanto non succede nulla. Le fake news possono essere smentite, corrette o gettate nella pattumiera. Ma ciò non accade per le notizie omesse, oscurate, fatte sparire. Questa dissimmetria, dalle caratteristiche un po’ schizofreniche, è molto rischiosa per i media perché costoro si giocano la loro credibilità. Non dimentichiamo che sono gli stessi media che ci informano (o vorrebbero informarci) su ciò che accade nel mondo. Come difendersi? In una battuta: puntare di più sulla formazione (culturale, storica, giuridica, antropologica, spirituale) che sull’informazione. La nostra società, quasi con un gioco di prestigio, ha sostituito la formazione con l’informazione: ha barattato la cultura con l’intrattenimento, il pensiero con il consenso acritico, la libertà delle idee con il relativismo, la convinzione con il fanatismo. Fatte queste considerazioni, rimane un dato positivo fondamentale: se ci sono stati tanti attacchi “preventivi” e tanta demonizzazione significa che il Congresso di Verona ha colto nel segno…».  Maria Rachele Ruiu

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