In materia di bellezza

di Giancarlo Ricci

Celui qui a de la beauté est prestigieux: même             le dieu des morts en a peur  (Proverbe berbère)

Parlare della bellezza è come attraversare un terreno minato. I malintesi ci attendono, inesorabili.  Cerchiamo di aprirci una via rapsodica, aggirando insidie e tranelli. In primo luogo: la bellezza non appartiene all’effimero, non è un attributo decorativo, non si risolve nell’estetismo. Non coincide con ciò che piace. Se volessimo evocare la coppia natura-cultura (di illuministica memoria), diremmo che la bellezza non si situa dalla parte della “natura”. Ma nemmeno (contrariamente allo spirito romantico)  siamo convinti dell’affermazione secondo cui la modernità ha effettivamente e totalmente distrutto la bellezza, o “si è affannata a dare alla bellezza il volto della morte” mediante un “nichilismo compiuto” (Stefano Zecchi, La bellezza, Bollati Boringhieri, 199O).
Il Novecento, di sicuro, ha rappresentato un’idea di bellezza in forma rovesciata. E anche oggi non possiamo parlare della bellezza se non mediante negazioni, definendola attraverso ciò che essa non è. Questo successo della figura retorica della litote rinvia a un sintomo che indica una difficoltà epocale, storica, a definire “in positivo” la bellezza. Mai come nella cosiddetta “era delle immagini” la bellezza sembra orfana di idee e povera di pensieri. Non ci dicono in continuazione che la bellezza la si apprezza con gli occhi? Insomma: i conti non tornano nel campo della visibilità, e forse anche in quello più generale della qualità del nostro sentire. Ci troviamo allora in una condizione di impotenza o di incapacità a ricollocare la bellezza al suo posto? Forse sì. E se è vero che, da una parte c’è un crescente interesse sociale verso la tematica della bellezza, dall’altra è constatabile che la massmediologia, con la sua modalità ipnotica, preferisce spettacolarizzare la bellezza, cercando di gestirla e somministrarla in modo festivo. Tuttavia cercare di tenere al guinzaglio la bellezza, di addomesticarla, di farle assumere una funzione decorativa appartiene a una fantasia millenaristica.
E la psicanalisi? Tra i tanti intellettuali, pensatori e ricercatori del Novecento, Freud è uno dei pochi che sulla bellezza ha poco da dire. A la fin de sa vie, Freud l’avoue sans détour: “Malheureusement, c’est sur la beauté que la psychanalyse a le moins à nous dire”. Dans tous les ècrits qui avaient précédé, qu’il se fût agi de Léonard de Vinci ou de Michel-Ange, de Dante ou de Goethe, Freud avait prudemment dit, en effet, que de la beauté de leurs oeuvres, il n’y avait rien à dire. Tuttavia nel saggio L’inquiétante étrangeté  (1919) e in quello dedicato a La tête de Méduse  (1922), Freud esplora, per così dire, il rovescio della bellezza: l’inquiétant, l’Unheimliche. Ovvero: le vernaculaire, l’intime, le familier peuvent être, dans le même instant, l’occulte, le caché, l’inquiétant. La Medusa, con la sua pietrificazione, il suo effetto paralizzante, ci ricorda che la bellezza è figlia dell’orrore. Ma allora perché Freud ci parla dello straniante e della Medusa anziché della bellezza? Forse perché “la visibilité du monde – come afferma Jean Clair nel suo lavoro Méduse (Gallimard, 1989) – est une énigme: or nous avons considéré, depuis les origines de notre civilisation, que cette énigme allait de soi, et qu’il fallait passer outre”. Ponendo l’accento sullo straniante e sulla Medusa Freud dimostra di appartenere alla nostra epoca, crogiuolo di un’altra modernità.
La bellezza la pensiamo in un modo più alto, lieve, nobile. Istigatrice di intelligenza. Ridente, nel proporci i suoi enigmi. Quando la incontriamo ci coglie alla sprovvista: come i motti di spirito che riescono a farci ridere e a farci pensare cose che altrimenti avremmo preferito trascurare o dimenticare. Bisognerebbe pensare alla bellezza senza usare gli occhi.  Situare infatti la bellezza nell’ordine del visibile comporta infatti alcuni rischi. Il primo rischio è quello di cadere nel platonismo, in una concezione della bellezza fondata sulla purezza delle idee e delle forme: l’atteggiamento sarebbe quello dell'”anima bella” che si nutre di estetismi.  Il secondo rischio consiste nel limitarci a pensare la bellezza solo e unicamente secondo la modalità del sublime moderno: siamo ancora troppo propensi a pensare la bellezza mediante il suo contrario ossia l’orrore, lo sfregio, la bruttezza (laider), la dissacrazione. Il Novecento si è arrogato il diritto di guardare il mondo per sottometterlo alla tecnica, ma tutto ciò, come dimostra la storia dell’arte del 19° secolo,  non è avvenuto impunemente. Non a caso se oggi avvertiamo una certa difficoltà a immaginare e progettare il futuro forse è perchè il terzo millennio ha delle proprietà medusee: rimaniamo affascinati ma anche spaventati. Preferiamo allora correre un terzo rischio, sempre in agguato: evocare la bellezza perduta dell’antichità, rivolgere lo sguardo a una lontana “età dell’oro”. Ma sappiamo che la bellezza coniugata con la nostalgia ha già dato i suoi frutti nel decadentismo tardoromantico.
Che cosa ci rimane? Forse un’altra via. Pensare la bellezza come percezione della dismisura, dell’altrove, dell’impossibile da comprendere. Come luce senza ancora colore e forma. Come lo squarcio di una tenda oltre la quale intravvediamo un’altra scena. Esitiamo a varcare la soglia di questa tenda. Ci fermiamo al simbolo, alla sua bellezza, alla sua incredibile capacità di evocare Altro, di indicarci la Cosa (das Ding): ma esigiamo che la Cosa non ci sia mostrata. Non la sopporteremo. Siamo forse dinanzi a qualcosa che potrebbe chiamarsi un’istanza del sacro? Un lien enigmatique unit la beauté et le terrible.  Le beau – scrive Rainer Maria Rilke dans sa primiére Elégie – n’est que ce seuil du terrible qu’encore nous supportons: “Perché il bello non è / che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere / ancora, / lo ammiriamo anche tanto, perché esso calmo, sdegna / distruggerci”. [“Denn das Schone ist nichts / als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade / ertragen, / una wir bewundern es so, weil es gelassen verschmaht, / uns zu zerstoren”].
Non a caso la parola regarder, qui a même racine que warten e to wart, c’est non seulement envisager le monde, c’est aussi se protéger, faire attention, être sur ses gardes (René Tostain). Regarder, dans la réiteration de son allant, c’est aussi le phénomène de retourner son regard en arrière pour vérifier qu’on n’est pas suivi, ni menacé. La bellezza ci congiunge con qualcosa di incommensurabile e ci porta altrove, come un ponte. Tuttavia non vogliamo sapere dove, esattamente,  questo ponte conduca. Ecco perché la bellezza comporta una questione di misura. Ma quale misura, se la avvertiamo spesso come dismisura? La misura qui non è quella della precisione scientifica: si tratta di una misura che si situa nella scena psichica, che è la messa in atto di un sapere inconscio. Questione di stile, e di etica come esercizio di questo sapere impadroneggiabile. “Il reale è l’impossibile da sopportare” (Jacques Lacan). La bellezza è ciò che sta al posto di questo reale, di questo impossibile da pensare (la morte, il tempo, il sesso).
“Nelle mie ricerche – afferma il fisico matematico Hermann Weyl – mi sforzai sempre di unire il vero al bello; ma quando dovetti scegliere fra l’uno e l’altro, di solito scelsi il bello”. L’impresa della scienza esordisce non senza bellezza. Poi le strade divergono a causa delle differenti vie che conducono verso la verità. Rispetto al recente dibattito sulla connessione tra bellezza e verità (Cfr. Truth and Beauty: Aesthetics and Motivations in Science, University of Chicago, 1987) la psicanalisi può affermare che la bellezza può costituire una “rappresentanza” (Rapresentanz ) della verità, non una sua rappresentazione (Vorstellung). Dinanzi al diffondersi di modelli teorici esplicativi basati sempre più sul concetto di mimesi, di analogia  o di simulazione, è essenziale ricordare l’elaborazione di Freud (e di Lacan) sulla differenza tra rappresentanza e rappresentazione. Molto sinteticamente ci sembra che la bellezza sia una rappresentanza della verità. Qui possiamo situare un aspetto della questione dell’etica. Se invece la bellezza fosse una rappresentazione della verità, ucciderebbe. Ecco rispuntare il mito della Medusa.
“A rigore – osserva paradossalmente Michel Serres in Hermès V. Le passage du Nord-Ouest  (Minuit, Paris 198O) – potete contare le stelle, vengono catalogate  fin dall’Antichità. Ma se chiedete  un catalogo  delle nubi, vi prendono in giro”. Eccoci forse al cuore del problema: la bellezza si dispiega tra la forma e l’evento. La bellezza è ponte tra forma ed evento, tra simbolo e atto, tra figura e incontro. La meraviglia provocata dalla bellezza è prossima all’annuncio: fa risuonare, pensare, intendere. Ed è questione di respiro. Uscire dall’estetismo significa accorgersi che oltre la forma c’è l’evento, e che non c’è immanentismo della bellezza. L’istante della bellezza, la sua temporalità è scandita  da quella che Carlo Diano (nel suo libro Forma e evento, Marsilio, 1993) definisce le due anime della grecità: Achille quale “eroe della forma e della forza”, Ulisse quale “eroe dell’evento e, come tale, dell’intelligenza”. Sono due istanze fluide, reversibili, instabili, insature. In altri termini: se Apollo prevalentemente è una divinità della forma, Dioniso è colui che  “irrompe nel mondo delle forme e le sconvolge, un dio che ha il suo simbolo in una maschera cava”. Ma con questa maschera straniante, con questa magica danza, Dioniso, a sua volta, fa sì che “dal ciclo delle apparizioni dell’evento si stacchino gli déi della forma”.
Accostare la bellezza a termini come evento e incontro, vale a sottolineare come di evento non si possa parlare se non in presenza di una soggettività. La bellezza è un accadere radicalmente soggettivo. Abbiamo il sospetto che contrariamente a tante teorie estetiche, la bellezza non sia del tutto un attributo dell’oggetto, ma scaturisca da un particolare sguardo, da un punto di vista estremo, dalla lievità di un pensiero. Gli interrogativi che rimangono sono molti.  Da dove viene la bellezza, da quale mano? Perché essa insiste a farci pensare qualcosa che non riusciamo a sapere? Ciò che è in gioco è anche un altro modo di porci nella relazione con gli oggetti, con i pensieri, con le idee, con le figure. La bellezza  è un nuovo orizzonte aperto al fare poetico.