LA LIBERTA’ NELL’ERA IPERMODERNA

Pubblichiamo l’articolo di Giancarlo Ricci, uscito
su L’AVVENIRE del 26 aprile 2019.

 


              Tema centrale e nevralgico quella della libertà nella nostra epoca. Inoltre, cosa inquietante, diversi constatano una sua lenta ma inesorabile metamorfosi a partire dall’era della globalizzazione. In fondo l’istanza della libertà rappresenta il cuore pulsante di ciascun essere umano e al contempo di ogni società civile. Ripercorrere la tortuosa storia del concetto di libertà nel corso dei secoli è un’avventura ricca di sorprese. 
 Non c’è filosofo, pensatore, saggista, teologo che, soprattutto a partire dall’Era dei Lumi e degli albori della costituzione dello Stato moderno, non intervenga sulla questione della libertà, e spesso per fare i conti con il complesso e dibattuto tema della secolarizzazione, del laicismo, della potestas. Man mano che nell’orizzonte del pensiero moderno il riferimento religioso e culturale all’idea di Dio si indebolisce, gli umani sono costretti a mettere a punto, attraverso gli strumenti del diritto e delle istituzioni, un diverso concetto di libertà che leghi l’uomo alla propria responsabilità diretta, e che ugualmente faccia i conti con un’autorità superiore.

Curioso: la storia del concetto di libertà non è rettilinea, procede piuttosto per svolte improvvise, zone d’ombra, strane dimenticanze. Nel mondo dell’antichità classica greca e romana la solida istanza della libertà si svolgeva essenzialmente in funzione di un ambito pubblico connesso alla gestione della Polis. Nell’epoca successiva, ossia nel cristianesimo, si afferma – molti sembrano dimenticarlo – un concetto nuovo di libertas che, lungo la dissoluzione dell’ethos pagano e la maturazione del concetto di humanitas, introduce la sfera della coscienza dove il mondo dell’interiorità e del legame con la fede diventano riferimenti decisivi in ogni scelta soggettiva. La svolta del cristianesimo è stata ed è il diritto dell’uomo soggetto e persona. 
 La nuova prospettiva della libertas christiana distingue, tra l’altro, l’ambito del “foro interno” da quello del “foro esterno”: il primo riguarda l’interiorità spirituale e religiosa della coscienza e il secondo la scena pubblica e civile dell’individuo. Sullo sfondo di questa distinzione si porrà successivamente la complessa questione di stabilire un ordine nella libertà in base alla priorità delle due autorità della Chiesa e dello Stato. La storia medievale e quella moderna saranno dominate da questa strisciante conflittualità. 
 E oggi? La modernità promuove un’ipertrofia della libertà. Occorre tuttavia distinguere tra il Novecento e l’attuale era della globalizzazione.

In fondo l’uomo novecentesco si accorgeva di perdere la propria libertà e combatteva per conquistarla. Era una guerra totale e totalitaria: conquistare la libertà equivaleva alla possibilità di poter continuare a sopravvivere. Nel regno delle ideologie, l’ideale di libertà istituiva una sorta di legame patologico che spesso sfociava in un nichilismo realizzato fatto di distruzioni e massacri.
 Nell’ipermodernità si afferma invece un altro volto del nichilismo: offrire bulimicamente ogni forma di libertà facendola coincidere con la scelta obbligata di nuovi consumi, nuovi desideri, nuovi piaceri.

La libertà diventa un diritto, un orpello narcisistico, una cinica conferma autoreferenziale. Questa libertà, ridotta a capriccio e poi a merce, svende l’idea di “credersi liberi”. Da qui al trionfo dell’autodeterminazione il passo è breve: ritenere che la nostra libertà prescinda e possa fare a meno di quella altrui, credere che il volere individuale possa trascendere la nostra memoria o la nostra storia. L’offerta a gettito continuo di nuove libertà all inclusive, conforta il cittadino e lo convince di poter fare a meno di ogni responsabilità. L’ipermodernità sembra essere riuscita, inflazionando le libertà, a neutralizzare l’istanza della responsabilità in cambio di una promessa di sicurezza e di benessere. Intanto accumuliamo libertà, quasi le collezioniamo. 
 Ma di quali libertà stiamo parlando? Nella scena sociale lo constatiamo sempre più facilmente: simile idea di libertà produce spesso disagio, angoscia, depressione, demotivazione. Gli individui talvolta si sentono spossessati di una soggettività che esprimeva la loro identità. L’uniformazione comporta deformazione. A tal proposito non possiamo fare a meno di evocare qui i celebri e paradigmatici versi di Giovanni secondo cui “la Verità rende liberi” (Gv 8,32). Ecco un punto centrale e imprescindibile: la connessione tra libertà e verità. Motore di ogni atto di libertà, l’istanza di verità, nell’era della libertà globalizzata sembra oscurata o considerata superflua. In effetti una libertà che non abbia salde le proprie radici nel terreno della verità lascia il tempo che trova, si perde in un indifferenziato relativismo, si avvilisce in estenuanti autoreferenzialità. 


Il celebre polemista mitteleuropeo del secolo scorso, Karl Kraus, scriveva: “La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero”. Battuta di grande attualità. La nostra società sembra essere in difficoltà in materia di pensiero. Pare svanito un pensiero che sia all’altezza delle numerose complessità che attraversiamo: un pensiero come progetto sociale, civile, culturale, politico, un pensiero come programma di civiltà, come disegno di logiche e di relazioni effettivamente cooperanti. Soprattutto pare sparito un pensiero che faccia appello alla coscienza, al “foro interno”, alla radice di verità che nutre l’anima umana, la sua fede e la sua storia. 
 Il tempo della post libertà pare esigere che tutto debba consumarsi entro il perimetro coatto del “foro esterno”. Ormai uomini postmoderni e globalizzati, viviamo nel carnevale della libertà: tempo in cui le categorie di pubblico e di privato si rovesciano e si confondono, in cui il virtuale e il reale si compattano diventando uno la finzione dell’altro. In questa logica si consuma un drammatica constatazione: senza un’assunzione di responsabilità il destino va alla deriva al punto da sembrare ineluttabile e fornendo l’alibi secondo cui ogni presa di responsabilità risulta inane, inutile. Si preferisce chiamarsi fuori dalla complessità del mondo, della coscienza, dell’anima umana. Che cosa è la verità? Una terribile complicazione che è meglio consegnare al politicamente corretto in grado di rendere le cose neutre, uguali tra loro, indifferenziate, senza più la necessità di scegliere, di esporsi e di testimoniare il proprio essere al mondo. Così, come un gioco di prestigio, ugualmente sparisce ogni traccia di responsabilità. 
 Siamo entrati nel tempo della post libertà.

La società contemporanea tende a inflazionare la libertà affinché l’uomo contemporaneo creda di essere libero e di avere a portata di mano qualsiasi scelta. Ma quando tutto sembra possibile la libertà implode, si svuota dal suo interno e muore di troppa libertà. Pensata senza limiti, la libertà diventa mortifera, un inferno. La vita si spegne, pulsa di insofferenza, risulta non più vivibile. 
 Tale mortificazione è da porre al centro della riflessione e dell’esperienza psicanalitiche. Il lavoro analitico e clinico possono essere letti come un lavoro che punta a riattivare un livello vivibile di libertà, come il percorso in cui un soggetto prova a ritessere il proprio destino, a riscriverlo, a riprogettarlo partendo da un’istanza che scaturisce da una responsabilità altra, forgiata da una consapevolezza senza compromessi e impedimenti. In definitiva si tratta di un lavoro di libertà che scaturisce dall’incontro con il desiderio di progettare una libertà Altra che abbia il sapore di una conquista perenne: per un soggetto riuscire a tollerare la fatica e la soddisfazione di riconquistare una libertà mai immaginata. E risponderne.

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