La posizione laica

LA POSIZIONE LAICA

di Giancarlo Ricci

Colloquio: “L’inconscio nella modernità”  – ROMA – 26-27  maggio 2006

I temi sollevati nel testo freudiano La questione dell’analisi laica  del 1926 rimangono, per molti aspetti, la punta più attuale della psicanalisi. La complessità di questo testo è straordinaria, in particolare per alcune questioni che accenniamo velocemente: affronta la dimensione giuridica, etica e sociale in cui il privato e il pubblico si congiungono pur rimanendo disgiunti; pone la questione della formazione mostrando l’illusorietà di ogni ricorso a una versione tecnologica (o pragmaticistica) della psicanalisi. Pone, ancora, la questione della pratica clinica, di una pratica che, secondo una definizione di Lacan, si misura con “il reale in quanto l’impossibile da sopportare”.

Ritorniamo lì, dunque, (in omaggio anche all’anniversario freudiano) in quella breccia rappresentata da L’analisi laica, testo scritto tra Inibizione, sintomo e angoscia, e L’avvenire di un’illusione. E’ significativo che siano proprio questi i significanti – l’illusione, l’avvenire, l’angoscia, il sintomo – a connotare l’inconscio nella modernità e a costituire (come evidenzia Gabriella Ripa di Meana nel suo Frammenti per una teoria dell’inconscio) l’alfabeto della contemporaneità.

Eppure ancor prima (o forse quale preparazione) della svolta degli anni ’20 troviamo in Freud qualcosa di più radicale rispetto all’Analisi laica. Dobbiamo ritornare quasi 15 anni prima, al saggio del 1913  Il Mosè di Michelangelo, pagine che Freud non osa firmare e che pubblica in forma anonima: quasi un sapere in  cerca di autore… o una sorta di terra di nessun dove il nome rimane sospeso, inassegnabile. Nelle prime pagine scrive: “Premetto che non sono un intenditore d’arte (Kunstkenner) bensì un profano (Laie) … Ho notato spesso che il contenuto di un’opera mi attrae maggiormente delle sue qualità formali e tecniche, cui invece l’artista annette un valore primario… Così sono stato indotto, quando se ne dava l’occasione,  a soffermarmi a lungo davanti (alle opere d’arte), e le volevo comprendere a modo mio, volevo cioè capire come  raggiungono il loro effetto”.

Dunque è nell’ambito dell’arte che il termine “laico” compare originariamente in Freud. “Le volevo comprendere a modo mio…”: enunciato straordinario perché tale “a modo mio” riassume l’emblema stesso della laicità. Non era accaduto nel caso della scienza, della neurologia, dell’ipnotismo che pur egli aveva “professato” e praticato. Dinanzi all’opera d’arte qualcosa accade, e ciò che accade non dipende dalla conoscenza della critica d’arte, dallo storicismo, dalla prescrizione estetica. L’arte è altrove. E’ l’altrove. Presentifica l’ombelico del pensiero. Il soggetto non può che essere profano, inadeguato, impreparato: sospeso all’atto di parola lungo un pensiero che si fa e si disfa.

Profano è l’ascolto dell’analista. Ugualmente la posizione dell’analista è strutturalmente profana. La teoria, la tecnica, la metapsicologia non costituiscono un tempio da cui celebrare un sapere.

Nella questione del profano è implicata una dimensione del sacro (nell’accezione di hòsios) che non è sacralizzabile e che non si definisce per opposizione a profanus (come invece esige il termine sacer). (Hosios: ciò che è permesso, concesso agli uomini. C’è una topologia da esplorare in una serie di posizionamenti dentro o fuori dal fanum, in esclusione o in inclusione).

Qualche considerazione sulla complessità concettuale di Laie: laico, sicuramente, ma non nel senso laicista o laicistico, o anti-qualcosa. Laico non ha un contrario, non si contrappone, semmai divide, separa, disgiunge. Ha la stessa natura dello “scibbolet”. Quando Freud nella prima riga del saggio L’analisi laica afferma che “laico uguale a non medico” va inteso come una tattica specifica. Si riferisce alla sacralità (qui è sacer come contrapposto a profano) dell’ordine medicale e alla sua liturgica sacralità.

La laicità freudiana ha una portata sovversiva. Non si riassume nel dibattito in merito a possibili forme di regolamentazione professionale, a criteri di accesso o di riconoscimento sociale. In un senso forte, possiamo notare che la laicità freudiana è quel pensiero, eminentemente etico, con cui Freud  tenta di fronteggiare la constatazione che la formazione dell’analista è infinibile (Unendliche). In breve: l’analista non è laico per scelta ma per necessità logica. L’analista è costretto alla laicità, ossia a un lavoro intellettuale che in qualche modo attraversa quella triade che Foucault individuava, nella pratica dell’educare, come trasmettere, infrangere, custodire. La laicità concerne il tempo dell’infrangere. Se volessimo situare la laicità in un’altra triade, quella freudiana del “ricordare, ripetere, rielaborare” essa andrebbe situata nella rielaborazione (durcharbeiten).

Eppure rimane una forte ambiguità nel termine laico. Freud stesso usa il termine Laie in una duplice accezione: profano: colui che non è specialista, ma anche colui che per la prima volta incontra una differenza e “non sa come fare”. Esattamente come l’analizzante che inizia la seduta dicendo: “non so da dove iniziare”.

Indicativa, in tal senso, la lettera del 1924 che Freud invia a Arnold Durig (membro del Consilio superiore di Sanità) per l’inchiesta su Theodor Reich. Scrive: “Con riguardo all’esercizio della psicanalisi, penso che i profani (leien) debbano esserne tenuti alla larga”, e prosegue “ma chi va definito un profano (laico) o un incompetente di cose psicanalitiche?”. Nel 1932 annota: “Come una fede abbandonata sopravvive sotto forma di superstizione, come una teoria lasciata cadere dalla scienza persiste sotto forma di credenza popolare, così quell’originario ostracismo dato alla psicanalisi dai circoli scientifici continua oggi a sussistere nell’ironico disprezzo dei profani (leien) che scrivono libri o fanno conversazione” ( p.244- XI)”.

In breve: Freud si accorge pienamente che la posizione laica ha una natura paradossale che comporta una radicale sovversione del relazione tra la soggettività e il sapere. Non c’è rapporto tra soggettività e sapere. La posizione laica è un’incessante ritessitura, un’infinibile rielaborazione (durcharbeiten). Non si tratta più del principio della conoscenza ma dell’attraversata, con andata e ritorno, tra soggettuale e oggettuale. L’etica, in posizione terza, è l’unica bussola.

 

La natura paradossale della laicità proposta da Freud corrisponde alla differenza tra il “so di non sapere” e il “non so di sapere”.  Ancor prima del significante sapere o del significante io, abbiamo il non, la cui posizione determina sintatticamente differenti possibilità di senso. Il non della rimozione dunque. Quello stesso “non” che agisce in ciò che l’analista (non) ascolta e (non) intende, o in ciò che dice immaginando di interpretare. Insomma questo “non” incluso nella laicità è ciò che non permette all’analista di amministrare un sapere, di padroneggiare una teoria, di possedere una tecnica che consentirebbe davvero di praticare una liturgia. La psicanalisi (se rimane laica) non può essere assimilata a una tecnologia.

E’ il paradosso che Freud indica (nel saggio L’inconscio) a proposito dell’inconscio e del suo “riconoscimento”, usa infatti  il termine agnoszierung, agnizione. Ma come possiamo riconoscere ciò che non abbiamo mai conosciuto? E’ come l’ombelico del sogno: “Ogni sogno ha perlomeno un punto in cui esso è insondabile, quasi un ombelico il quale è congiunto con l’ignoto” (Un-erkanntes: ossia ciò che non può essere riconosciuto, ciò su cui non si possono tenere gli occhi aperti).

A proposito degli occhi aperti: Edipo è forse l’emblema originario del laico: non si affida di ciò che sa già, accoglie la scommessa della Sfinge, diffida dei consigli della madre, non si concede al già saputo. Assumendo la responsabilità in prima persona, procede in nome di quella che gli appare come verità. Edipo, “profanatore” del padre e della madre, compie il suo gesto verso la cecità per rimanere profano.

In questi termini la laicità della psicanalisi raddoppia l’esilio. Ogni laicismo, ossia la credenza che si possa fare dell’esilio una patria, assume il volto della credenza, della professione di fede, della superstizione.  La laicità è tutt’altra cosa dal laicismo, ossia dalla credenza in una libertà che vorrebbe essere di pensiero, che vorrebbe contrapporsi a quella “passione dell’ignoranza” (come la chiama Lacan) che ha uno statuto etico e che si situa nella giunzione tra reale e simbolico. La passione dell’ignoranza non è la possibilità di poter dire e contraddire qualsiasi cosa, ma implica un’altra piega, quella del dolore, del dolore dell’analista, se è passione. “Ciarlatano – scrive Jankelevitch nel Trattato delle virtù – chiunque pretende di operare senza dolore. Due volte impostore chi propone delle cure miracolose e una soluzione all’insolubile”.

La laicità dell’analista indica che la posizione da cui procede l’ascolto, per così dire è omologa  all’atto analitico: “ Il soggetto che viene in analisi si mette tuttavia, in quanto tale, nella posizione di colui che ignora. Non esiste possibilità d’ingresso nell’analisi senza questo riferimento; non lo si dice mai, non ci si pensa mai, mentre è fondamentale” (Lacan, Libro I, p.335).  s

Laico è l’inconscio, abitato com’è da mille popoli (laikos) e da mille idiomi. La psicanalisi, a partire dal secolo scorso, è quel movimento che  reintroduce la questione laica decolonizzando l’etica dalle ideologie e dalle confessioni. In questo secolo, epoca della cosiddetta globalizzazione, ci piace pensare alla posizione laica della psicanalisi come resistenza.