La psicanalisi all’epoca delle psicoterapie

La psicanalisi all’epoca delle psicoterapie

di Giancarlo Ricci

Prefazione a Perché la psicanalisi? di E. Roudinesco, Ed. Riuniti, Roma 2000

Dopo un secolo dall’invenzione di Freud, questo libro propone un interrogativo quanto mai “inattuale”: perché la psicanalisi? Intorno a tale “perché?” l’autrice apre una serie di considerazioni storiche, culturali e sociologiche che situano la pratica inaugurata da Freud nella complessità della nostra epoca. Questo lavoro individua i fili dell’ingarbugliato “dibattito” fra detrattori e sostenitori della psicanalisi, si sforza di isolarne i nodi, tenta di percorrerli fino alla loro origine. Ci consegna una mappa preziosa, uno strumento di informazione e dibattito. Nell’esplorare le attuali forme del disagio della civiltà, costituisce una testimonianza “politica” del pensiero freudiano e una valida documentazione sulla provenienza delle differenti matrici scientifiche e ideologiche che hanno osteggiato o cercato di smantellare la psicanalisi.

Lungo gli anni Ottanta con la pubblicazione dei due volumi sull’Histoire de la psychanalyse en France, Elisabeth Roudinesco si afferma come una tra le più autorevoli studiose di storia della psicanalisi. Formatasi nella stagione in cui il confronto fra le punte più avanzate della psicanalisi – l’insegnamento di Jacques Lacan innanzi tutto – e il dibattito culturale parigino era serrato e felicemente fecondo, oggi Roudinesco è direttore di ricerche all’Università Paris VII e vicepresidente della Società Internazionale di Storia della psichiatria e della psicanalisi.

Oltre a numerose pubblicazioni, dopo la monumentale biografia dedicata a Jacques Lacan e l’uscita nel 1997 del Dictionnaire de la psychanalyse (in collaborazione con Michel Plon), questo libro testimonia la convinzione che il pensiero freudiano, tutt’altro che databile entro i confini del Novecento, riproponga oggi, nonostante tutto, una nuova scommessa.

Il libro fa il punto sulla psicanalisi tracciandone un bilancio storico e inscrivendolo in una partita doppia: dall’esterno e all’interno. Dall’esterno: il contesto epocale e sociale da cui provengono le obiezioni, i discrediti e gli attacchi rivolti alla psicanalisi. All’interno: alcune considerazioni sulle associazioni psicoanalitiche (prevalentemente francesi), sull’affermarsi di un certo dogmatismo teorico e sulla burocratizzazione istituzionale. Due prospettive che talvolta paiono intersecarsi e sovrapporsi. Se nella prima viene esplorato l’humus novecentista le cui propaggini, quasi sempre residui irrisolti, hanno nutrito i discorsi dediti a distruggere l’edificio psicanalitico, nella seconda viene criticata quella che Roudinesco chiama la “psicanalisi dei notabili”. Entrambi sono leggibili come modalità che cercano di “risolvere” quanto Freud aveva volutamente o per necessità lasciato aperto e “incompiuto” nella propria teorizzazione. Di sicuro appaiono – solo oggi così distintamente – come tentativi più o meno sintomatici di inglobare o rifiutare, gestire e al contempo sconfessare la “cosa freudiana”.

Senza perdere mai di vista gli scenari epocali, questo lavoro contribuisce a ridisegnare una “verità storica” della psicanalisi, il suo impatto con la cultura europea e americana, il suo utilizzo più o meno mistificato nell’ambito clinico e terapeutico. Con decisione e senza cedere ad accomodanti compromessi Roudinesco esplicita ciò che, per taluni aspetti, può risultare sgradevole o addirittura dissacrante. Il coraggio di questo gesto è di soffermarsi sia su quei principi scientisti, oggi in gran voga, che tendono a “dismettere” la psicanalisi sia sulle modalità che hanno spinto alcuni psicanalisti ad allontanarsi dalla scommessa lanciata da Freud.

Perché la psicanalisi? Costituisce un valido strumento di ricerca, di mappatura e di orientamento che, per moltissimi aspetti, è estendibile alla situazione culturale e mediatica italiana dove il dibattito sulla psicanalisi ha spesso seguito le vie del sensazionalismo, della critica ingiustificata e della denuncia gratuita. Con il suo ritmo quasi pamphlettistico e con il suo taglio sociologico il libro assume la valenza di un manifesto della psicanalisi. Manifesto in quanto esplicita ciò che nel dibattito sulla psicanalisi è rimasto latente ossia non scritto, omesso o non ancora storicizzato. Manifesto anche perché riporta alla luce, ridisegnandoli, i confini di una “geopolitica” e di un “geocolonialismo” della psicanalisi che risultano decisivi per cogliere storicamente i modi e i tempi, le influenze o le pressioni egemoniche intercorse nei vari paesi in cui la psicanalisi si è affermata.

L’impronta storicizzante all’opera in queste pagine potrà sembrare al lettore italiano talvolta un po’ schematica. Tuttavia, in questo testo non specialistico e di agile lettura, alcune pieghe assumono il valore di emblemi evocati quasi a testimoniare una memoria storica esposta al rischio della dimenticanza e talvolta della censura.

 

Passiamo in rassegna velocemente il percorso di Roudinesco. Il primo passo è quello di riconoscere nell’attuale “società depressiva” i termini di un diffuso disagio della civiltà. “Inquadrata in un processo di mondializzazione economica che trasforma gli uomini in oggetti, la società depressiva non vuole più sentir parlare né di senso di colpa, né di intimità, né di coscienza, né di desiderio, né di inconscio” (p. 53). In breve la “società depressiva”, adeguandosi ad un modello sempre più medicalistico, attua una sconfessione della soggettività e del lavoro dell’inconscio: l’anima è trattata come un organo e lo psichico risolto nel modello dell’”uomo comportamentale”. “Dopo cento anni di esistenza e di risultati clinici innegabili – dichiara l’autrice nella Premessa – la psicanalisi è oggi attaccata tanto violentemente da coloro che pretendono di sostituirla con trattamenti chimici, giudicati più efficaci in quanto raggiungerebbero le cosiddette cause cerebrali dei tormenti dell’anima” (p. 23). Non si tratta di contestare l’utilità di tali sostanze ma di prendere atto che esse “non sono in grado di guarire l’uomo dalle sue sofferenze psichiche, siano esse normali o patologiche” (p. 23). La dimensione storica che nel libro incessantemente fa la spola tra contemporaneità e passato lascia intravedere inquietanti anacronismi: “Di fronte allo scientismo eretto a religione e alle scienze cognitive, che valorizzano l’uomo-macchina a discapito dell’uomo desiderante, si assiste per contraccolpo alla fioritura di ogni sorta di pratiche scaturite dalla preistoria del freudismo o da una concezione occultistica del corpo e dello spirito: magnetismo, sofrologia, naturopatia, iridologia, auricoloterapia, energetica transpersonale, ipnosi, spiritismo e via dicendo” (p. 28).

La seconda parte, “La grande disputa dell’inconscio”, passa in rassegna le modalità più diffuse per mettere a tacere l’idea di inconscio, di realtà psichica, di soggettività. L’autrice ripercorre i principali filoni scientifici e accademici, le vie e le modalità con cui si sono diffusi nella cultura europea, i residui ideologici e filosofici che hanno attuato nel corso degli ultimi decenni un sistematico discredito verso la psicanalisi. L’origine e la natura di tale discredito vengono ripercorsi nelle loro sottili ma persistenti ramificazioni. Fino all’attuale trionfo dello scientismo che, al pari di una “teologia laica”, pretende “di risolvere tutti i problemi umani mediante una fiducia nella determinazione assoluta della capacità della Scienza di risolverli” (p. 69).

Lo scientismo dei nostri giorni avanza a colpi di sensazionalismo, allude a imminenti o futuri benefici, trasforma l’immaginario, cerca di ipotecarlo e di controllarlo. “Assai più della religione, l’illusione scientista pretende di colmare con mitologie o deliri tutte le incertezze necessarie allo sviluppo di un’indagine scientifica” (p. 69). Secondo l’autrice l’immaginario prodotto da questi nuovi scenari tecnologici corrisponde a una sorta di “imperialismo” che è culturale, concettuale e mediatico. Ma ancor prima è economico in quanto – basti pensare alla psicofarmacologia – le multinazionali farmaceutiche svolgono in tutta Europa un controllo monopolistico. A scanso di facili fraintendimenti, le obiezioni di Roudinesco non sono rivolte all’avanzamento scientifico in quanto tale o alle sue applicazioni tecnologiche bensì a quell’immaginario totalizzante e manipolatorio che, riversandosi quotidianamente nei vari settori della vita sociale, istituzionale e mediatica, produce effetti reali e concreti. Per esempio l’uso massiccio della psicofarmacologia comporta l’utilizzo di categorie diagnostiche sempre più generiche e trattamenti farmacologici sempre più schematici.

Nella terza parte dedicata a “L’avvenire della psicanalisi”, lo sguardo è rivolto ai futuri orizzonti del movimento psicanalitico. Roudinesco per esempio si sofferma su quella “psicanalisi dei notabili” che si è adagiata su un dogmatismo istituzionale: “A forza di coltivare la norma piuttosto che l’originalità e il mondialismo a detrimento dell’internazionalismo, la psicanalisi dei notabili ha abbandonato il terreno del dibattito politico e intellettuale. Non ha saputo raccogliere né la sfida della scienza, né i mutamenti della società” (p. 146). Tale diserzione comporta una serie di effetti: la ricerca teorica sempre più compromessa da termini e concetti psicologici distanti dalla psicanalisi, l’affermarsi di dogmatismi autoreferenziali e di scolastiche, la rinuncia all’originaria laicità della psicanalisi, il “ripiegarsi su fantasmi di onnipotenza”, il riferimento a un “maestro”unico. Occorrerebbe oggi rileggere e rielaborare la natura strutturale di quell’impossibilità che Freud individuava tanto nel mestiere dello psicanalista quanto in quello dell’educare e del governare.

Nel capitolo “Critica delle istituzioni psicanalitiche”, ripercorrendo sinteticamente le vicende storiche della psicanalisi francese, e in particolare l’impronta lasciata nella cultura francese dall’insegnamento di Jacques Lacan, l’autrice mette in luce la crisi strutturale di alcuni parametri che fino a pochi anni fa reggevano le associazioni psicanalitiche. “Questa duplice rottura – con l’ideale del maestro da una parte e con un modello unico di istituzione dall’altra – sembra irreversibile. Essa rappresenta bene la disintegrazione del campo psicanalitico, che tuttavia può portare a una ricomposizione positiva della clinica e della teoria freudiane e a una riconsiderazione delle nuove differenze insite nella soggettività moderna: esilio, depressione, vittimismo, discriminazione dell’altro, involuzione sociale, crisi di identità, annientamento del pensiero…” (p. 156).

Anche qui, per evitare malintesi, l’autrice non propugna una psicanalisi pura, incontaminata, chiusa in se stessa, rigorosamente aderente alla “dottrina” freudiana. Coglie invece nella via aperta da Freud un’istanza etica, uno stile intellettuale, un lavoro di civiltà (Kulturarbeit) che sono immersi nella contemporaneità e non prescindono dalla complessità delle trasformazioni sociali e culturali in atto. Roudinesco sottolinea spesso l’urgenza di un confronto teorico, metapsicologico e clinico che prescinda dall’appartenenza a scuole o a formazioni diverse: “La psicanalisi dovrà quindi riuscire a rimediare a un vero e proprio disastro futuro tessendo, grazie al fervore delle giovani generazioni, nuovi legami con la filosofia, la psichiatria e le psicoterapie. Ma per fare tutto questo dovrà riuscire a dare un significato ai conflitti che non mancheranno di sorgere nel cuore stesso della società depressiva” (p. 156).

Alcune di queste rapide considerazioni sul futuro della psicanalisi risultano poco rassicuranti. Sospendono le garanzie istituzionali, fanno vacillare i riferimenti teorici e di appartenenza, mettono in discussione lo statuto dello psicanalista che richiede un incessante lavoro teorico, un’etica (che non coincide con la “deontologia”) e una responsabilità non confortata da alcuna certezza scientifica, “religiosa” o professionale. Si potrebbe azzardare l’ipotesi secondo cui non sono soltanto i nuovi scenari scientisti a “dismettere” la psicanalisi ma anche quegli psicanalisti e quelle associazioni che hanno preferito trincerarsi dietro a un sapere scolastico o burocratizzato. Dopo aver esplorato in tutto il libro l’attualità di questo rischio, l’autrice accenna nelle ultime pagine a qualche via percorribile: “Ormai le istituzioni centralizzate sono molto meno credibili delle piccole unità, più vivaci, più creative, e sempre pronte a federarsi per migliorare lo scambio di esperienze cliniche e di conoscenze” (p. 153).

 

Roudinesco non cade mai nel rischio dell’ideologia. Le tesi che propone, sorrette da precisi riferimenti, sanno camminare con le loro gambe. Mantengono una puntualità storica sempre sorretta da una dialettica in grado di indicare un orientamento critico. Sono pagine che riescono talvolta a mostrare i paradossi, i controsensi, le derive che attraversano alcune forme di scientismo. E’ la Babele della contemporaneità. Ma anche la Babele, ormai, di quei linguaggi e di quelle pratiche che in qualche modo si richiamano genericamente al benessere o alla normalità psichiche. E’ proprio Roudinesco a ricordarci che “nulla è più vicino alla patologia del culto della normalità spinto alle estreme conseguenze” (p. 123).

Nella grande confusione di nozioni quali clinica, cura, terapia, guarigione, normalità, patologia possiamo chiederci che cosa rimanga della clinica psicanalitica, innanzi tutto arte e scienza dell’ascolto. La contemporanea mitologia sulla salute e sulla malattia mescola, ibrida e coniuga ciascuno di questi termini provocando equivoci e polemiche a seconda del punto di vista adottato. In realtà ogni termine proviene da contesti diversi: dal modello medico nelle sue varianti biologistiche alle differenti tradizioni psichiatriche, sociologiche, filosofiche e culturali. L’uso di massa della psicofarmacologia sta trasformando, silenziosamente, criteri nosografici, clinici e diagnostici acquisiti dalla psichiatria nel corso di un secolo di ricerca. Significative, a tale proposito, le notazioni che troviamo nel libro sulle trasformazioni della psichiatria dinamica dal dopoguerra ad oggi, sulla storia e sui presupposti che hanno consentito al criterio diagnostico DSM di imporre in modo egemonico una tassonomia dei comportamenti al porto delle differenti strutture psichiche.

Se Roudinesco si sofferma sul relativismo che occorre assegnare alla parola scienza e al riverbero di onnipotenza tecnologica che la accompagna, è per indicare un’altra via del lavoro e della ricerca scientifica. E’ la via del particolare, del caso specifico, della svista soggettiva, della teorizzazione. L’indignazione di Freud al suo ritorno dalle conferenze americane è ancora attuale: “Costoro gettano nello stesso mucchio la psicanalisi e altri sistemi dottrinali che magari si sono da essa sviluppati, ma che oggi non sono più compatibili. Oppure si creano un miscuglio, fatto di psicanalisi e di altri elementi, invocando poi questo metodo a testimonianza della loro broad-minded-ness (mentalità aperta), mentre si tratta soltanto di un lack of judgement (mancanza di discernimento)”. E’ esattamente questa “mancanza di discernimento” a nutrire il principio secondo cui “tutto è possibile”, strada maestra da cui può transitare ogni promessa di salvazione, anche quella offerta dalla tecnologia.

Dopo essersi chiesta a che titolo la psicanalisi, con le sue anomalie rispetto al discorso scientifico moderno, possa appartenere alle scienze formali, naturali, umani o sociali, l’autrice ribadisce che “Freud è l’inventore di una scienza della soggettività” e che la psicanalisi è la sola “a instaurare il primato di un soggetto abitato dalla coscienza del proprio inconscio, o anche dalla coscienza della propria espropriazione” (p. 76). Sono affermazioni che tagliano corto con la ricorrente polemica epistemologica se la psicanalisi appartenga, e con quali “prove”, alla scienza moderna. Simile polemica, in gran parte suscitata da equivoci e malintesi mai dipanati, ha acceso un’infinità di speculazioni intorno alla presunta o meno scientificità del metodo psicanalitico. Ciò che Freud ha lasciato scritto sulla complessità e sulla problematicità di considerare la psicanalisi al pari di una scienza, è rimasto lettera morta. Se per parecchi ricercatori, scienziati o epistemologi è stato facile decretare l’esclusione della psicanalisi dalla cittadella della scienza, ciò è stato possibile solo dopo aver definito, con una propria metodologia e utilizzando precisi assiomi, un particolare modello di scienza. Il dibattito rimane aperto: quale modello di scienza utilizziamo? Come qualifichiamo o definiamo oggi il lavoro scientifico, quali connessioni tra ricerca scientifica e tecnologia, tra scienza e verità, tra scienza e reale, tra soggettività e scienza?

Senza la pretesa di fornire risposte a queste cruciali interrogazioni, l’autrice teme che la psicanalisi possa essere considerata un’ermeneutica, un’originale elaborazione filosofica o una visione del mondo. Se così fosse, perderebbe il meglio di quanto è riuscita faticosamente a introdurre nella cultura e nell’esperienza scientifica occidentali. La psicanalisi, per fortuna, sfugge alle statistiche, alle percentuali, ai dati ritenuti inconfutabili. “Scienza del particolare” (Spezialwissenschaft) la chiamava Freud, che si era formato sul modello positivistico senza tuttavia assumerlo. La psicanalisi è una “scienza del particolare” che continuamente mantiene aperta un’interrogazione su quanto vi è di più irriducibile, enigmatico, insignificabile dell’esperienza umana. Non fornisce risposte, ma evidenzia le linee di frattura di ogni risposta: “La morte, le passioni, la sessualità, la follia, l’inconscio, la relazione con gli altri modellano la soggettività di ciascuno, e per fortuna nessuna scienza degna di questo nome né verrà mai a capo” (p. 23).

Il materiale storico esplorato da Roudinesco si riferisce prioritariamente alla situazione francese che incontestabilmente, nel panorama psicanalitico europeo, ha avuto e mantiene una posizione di primo piano. Alcuni riferimenti a carattere informativo o storico vanno situati, ed eventualmente ridimensionati, tenendo conto della specificità della situazione italiana. Altri elementi, e sono parecchi, costituiscono un materiale indispensabile per approfondire ed esplorare la condizione della psicanalisi in Italia. Quest’ultima, che non sfugge alle tendenze epocali individuate da Roudinesco, ha vissuto una condizione di frammentazione e di provincialismo più marcata rispetto ad altri paesi europei. Del resto nel nostro paese lo scientismo ha risvolti più immaginifici ma meno pragmatici, dato il ritardo storico di alcune realtà sociali e istituzionali. La diffusione della psicofarmacologia, sia pure ampia, incontra anche atteggiamenti di diffidenza e talvolta di forte ostilità. Nel frattempo, le facoltà di psicologia da pochi anni si sono moltiplicate, parallelamente a ogni genere di scuole di specializzazione e di corsi di perfezionamento in psicoterapia.

L’antagonismo tra il modello mediacalistico e la pratica psicanalitica, che ha attraversato tutta la storia della psicanalisi europea, in Italia ha avuto l’effetto di ostacolare e di impedire un effettivo confronto tra psicanalisi, cultura e ricerca scientifica. La cultura italiana degli anni Sessanta, divisa tra cattolicesimo e comunismo, non è riuscita, grazie a forti pregiudizi ideologici e a fuorvianti fraintendimenti, a cogliere gli effettivi punti cruciali introdotti dalla psicanalisi. Sul terreno di questo incontro mancato si diffonde negli anni Settanta la polemica dell’antipsichiatria verso la psicanalisi (Basaglia, Laing, Cooper), il freudomarxismo (Marcuse, Adorno), la critica dell’ideologia e in generale il dibattito sulle possibili utilizzazioni sociali di alcuni assunti psicanalitici.

Negli anni Ottanta si affaccia sulla scena sociale e mediatica lo scontro tra psicoterapia e psicanalisi, rappresentato sia a livello giuridico che giudiziario. E’ uno scontro in cui confluiscono numerose e complesse istanze sociali, istituzionali e politiche. L’idea di professionalizzare il campo della psicologia risponde ufficialmente alla necessità di offrire tanto una tutela dell’individuo quanto una garanzia istituzionale. In quegli anni l’offerta di garanzia e di tutela si afferma come un principio sociale che attuerà una profonda trasformazione del rapporto tra privato e pubblico, e che sempre più assumerà il compito di un controllo burocratico, istituzionale e corporativo. Nel 1989 viene approvata la legge Ossicini (la 56/89), rivolta all’ordinamento della professione di psicologo e all’esercizio dell’attività psicoterapeutica, termini inseriti in una più ampia visione di politica “sociosanitaria”.

L’attuazione della legge Ossicini ha un impatto determinante e costituisce una vera e propria svolta storica. Innanzi tutto perché produce un’ulteriore confusione tra psicoterapia e psicanalisi. Risulta sempre più difficile riconoscere le pratiche di cura che si fondano su un lavoro dell’inconscio e quelle che invece lo escludono o non ne tengono conto. Sulle implicazioni di questa legge che enumera diversi orientamenti psicologici e psicoterapeutici ma non nomina mai la psicanalisi, abbandonandola in un’ambigua terra di nessuno, sull’istituzione dell’Albo degli psicologi, sui titoli richiesti per praticare la psicoterapia (laurea in medicina o psicologia), sui criteri di riconoscimento delle scuole di formazione, parecchio rimane ancora da scrivere.

Se accenniamo velocemente a queste considerazioni è per sottolineare che la situazione della psicanalisi italiana nell’ultimo decennio non può essere colta se non tenendo conto degli effetti sociali, istituzionali e simbolici prodotti dalla legge Ossicini. E’ paradossale che quest’ultima – pur non nominando mai la psicanalisi – costituisca in realtà la differenza più significativa rispetto alla situazione della psicanalisi in altri paesi. La legge Ossicini ha attuato sul piano giuridico-formale un riconoscimento “scientifico” di alcune pratiche e tecniche psicoterapeutiche. Prescindiamo qui da considerazioni relative alla loro “validità scientifica” che Roudinesco mette vivacemente in discussione. E’un dato di fatto tuttavia che una certa impostazione psicoterapeutica, appartenente pienamente allo scientismo di matrice americana, attraverso la legge Ossicini venga riconosciuta dallo Stato italiano per la sua validità scientifica e pertanto possa essere praticata in ambito pubblico o istituzionale.

Utilizzando questo stesso ragionamento per la psicanalisi, risulta che la sua esclusione dalla legge Ossicini, più che a una messa al bando, risponde a una vera e propria esclusione da un principio di scientificità i cui criteri di scelta, sia sul piano giuridico sia sul piano sociale, rimangono oscuri, non esplicitati e pertanto del tutto arbitrari. Le implicazioni sono vaste e inquietanti. Per esempio sappiamo che i crismi della “scientificità” decidono se una pratica possa o meno essere esercitata in un ambito istituzionale pubblico.

Nel funzionamento di questo principio che vorrebbe legittimare, come pretende la legge Ossicini, i confini tra scientificità e non scientificità che consentono di poter gestire l’ambito pubblico e l’ambito privato, può accadere che la pratica psicanalitica venga considerata dagli Ordini professionali sotto altro nome o assimilata all’intervento psicoterapeutico, rientrando così nell’amministrazione e nelle procedure degli Ordini. In questa logica risulta che la psicanalisi può esistere solo e soltanto in quanto psicoterapia. L’onere della prova evidentemente è demandato alla psicanalisi che, se volesse svincolarsi dagli obblighi giuridici preposti e controllati dagli Ordini professionali, dovrebbe appunto dimostrare giuridicamente di non essere psicoterapia. Il principio di non contraddizione pare proprio vacillare. Nonostante, per esempio, quanto Freud ha lasciato scritto nero su bianco. Resta l’inquietante notazione che simile tentativo di liquidare la psicanalisi, questa volta con una costruzione giuridico-formale che assume valore legislativo, risulta nella storia della psicanalisi unico.

Situata in una terra di nessuno, la psicanalisi oggi è sotto la costante minaccia dell’accusa di abuso di professione. “Se il XIX secolo è stato quello della psichiatria e il XX quello della psicanalisi, ci si può chiedere – afferma Roudinesco – se il XXI non sarà il secolo delle psicoterapie” (p. 60). Nella stagione della New Age e del mercato del benessere non a caso si afferma “l’uso generalizzato del termine “psi” per indicare, confondendo ogni tendenza, sia la scienza della mente che le pratiche terapeutiche ad essa collegate” (p. 39). Il riferimento, comune a tutti gli indirizzi psicoterapeutici, all’idea di guarigione è certamente qualcosa di diverso dal furor sanandi tanto criticato da Freud. Tuttavia l’ideale della guarigione sembra essere diventato, soprattutto a livello sociale e mediatico, la discriminante con cui si vorrebbero tenere ben distinte una pratica ritenuta scientifica, e quindi riconosciuta a livello giuridico e istituzionale, e una pratica supposta avere invece contorni incerti, risultati aleatori, esiti non dichiarabili a priori e pertanto esposta al sospetto di essere inadeguata, inefficace o addirittura fraudolenta.

E’ interessante che Roudinesco riporti il dato secondo cui l’80% dei pazienti che hanno intrapreso un’esperienza di cura psichica dichiarano non di essere guariti dai sintomi ma trasformati. La cura, in realtà, non coincide con la guarigione intesa in senso medico e la terapia risulta un effetto non finalizzabile. “Tutte queste indagini dimostrarono la straordinaria efficacia dell’insieme delle psicoterapie. Eppure, nessuna di esse permetteva di provare statisticamente la superiorità o l’inferiorità della psicanalisi sugli altri trattamenti” (p. 46). Importata dal modello medicalistico, l’idea di guarigione si attiene al principio della restituito quo ante, principio che risulta del tutto inadeguato per la cura psichica, che riguarda invece “una trasformazione esistenziale del soggetto”. Tale trasformazione, che comporta un lavoro dell’inconscio, esclude la suggestione, come Freud non ha smesso di ripetere: “Non credo che i nostri successi terapeutici possano competere con quelli di Lourdes; le persone che credono ai miracoli della Santa Vergine sono molto più numerose di quelle che credono all’esistenza dell’inconscio”. Con l’umorismo che queste parole sanno suscitare ancora oggi, dopo settant’anni, concludiamo queste veloci e sintetiche considerazioni che hanno tentato a grandi linee di contestualizzare le problematiche esposte in questo libro rispetto all’attuale situazione della psicanalisi italiana.

Sul futuro della psicanalisi in Italia e in Europa molto rimane da esplorare e da approfondire. L’auspicio è che in tale direzione vi siano ulteriori e specifici contributi che sappiano portare avanti la posizione espressa da Roudinesco: “La psicanalisi non può contribuire in quanto tale, se non disonorandosi, all’idea oggi dominante di una riduzione dell’organizzazione psichica a meri comportamenti. Se la parola soggetto ha un significato, la soggettività non è misurabile né quantificabile: è la prova, al tempo stesso visibile e invisibile, conscia e inconscia, mediante cui si afferma l’essenza dell’esperienza umana” (p. 61).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elisabeth Roudinesco, Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero, Milano, Cortina, 1995.

 

Sulla laicità della psicanalisi: AA.VV., La questione laica (a cura di A. Ballabio, Maria D. Contri, Giacomo B. Contri), Milano, Edizioni Sipiel, 1991; AA.VV., Cortesie per gli ospiti. Il problema dell’analisi condotta da non laici, Torino, Laboratorio Editore, 1997; “Scibbolet”,”La responsabilità dell’analista”, n. 5, Milano, Edizioni Otto/Novecento, 1998; Giancarlo Ricci, Le città di Freud, Milano, Jaca Book, 1994, pp. 169-175.

 

Segnaliamo in tal senso i lavori di Gabriella Ripa di Meana, Figure della leggerezza. Anoressia, bulimia, psicanalisi, Roma, Astrolabio, 1995; di Giovanni Sias, Inventario di psicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri, 1997; di Alfredo Civita, Introduzione alla storia e all’epistemologia della psichiatria, Milano, Guerini, 1996; di Eugenio Borgna, “Le diserzioni della psichiatria” in Le figure dell’ansia, Milano, Feltrinelli, 1997 e di Giancarlo Ricci, Sigmund Freud. La vita, le opere e il destino della psicanalisi, Milano, Bruno Mondadori, 1998, cap.V.

 

Sigmund Freud, “Prefazione a un numero speciale di The Medical Review of Reviews” (1930), in Opere, vol. XI, Torino, Boringhieri, 1979, p. 18.

 

Cfr. il vasto lavoro di Umberto Galimberti, Psiche e teche, Milano, Feltrinelli, 1999.

 

Sulla Storia della psicanalisi in Italia segnaliamo i lavori, ormai classici, di Silvia Vegetti Finzi, Storia della psicoanalisi, Milano, Mondadori, 1986 e di Michel David, La psicoanalisi nella cultura italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1990. Cfr. anche AA. VV. (a cura di Giovanni Jervis), Il secolo della psicoanalisi, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.

 

Esemplificativa, a tal proposito, la scelta di Cesare Musatti di tradurre nel 1963 il saggio freudiano Die Frage der Laienanalyse (1926) con “ Il problema dell’analisi condotta da non medici”: si tratta di una manipolazione ideologica. Il concetto di laico (traduzione approssimativa di laien) in psicanalisi è altra cosa da “non medici”. E’ una traduzione fuorviante che per più di trent’anni ha imposto una versione corporativistica del pensiero freudiano.

 

Sul problema della formazione e della condizione professionale degli psicoterapeuti è rilevante il materiale a più voci raccolto, poco prima della legge Ossicini, in AA. VV. (a cura di S. Benvenuto e O. Nicolaus), La bottega dell’anima, Milano, Franco Angeli, 1990. Segnaliamo anche, di Maria Antonietta Trasforini, La professione di psicoanalista, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

 

Non mancano verso la legge Ossicini prese di posizione molto critiche. Ne ricordiamo due: quella di Pier Francesco Galli (nei lavori di “Spazio Zero. Movimento per una psicanalisi laica”) e quella di Giacomo B. Contri che, anche e non solo nel libretto Libertà di psicologia (Milano, Sic Edizioni, 1999), individua nella legge 56/89 i termini di una “incostituzionalità aggravata”.

 

Cfr. l’articolo di Sergio Contardi, “La terapia in psicanalisi”, in “Scibbolet”, n. 3, “La formazione in psicanalisi”, Roma, Shakespeare and Company, 1996, e il lavoro di Marco Focchi, Il buon uso dell’inconscio, Roma, Editori Riuniti, 2000.

 

Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1932), in Opere, Vol. XI, cit., p. 257.