La trincea della guerra matta

“Traspare nello sguardo di questo giovane soldato un’inaudita e indicibile bellezza narrativa”

 «Io sento che la terra mi passa sotto i piedi ed è pesantissima»

di Francesco Migliorino

Noi storici non facciamo un lavoro rischioso. Non ci accade di restare tramortiti sul selciato, precipitando dalle impalcature con cui costruiamo le nostre belle visioni d’insieme. Grazie a Dio, non rischiamo di perdere la vita se raccontiamo la morte degli altri. Il peggio che ci può capitare è di non smascherare ‘il colpevole’ dinanzi alla forza distruttiva della Grande Guerra e delle ingiurie inferte alla mente di migliaia di fanti contadini. Siamo troppo abbagliati dalla magniloquenza della Storia per ammettere che, nel nostro lavoro, traversiamo di continuo un intricato campo di battaglia, in cui ogni piccola insignificante storia  “col suo pesante fardello di concretezza corporea” fa volentieri a meno dell’interminabile prosa di discorsi in cui è venuta alla vita. Torna a vivere solo quando viene raccontata. Per come essa è, senza dare spiegazioni.
Eppure, nonostante la nostra tranquilla routine, rischiamo ad ogni passo di inciampare sulle pretenziose (ed empie) mappe dei cartografi di Borges, i quali s’industriarono ad assecondare le lusinghe dell’imperatore, spingendosi al punto da disegnare una carta geografica che aveva la grandezza stessa dell’Impero e con esso coincideva esattamente . Se ho evocato le «Rovine della Mappa», è per dire che, per un argomento come il nostro, la realtà eccede di molto la sua rappresentazione. Tanto più quando pretendiamo di raccogliere sotto il titolo «nevrosi di guerra» vicende singolari che reclamano il loro tragico destino personale. Nel fantasmatico teatro della guerra, ognuno “nel suo piccolo” faceva la sua misera parte: smemorati, depressi, mutacisti, alienisti, eroi, codardi, simulatori, comandanti. Alla fine, tutti insieme erano solo minuscole rotelle di un grande portentoso dispositivo.
La logica dell’astratto annichiliva le ragioni del concreto. Le velava sotto una muta e nuda superficie. Nel frattempo, la macchina della guerra faceva valere le sue ragioni e collaudava le prodigiose modalità del suo funzionamento. Benevola “come sapevano essere le Benevole”  essa elargiva a ciascuno un’identità, faceva diventare necessari gli uni agli altri. L’importante era che ciascuno facesse la sua parte: chi col suo amor di patria, chi col suo sfrenato eroismo, chi con le sue mille paure, chi con la sua mente in frantumi.
E la psichiatria? Marciava come un dispositivo terapeutico e punitivo . Come in tempo di pace, attribuiva la variegata congerie di sintomi e affezioni morbose dei soldati alla cattiva costituzione, alle tare ereditarie, alla scarsa forza di volontà che “negli epilettoidi e negli isterici” si accompagnava alla «suggestione emotiva» e al collasso del giudizio morale . L’«ambiguità morale» dello shell shock «che potenzialmente comprendeva indisciplina e ribellione» serviva anche a frantumare un fenomeno che, preso nel suo insieme, rischiava di far propagare l’idea della follia come rifiuto generalizzato alle ragioni della guerra patriottica. Gli ufficiali medici «non erano semplicemente dottori che curavano malattie», ma parti di un dispositivo disciplinare che era al lavoro «per l’solamento del deviante, e per il suo trattamento su base individuale in un contesto medico anziché giudiziario» . Insomma, un vero capolavoro della Guerra industriale: da una parte essa favoriva l’avvento della ‘massa’ nella scena della storia, dall’altra piegava una tragica esperienza collettiva in decine di migliaia di singolari storie cliniche.
Grazie ai nevrotici e ai simulatori, la psichiatria meritava anno dopo anno nuove benemerenze. Si accingeva a diventare la Scienza (con la maiuscola) che aveva il potere di dire la verità sulla follia di guerra. Avanzava nuove pretese e fondava nuove riviste. Nei recinti asilari e negli ospedali da campo. Curava gli incurabili, smascherava i codardi, rimandava in prima linea i frenastenici. Eppure, al suo interno, le sue voci erano più variegate di quanto ci si possa aspettare. Diamo solo qualche cenno. Sante De Sanctis individuava nelle forme isteriche il segno degli «strapazzi fisici», della «prolungata tensione emotiva», dello «shock emozionale (per scoppio di granata a distanza, per bombardamento improvviso o prolungato)» . Per Vincenzo Bianchi, la nevrosi spesso «apparisce cagionata dai molteplici ed esaurienti fattori della guerra», e non sempre è frutto di una predisposizione ereditaria, «ma sembra che basti una semplice debole resistenza» . Con una stupefacente sensibilità per il ‘dinamismo psichico’, Giuseppe Pellacani (Professore a Bologna) descrive i malati da trauma emotivo come «confusi, inaccessibili, inconsapevoli»: essi «hanno vivaci estese reazioni di difesa per stimoli di nessuna entità, trasaliscono, sbarrano gli occhi, tremano, impallidiscono, assumono atteggiamenti di difesa, fuggono, si nascondono sotto le lenzuola». Fa il caso di «uno cui scoppiò il fucile mentre sparava» e della «confusione terrifica di un soldato che aveva fatto parte di un plotone di esecuzione» .
Di sicuro sarebbe una semplificazione additare gli ‘alienisti in divisa’ come i colpevoli o, peggio, i carnefici delle sofferenze psichiche dei soldati. Nella maggior parte dei casi, essi erano mossi da passioni autentiche: se non curare, e se non capire, almeno esercitare la professione con dignità e decoro. Non è questo il punto. In proposito, viene da pensare all’insegnamento di Foucault: nelle relazioni di potere, l’affrontamento è interminabile, lo scontro è indecidibile, l’ambiguità è ineliminabile. Ciò vale per ogni singolo attore, qualunque sia stata la sua posizione nelle procedure di partage. Era la guerra a maciullare, incorporare, divorare, annullare anche le migliori intenzioni di diagnosi e di cura. La maschera antica della follia si insediava nei campi e nelle trincee battute dal fuoco tagliente, vestiva gli sguardi assenti e i deliri di uomini lasciati senza via di fuga. Una «terra di nessuno» in cui le trasformazioni del mondo mentale si mostravano come uno dei prodotti più autentici della modernità, con tutto il suo aurorale corredo di artifici meccanici .
Se la guerra si identificava con lo Stato e lo Stato con la guerra, il servizio neuro-psichiatrico in Italia aveva da assumere le funzioni di medicina politica e di profilassi sociale. Gli ospedali da campo, insieme con i centri di raccolta e i manicomi provinciali, si avviavano ormai a diventare un formidabile laboratorio per studiare i deliri di uno sgangherato esercito di fanti ammutoliti e allucinati che, grazie agli stenti umidi della trincea e al furore abbagliante delle granate, mettevano finalmente allo scoperto la loro natura degenerata e anormale.
Le officine psichiatriche restavano in zona di guerra, o nelle immediate retrovie. La vicinanza degli affetti e della casa sarebbe stata deleteria per malati che, presi da continue crisi di pianto, parlavano coi loro silenzi assordanti e le loro interminabili nostalgie. Sottrarli al fragore dei bombardamenti e alla ripugnanza dei corpi lacerati, avrebbe favorito l’illusione che fuori dal carnaio della morte ci fossero ancora mondi possibili. Fuori non c’era mondo, dove vivere per morire. Tanto più che la psichiatria con le stellette era fortemente pressata dai comandi militari a «recuperare» il maggior numero possibile di frenastenici da destinare ai lavori di sterro e di sgombero. Che senso aveva lasciare i più forti a morire, lasciando vivere – nelle loro povere dimore – scarti di umanità che rischiavano di ammorbare il corpo sano della comunità?
E, allora, un poco alla volta si costruì una formidabile ragnatela . A dirigerla il grande Tamburini, insieme con Arturo Morselli (figlio di Enrico), Vincenzo Bianchi (figlio di Leonardo), Angelo Alberti e Giacomo Pighini. In ogni corpo d’Armata, speciali sezioni neuropsichiatriche (coi loro depositi: così si chiamavano!) che accoglievano – negli ospedaletti da campo – i periziandi e i convalescenti. Poi, reparti dedicati ai soldati nei manicomi provinciali (Brescia, Verona, Padova, Treviso, Venezia, Udine, Vicenza). A primeggiare, il Centro di prima raccolta di Reggio Emilia che stava tra la zona di guerra e il territorio nazionale e – dopo Caporetto – «doveva funzionare come lo stretto di un’enorme clessidra, chiuso da un diaframma cribrato» . Era stato fondato per smistare gli ammalati, smascherare i simulatori, decidere quanti (il più possibile) rispedire al fronte. Lavorò con profitto per un anno e tre mesi, si avvalse di diverse sedi al centro della città e in periferia, si mantenne indipendente dal Frenocomio, a cui però inviò diversi militari in osservazione. Quando la struttura fu chiusa (il 20 marzo 1919), un reparto continuò a funzionare presso il “San Lazzaro” sotto la responsabilità di Emilio Riva .
Il «metodo di lavoro» del Centro dipendeva «dalla esclusiva determinazione del direttore». Uno stile autoritario che si proponeva lucidamente di «creare un dispositivo di osservazione permanente, isolato rispetto al mondo esterno». I pochi medici impiegati (solo quattordici nel dicembre del 1918) erano chiamati a vivere la stessa vita degli infermi, al fine di «rilevarne continuativamente gli atteggiamenti abituali, le oscillazioni di umore e di contegno, i modi di condotta, le espressioni del carattere» .
A leggere le pagine di Placido Consiglio, viene fuori l’utopia di una «società militarizzata», in cui finalmente i prodotti incompiuti della selezione naturale venivano allo scoperto, per darsi a vedere con le loro tare genetiche e le loro colpevoli deficienze. Il microcosmo della guerra reclamava la sua tragica cosmologia. Per usare le stesse parole di Consiglio, non sarebbe stato lecito ammettere, per un frainteso «sentimentalismo», la «selezione regressiva» che «disperde le migliori energie e conserva e fa riprodurre le peggiori» . I frenastenici dovevano sentire, come i sani e i forti, le angustie della guerra. Dovevano correre i loro giusti rischi. Per i «materiali di scarto» non c’era fuga possibile dalla guerra: «la loro razionale utilizzazione porterebbe molte decine di migliaia di forze muscolari alla nazione ed all’esercito stesso, al posto di tanti altri territoriali, di operai borghesi che a tali lavori sono adibiti necessariamente con gran dispendio e con larga sottrazione di braccia all’agricoltura ed alle industrie belliche e civili» . Se no, a cosa era servito Darwin? Ma soprattutto, a cosa era servito Spencer? L’eugenica stava finalmente trovando il suo smisurato laboratorio e le ricette da applicare al popolo bambino che faceva la guerra . A guerra finita, la «giustizia scientifica» praticata da Consiglio avrebbe fatto valere il grande investimento di sapere al fronte per reclamare la bonifica non più soltanto dell’esercito, ma della società nel suo complesso dagli elementi eugeneticamente tarati .
Il centro di Reggio Emilia fu il vanto di Placido Consiglio e dei suoi collaboratori. Tra il gennaio 1918 e il giugno 1919, 11.091 i soldati ammessi. Il periodo medio di osservazione non superava i trenta giorni. I decorsi più laboriosi riguardavano pur sempre forme che erano ascrivibili al grande campionario della morbosità mentale: la simulazione di follia  e le «nevrosi da rassegna» (o d’indennizzo) . Scopo del centro era recuperare il maggior numero di uomini per il fronte, spegnendo sul nascere ogni illusione di poter transitare da un ospedale all’altro nell’attesa di una convalescenza. Soprattutto, si evitarono diagnosi nette, preferendo raccogliere sotto la nozione di sindrome quel variegato assortimento di disturbi che non erano imputabili, quali cause di servizio, alla guerra in quanto tale. Si faceva strada l’idea che il soldato fosse «non una vittima da curare, bensì un colpevole da punire» . Per Emilio Riva, capitano medico al “San Lazzaro” di Reggio, gli «stati confusionali di tipo stuporoso», o «depressivo ansioso», o «agitato con allucinazioni e disordini psicomotori» non erano da imputare alla guerra. Erano già noti nella psicopatologia generale come «forme tossiche, auto tossiche e da esaurimento». La caratteristica più spiccata delle psicosi di guerra era «la fugacità ed il rapido esaurirsi dell’episodio morboso». Le nevrosi, alla fine, erano poca cosa. Grazie a Dio, il loro decorso era benigno. Al più, lasciavano nel soggetto «una certa eccitabilità ed instabilità emotiva» . Meglio! Come aveva scritto prima del conflitto il Maestro di Riva, «più volte si è notato come molti anormali divengono in guerra veri eroi, per la temerarietà e lo sprezzo del pericolo» .
Nonostante a Reggio si menasse vanto di applicare un regime di no-restraint, le terapie energiche di convincimento morale furono ampiamente praticate, compresa la famigerata terapia elettrica. La così detta «psicoterapia» era fatta di disciplina, duro lavoro e comandi fermi e bruschi . L’alienista era prima di tutto un superiore militare. Faceva capolino – grazie anche agli studi dell’influente Babinski  – il ricordo della grande epidemia isterico-epilettica che s’era propagata nella Francia di fine secolo. L’isteria come una specie di pattumiera in cui «buttare tutto quello che non si riusciva a sistemare altrove». Una simulazione involontaria che si costruisce come autosuggestione sul piano della degenerazione del soggetto. Anche per i soldati simulatori poteva desumersi una certa «anomalia neuropsichica» e una qualche forma di «costituzione degenerativa» . Un gioco sottile, dunque, tra verità e menzogna. La verità della menzogna e la menzogna della verità, «con tutti i loro rispecchiamenti e rovesciamenti reciproci» .
I risultati del Centro furono sorprendenti e insperati. Tra idonei al servizio e inviati in convalescenza breve, più del 60 per cento: in parte recuperati alla guerra, in parte ai servizi territoriali al fronte. Solo il 18 per cento i riformati. Tutti gli altri transitarono nei manicomi provinciali, dove sarebbero andati a finire comunque. Nonostante la pace .
Dinanzi ad una tragedia così immane, gli storici hanno faticato per interpretare eventi che hanno lasciato sui campi di battaglia uno smisurato corteo di cifre. Un lungo, lunghissimo elenco di morti ammazzati fra le anguste pareti delle trincee, sotto i colpi dell’artiglieria, oppure nei furibondi assalti in campo aperto, con i ginocchi sprofondati nel fango e le baionette allungate a cercare la morte di un altro. Un «sinistro presagio di nuove catastrofi, la violenza di un secolo» che, «nelle tempeste d’acciaio» , celebrava la sua più autentica epifania .
Sessantacinquemilioni di uomini mobilitati, nove milioni di caduti. In tutta Europa. Una vera ecatombe. E poi: sofferenze psichiche al di là di ogni previsione. In Inghilterra 80.000 ricoveri per cause nervose e mentali. In Germania più di 300.000 nevrotici accolti negli ospedaletti da campo. In Italia, almeno 40.000 soldati inviati in osservazione psichiatrica . Con le stesse parole usate da un ufficiale medico inglese: «una vera guerra dei nervi» .
Si resta disorientati solo a cercare di capire perché tutto questo sia potuto accadere e in una misura così rilevante . C’è chi propende a vedere nelle nevrosi di guerra una fuga inconsapevole nella malattia, l’unica via d’uscita per sottrarsi alla disumanizzazione di una macchina infernale e tecnologica. Chi, invece, mette in evidenza l’annichilimento della persona che, al cospetto dell’organizzazione industriale della morte, si rannicchiava in una sorta di «terra di nessuno». Fra gli studiosi francesi, alcuni danno rilievo agli effetti psichici di un confronto prolungato con una violenza estrema, che era condivisa e generalizzata; altri, invece, enfatizzano il senso di colpa e di frustrazione dei combattenti che si scoprivano indegni (o inadeguati) nei confronti del gruppo. Più di recente, le ragioni del crollo nervoso di molti soldati sono state associate alle condizioni tipiche della guerra di trincea: immobilità, anomia, impossibilità di dare corpo ai naturali impulsi di vendetta nei confronti di un nemico invisibile che colpiva, all’improvviso e senza preavviso, con i possenti mortai dell’artiglieria a lunga gittata. Un nemico, insomma, non antropomorfo. Tutto acciaio e gas asfissianti .
Sembra quasi di osservare un oggetto con tante facce e da tanti punti diversi. Dal nostro punto di vista, vorremmo privilegiare la voce degli attori di questa sconfinata storia. Proveremo ad ascoltarli con le loro stesse parole. I referti posati e pensati degli scienziati nelle riviste mediche. Le paure e i deliri dei ricoverati nelle loro scritture. Le strategie di difesa dei familiari lontani, con le loro piccole e meschine verità. I diari clinici dei precipizi giornalieri della mente. Alla fine, forse, sarà più facile vedere – dietro alcune storie singolari – l’inaudita forza di un apparato in cui tutti trovavano riparo. Come scienziati, come combattenti, come folli.