Parola e corpo tra fobia e feticcio

Parola e corpo tra fobia e feticcio

Giancarlo Ricci

in AA.VV., Il corpo e la parola, Edizioni ETS, Pisa 2012

Parto da una breve notazione intorno alla feconda antinomia tra parola e corpo. La parola può dire il corpo, può raccontarlo, nominarlo, può descrivere cosa prova o cosa gli accade, ma il corpo non può dire la parola se non sostituendosi ad essa, se non parlando al posto della parola. Evidentemente non si tratta di un “parlare”, di un parlare qualsiasi, ma di un sistema simbolico in cui qualcosa, in qualche modo, singolarissimo, viene rappresentato. Per esempio è rappresentato come disfunzione, sintomo, anomalia, fastidio, disagio e in tutte le altre infinite lingue che il corpo sa, impropriamente, parlare o forse balbettare.

Ebbene da questa dissimmetria tra parola e corpo, da questo dislivello simbolico, nasce la psicanalisi. E nasce incontrando e attraversando la questione isterica. L’emblema più autentico di questa nascita lo troviamo in una semplice osservazione di Freud: “Seguendo il consiglio indimenticabile del mio maestro Charcot, imparai a guardare e riguardare le stesse cose fino a che cominciavano a parlare da sé” . Nell’inscenazione degli attacchi isterici Freud intravede un’altra logica, o meglio riesce ad ascoltare e decifrare una lingua. E’ un lavoro di traduzione: dal corpo alla parola. Analogamente, in precedenza, lo stesso lavoro lo aveva impegnato con la lingua del sogno: traducendo una lingua di immagini e di sequenze sceniche in un discorso che ha una propria sintassi. Dunque dalle immagini a una lingua.

Non solo nell’isteria le cose vanno in questo modo. Il nodo riguarda il corpo e le sue relazioni oggettuali, dove gli oggetti qui sono da intendersi sia come oggetti concreti (Freud li nomina talvolta come “esterni”) sia come oggetti fantasmatici (“interni”). Ci sono cioè oggetti “esterni” e oggetti “interni” rispetto ai quali il corpo reagisce, e spesso in un modo assolutamente violento, compulsivo, privo di senso. Si affaccia il tema del desiderio e del godimento con le varie implicazioni soggettive relative alla loro impossibile sovrapposizione. In breve ci sono le pulsioni.

Proprio nel cuore della connessione tra la parola e il corpo, affiora il tema della relazione oggettuale ossia il modo con cui la parola dice qualcosa sugli oggetti che il corpo cerca e desidera, in definitiva sulla logica pulsionale. Ma su un altro versante il corpo, a sua volta, dice qualcosa intorno a quegli oggetti di cui non può o non riesce a fare a meno. L’oggetto feticcio, per esempio ci sembra un oggetto desiderabile e desiderato di cui il corpo non riesce a fare a meno. Addirittura a volte una parte del corpo diventa feticcio. Il tema del fallo, o quello della bellezza, si situano in questa direzione.

Oppure, in modo rovesciato rispetto al feticcio, l’oggetto fobico si impone nella sua perentorietà come un oggetto che il corpo, assolutamente, per una questione di sopravvivenza, deve necessariamente allontanarsi e rifuggire. La parola non può nulla dinanzi a simile orrore, è in una condizione di impotenza. Allora è il corpo ad agire al posto della parola: la fuga, la paralisi, l’immobilità medusea.

Il feticcio è assolutamente desiderabile, al punto che la parola manca e non riesce compiutamente a descriverne il trionfo, l’oggetto fobico è totalmente indesiderabile, anzi intollerabile alla parola stessa. Desiderio alla potenza, il primo; godimento inaccettabile e inimmaginabile il secondo.

 

Attualità della fobia

Questo contributo cerca di esplorare, senza la pretesa di essere esaustivo, alcuni aspetti problematici ed emblematici tanto della fobia quanto del feticcio. Ci sembra che esista oggi un’attualità della fobia che rasenta un’emergenza, come se il modello fobico, che si estende anche al mondo delle relazioni, fosse diventato una modalità “normale” del funzionamento della socialità.

L’attualità della fobia, il suo nucleo di “verità materiale”, come la chiamava Freud, coincide con il rischio di una soggettività che riesce a sopravvivere alla logica sociale solo allontanandosi dall’istanza di verità. “L’inconscio è il sociale” affermava Lacan, e tuttavia oggi il sociale ,pare opporsi al lavoro dell’inconscio. La contemporaneità promuove una fobia della verità proprio nel momento in cui incentiva la politica di un godimento obbligatorio, necessario, costrittivo. Il soggetto deve godere. Ma prescrivere il godimento come un dovere è la via più diretta per promuovere la fobia.  Così come prescrivere il desiderio è la via più diretta che punta alla creazione del feticcio.

Il godimento come diritto promuove in termini sociali una sorta di perversione eretta a sistema. Si tratta di un’economia del plus godimento. Ma quando il plus godimento è assimilato a un diritto che quasi si impone come obbligo, allora incomincia il regno infernale della fobia. Quando tutto diventa possibile, lungo quel feticismo delle merci che nasconde il limite del godimento, uno ad uno gli oggetti diventano improvvisamente impraticabili, fobici.

Oggi è il tempo dove tutto si consuma e dove tutto, consumandosi, si distrugge. Il soggetto diventa un soggetto fobico, un soggetto cioè libidicamente depauperato in quanto impegnato principalmente nelle difese psichiche. E’ il paradosso del narcisismo, o meglio, la prevalenza del narcisismo di morte.

L’attualità della fobia s’impone oggi lungo la considerazione condivisa da diversi psicanalisti  secondo cui l’impressione è di trovarsi dinanzi a una mutazione antropologica: non è più, e non unicamente, il meccanismo della rimozione (Verdrängung) a presiedere il funzionamento psichico della soggettività ma il meccanismo della difesa. La difficoltà di simbolizzazione fa sì che il desiderio sia svincolato dalla funzione di legge e che pertanto il godimento sia sconnesso dalla castrazione simbolica. Questa sconnessione è la premessa che favorisce la fobia.

Le nuove forme della clinica nella contemporaneità evidenziano frontiere sempre più complesse da definire: gli stati border, le depressioni, le patologie della dipendenza, il sintomo stesso sempre più eccentrico e sfuggevole. Commistioni, innesti, sovrapposizioni di tratti: la Babele delle lingue nell’era della globalizzazione contamina lo psichico, produce differenza e alterità nell’identità, rende precario il processo di soggettivazione delle esperienze e del sentire. La tradizionale distinzione tra nevrosi e psicosi, tra isteria e ossessione, tra nevrosi da transfert e nevrosi narcisistiche risulta da ripensare e riformulare.

Il contesto sociale, nel rumore di fondo della contemporaneità, sostiene la necessità del godimento eretto a sistema economico. L’omologazione degli stili di godimento promuove il principio della prestazione, come se l’affermazione narcisistica potesse unicamente fantasticare un godimento esente da legge simbolica. E ancora: in che misura il trionfo del narcisismo autoreferenziale trova nello scientismo della tecnologia quella complicità che promette la costruzione di una protesi della soggettività?

 

Elogio della fobia ?

In fondo la fobia è, in un certo senso, anomala, imprevedibile, frammentaria. Non ha lo statuto di discorso, non è assimilabile alla coerenza del sintomo, va e viene, è errabonda pur nel suo metodo implacabile. La fobia, nello scenario dell’ipermodernità, sembra un contrappasso, un incidente che irrompe nell’incessante scambio delle merci e nel necessario consumo degli oggetti.

Mi espongo all’imprudenza di ipotizzare una sorta di elogio della fobia: la fobia potrebbe rappresentare una forma di resistenza, di resistenza dell’inconscio che vuole rendere giustizia alla dignità dell’oggetto. L’oggetto ha la sua dignità in quanto è non consumabile, non svela mai il suo enigma, rimane agganciato a un reale che non si lascia immaginare, si lascia nominare  ma sempre nel tempo del malinteso e del gioco delle parti. Nel vasto mondo del feticismo delle merci dove ogni feticcio può essere sostituito indifferentemente da un altro feticcio, la fobia finalmente sembra proprio riuscire a fa inceppare lo scambio e vanificare il principio della sostituibilità. Il soggetto (nelle migliori delle ipotesi) si immobilizza dinanzi al possibile godimento dell’oggetto.

Mentre il feticcio assicura una certezza, blandisce il desiderio purificandolo dalla sua alterità e dal suo altalenare, la fobia segue un’altra logica, quella dell’impedimento: più forte dell’inibizione, meno strutturata rispetto al sintomo, omologa all’angoscia ma differente da essa.  Il saggio di Freud Inibizione, sintomo e angoscia potrebbe forse riscriversi nella nostra contemporaneità nei termini di Inibizione, fobia e angoscia, come suggerisce Serge Vallon nel suo lavoro L’espace et la phobie . E’ come dire che nelle formazioni dei “nuovi” sintomi di oggi è sempre più preponderante un tratto fobico. Questo comporta delle conseguenze cliniche di un certo rilievo.

In sintesi la fobia instaura una radicale obiezione al godimento divorante dell’oggetto e a una politica del godimento come obbligo. La fobia non solo si oppone al consumo dell’oggetto, ma rifugge l’oggetto riconoscendo immediatamente in esso l’origine di una paura non negoziabile.

 

Paura della paura

La fobia introduce una vertigine là dove la “ratio” dell’uso inciampa nel valore. Soprattutto la fobia dissolve il “valore d’uso”, fino a instaurare un disvalore assoluto: il terrore, lo spavento, la paura. La fobia è incapace di reggere una “ratio” dello scambio in quanto piuttosto enuncia una “razza”. Le parole “ratio” e “razza” come fa rilevare Slavoj Zizek in La violenza invisibile, procedono dallo stesso etimo. Per esempio possiamo notare che il cavallo “di razza” del Piccolo Hans è pronto a mordere, infatti la sua “ratio” è quella di mordere.

Mai quanto il soggetto fobico, differentemente dal discorso isterico o ossessivo, giunge a percepire nell’oggetto il suo “valore di abuso”. Nella struttura fobica il valore d’uso diventa immediatamente un “valore di abuso”. Tutt’altro che una dipendenza dall’oggetto. E’ un rifuggire l’oggetto. E’ una sorta di verwerfung (rigetto) realizzata.

Di sicuro la fobia mostra il rovescio della volontà: è l’oggetto a venire verso di me, a minacciarmi al punto che il mio corpo è in pericolo. E’ l’Io a voler sfuggire all’oggetto proprio quando l’oggetto (objectum) pare scagliarsi contro di me. L’Io percepisce, attraverso la maschera dell’angoscia, il volto del godimento, cioè il vero abusante.

La vertigine diviene “afanisi”, smarrimento, scomparsa del soggetto, venir meno della parola. La parola manca, si frantuma, la cosa diviene indicibile, e l’afanisi colpisce la possibilità stessa del significante.  “L’afanisi – scrive Lacan nel Seminario XI – dev’essere situata in modo più radicale: a livello in cui il soggetto si manifesta in quel movimento di scomparsa che ho qualificato come letale” .

Nodo centrale della fobia, la paura della paura ha (quanto meno) un punto in comune con l’isteria. Si tratta di quel meccanismo che Freud chiamava “inversione temporale”: l’isterica rappresenta il desiderio inconscio come se esso si realizzasse anticipatamente nell’immaginario. Se l’isterica anticipa la rappresentazione del godimento per mantenere il desiderio insoddisfatto, il fobico si ferma dinanzi al godimento anticipando la castrazione. Non a caso, all’inizio Freud assimila la vicenda della fobia all’isteria d’angoscia e non, per esempio, all’isteria di conversione.

Paura della paura: la fobia gioca d’anticipo. Vede l’oggetto e immagina vertiginosamente ciò che potrebbe accadere se la sua difesa crollasse improvvisamente. La fobia, con la sua paura della paura, gioca d’anticipo perchè non vuole saperne dell’aprês-coup. Ossia non vuole saperne della connessione tra percezione e rappresentazione, cerca di interrompere la loro connessione. L’aprês-coup consiste nel movimento per cui il soggetto si ritroverebbe ancora dinanzi a quella rappresentazione che riattiva l’angoscia di castrazione. Rispetto a questo infelice incontro il soggetto fobico va via prima, se la svigna.

 

Percezione e trauma

Un modo per cogliere la struttura della fobia può essere quella di individuare, nel suo funzionamento, la filigrana del trauma. Si tratta di un trauma, per così dire, prodotto all’interno della soggettività e che procede propriamente lungo il tema dell’angoscia di castrazione.

Freud, nella prima topica, ritiene che la fobia debba “acquisire un diritto di cittadinanza nell’isteria d’angoscia”: “Ciò è giustificato – prosegue Freud – dalla somiglianza esistente tra il meccanismo psichico di queste fobie e quello dell’isteria, somiglianza che è perfetta ad eccezione di un solo punto, il quale è significativo per distinguerle. Nell’isteria d’angoscia la libido sprigionata dal materiale patogeno in virtù della rimozione non viene convertita, ossia non viene sottratta alla sfera psichica per riapparire in una innervazione somatica, ma viene liberata sotto forma di angoscia”.

Sappiamo che nella fobia non è la rimozione (come nell’isteria) a farla da padrone, e nemmeno il corpo a offrirsi a una scrittura di geroglifici. Anzi il corpo rifugge dal geroglifico del godimento. Il luogo di questo trauma, che assume una forma anticipatoria in quanto angoscia di castrazione, ci appare eccentrico: si trova lungo una soglia inaspettata che è quella  della percezione.

Il tema della percezione nella fobia è decisivo. “L’angoscia della fobia – scrive Freud in Inibizione, sintomo e angoscia – è infatti un’angoscia facoltativa: essa sorge soltanto quando il suo oggetto diventa percepibile”. Nella fobia dunque è in gioco quella soglia topologica in cui un oggetto si situa lungo il bordo della percezione. Quando l’oggetto è percepito e giunge a portata di sguardo, ecco insorgere la paura e dunque la fuga. Fuga dalla percezione, ma in realtà, nella realtà dell’inconscio, è una fuga dalla rappresentazione, da ciò che quell’oggetto rappresenta in quanto sostituto che agisce in una rete di significanti e di tracce mnestiche.

“Questa tecnica di controinvestimento – osserva Freud – è più appariscente nelle fobie che nell’isteria”. Il meccanismo corrisponde esattamente a un rovescio della scotomizzazione. La fobia individua benissimo l’oggetto, lo vede in modo frontale: non lo rimuove, non lo fa sparire dal campo visivo ma sparisce lui, il soggetto. Lo vede ma non sopporta lo sguardo: è come se fosse l’oggetto a vedere il soggetto. L’oggetto mi guarda.

L’agorafobia, per esempio, dimostra come lo spazio diventa una sorta di metafora che contiene tutti gli sguardi.  In materia di sguardo la strategia della fobia è notevolmente differente dal discorso ossessivo che architetta qualsiasi astuzia pur di sfuggire allo sguardo dell’Altro. Ed è anche differente dalla strategia dell’isteria che cerca lo sguardo dell’Altro per ingannarlo meglio.

Ma torniamo alla percezione. Curiosa parola, perchè in tedesco suona come Wahrnehmung, alla lettera prendere per vero. Ebbene troviamo qui il paradosso della percezione secondo la fobia: l’oggetto (il cavallo, il lupo) è proprio quello, lo prendo per vero, è vero. Ma so che non è quello. O meglio non so perchè quell’oggetto mi spaventa.  Di sicuro vero è lo spavento.

Se la percezione nella fobia produce divisione, è in quanto partecipa di quella stessa scissione (Spaltung) e di quella sconfessione (Verleugnung) che Freud attribuiva alla formazione del feticcio. Il meccanismo fobico si svolge in due tempi: vedo l’oggetto ossia lo “prendo per vero”, quindi diventa “iper-reale” nel plus terrore che suscita. Se parliamo di plus terrore è per evidenziare che si tratta di un fantasma di plus godimento.

 

Fortezza di frontiera

Nel fobico, osserva Freud, la scissione si struttura a partire da un “pericolo interno che viene convertito in un pericolo esterno” e questo comporta di conseguenza che “l’angoscia nevrotica venga trasformata in apparente angoscia reale”. E’ il nodo, questo, su cui si arrovella Freud e che, riconsiderando il funzionamento fobico, lo porta ad affermare in Inibizione, sintomo e angoscia che “è l’angoscia a produrre la rimozione e non, come ritenuto in precedenza, la rimozione che produce l’angoscia”  .

Ritorniamo sul “pericolo interno che viene convertito in un pericolo esterno” e soffermiamoci sul termine “conversione” che curiosamente rinvia all’isteria “di conversione”. Nell’isteria la rappresentazione del rimosso si scrive (si converte) sul corpo: una rappresentazione viene mostrata alla percezione dell’Altro affinché l’Altro la prenda per vera. Charcot infatti prendeva per vere le rappresentazioni delle sue isteriche. Le riteneva talmente vere che le considerava delle vere e proprie simulazioni.

Lo spostamento che la fobia opera tra oggetto “interno” e “esterno”, fa dire a Freud che la fobia ha il carattere di una proiezione. Tuttavia è Lacan a metterci in guardia dal non confondere, nella clinica, le grandi fobie con strutture psicotiche. Dopo aver ripreso il concetto freudiano di verwerfung, ossia rigetto, rifiuto, Lacan elaborerà la sua teoria della forclusione secondo cui un significante rigettato dal simbolico ritorna nel reale.

Il sintomo fobico, in un certo senso, può avere un tratto psicotico perché in effetti l’oggetto è percepito come reale, fa irruzione dal reale in tutta sua portata “iperealistica”. Può essere talmente reale da possedere la stessa stoffa dell’allucinazione. La struttura tuttavia non è psicotica. Il fobico infatti sa fin troppo bene che cosa è un padre. Lo sa, ma fa finta di non saperlo, se avvaloriamo l’ipotesi che anche nella fobia è presente un tratto di Verleugnung (sconfessione).

La fobia è una “fortezza di frontiera” che ha il compito, insiste Freud, di arginare l’angoscia. Precisa tuttavia qualcosa di essenziale: “la debolezza del sistema difensivo delle fobie sta, naturalmente, nel fatto che la fortezza, che si è così ben premunita verso l’esterno, è rimasta attaccabile dall’interno”. Che la fortezza fobica sia “attaccabile all’interno” significa che il soggetto è costretto a fare i conti con la rappresentazione, con la Vorstellung freudiana, ossia il contenuto rappresentativo delle pulsioni.

Nella fobia tra percezione e rappresentazione non c’è continuità, anzi ciò che egli vuole evitare è la loro intersezione, un loro possibile collegamento.  In questa non continuità si struttura la scissione tra “esterno” (percezione) e “interno” (rappresentazione). Abbiamo una particolare topologia. L’oggetto è percepito a condizione di essere dislocato al di fuori del campo della rappresentazione. Ecco perché, nell’economia fobica, le immagini sono sempre in bilico, sulla punta di una vertigine che improvvisamente può precipitare. Le precauzioni si estendono e si moltiplicano. Invano.

 

Fobia e feticcio

Per chiarire meglio la differenza tra percezione e rappresentazione, dobbiamo rifarci all’elaborazione freudiana relativa al feticcio. Nel suo saggio Feticismo (1927) precisa qualcosa di essenziale in merito al funzionamento della rimozione. Scrive che se nel funzionamento della rimozione “vogliamo differenziare in modo più marcato il destino della Rappresentazione da quello dell’Affetto (Affeckt), e se riserviamo all’Affetto il termine Verdrängung (rimozione), allora per indicare il destino della Rappresentazione la denominazione corretta è Verleugnung (sconfessione)” . Dunque rimozione e sconfessione convivono: la prima riguarda l’Affetto, la seconda riguarda la Rappresentazione. Questa precisazione è essenziale per cogliere la struttura della fobia dove predomina il tema dell’Affetto che erompe come immotivata paura verso un oggetto.

Dopo qualche anno Freud ritorna sulla questione e, nel Compendio (cap. 8), distinguerà ancor più precisamente tra rimozione e sconfessione affermando che la prima è usata per difendersi dalle richieste pulsionali provenienti dall’”interno”, mentre la sconfessione per difendersi dalle pretese della realtà “esterna”. Questo filo che nel pensiero di Freud insiste nell’utilizzare la categoria interno-esterno può essere reperito sia come una vera e propria topologia sia come una dialettica relativa alla connessione tra individuo e società, tra esigenze soggettive e civiltà.

C’è una frase di Freud che illumina, per quanto riguarda il feticismo, il punto cruciale della congiunzione tra Percezione e Rappresentazione: “Il feticcio è il segno di una vittoria trionfante sulla minaccia di castrazione”. Esattamente il contrario, possiamo affermare, accade a proposito dell’oggetto fobico che attua, con la sua inquietante presenza, una sorta di manovra per evitare la devastazione (l’Affeckt) dell’angoscia di castrazione.

Nella fobia l’immagine mostra il suo rovescio, la consistenza reale di cosa minacciosa. E’ la macchia, lo sfondo nero, la bestia sempre in agguato, lo spazio aperto da cui chiunque può guardare. “Il meccanismo delle fobie – osserva Freud – è del tutto diverso da quello delle ossessioni. Qui non impera la sostituzione, qui l’analisi non scopre una rappresentazione incompatibile. Non si trova mai tutt’altro che lo stato emotivo di angoscia” .

Invece il feticcio pare vivere di visibilità. E’ un oggetto felicemente amabile, esclusivo, spesso inanimato. E’ strutturalmente un oggetto morto e in quanto tale “collezionabile”. L’oggetto fobico è tutt’altro: entra nell’elaborazione freudiana sotto le parvenze dello “straniante”, quando per esempio Freud afferma che l’effetto di straniamento emerge nel momento in cui un oggetto ritenuto inanimato incomincia a muoversi, ad animarsi. In tal senso rinvia alla tematica relativa al “ritorno” del padre, o meglio all’impossibile morte del padre, cosa che Freud ha avvertito intensamente a proposito dell’ira di Mosè che rompe le tavole della legge o nel saggio Mosé e la religione monoteistica.

Là dove il feticcio pare assicurare l’evitamento della castrazione, una “vittoria sulla castrazione”, una sua possibile dilazionabilità, la fobia procede per contraccolpi, si paralizza dinanzi all’impossibile evitamento della castrazione. Ma, nota Lacan, la tigre di carta è sempre in agguato.

Del resto se il fobico fugge, il feticista inganna: lascia immaginare il godimento dell’oggetto, cerca di pregustarlo utilizzando una politica della promessa. La fobia, invece, fa come se il soggetto si trovasse improvvisamente, e a sua insaputa, nel cuore del godimento, come se egli stesso fosse già (anticipatamente) ustionato e annichilito da un godimento insopportabile.

 

La verità insopportabile della fobia

C’è ancora un’altra coniugazione relativa a un possibile elogio della fobia. Mai quanto la fobia ci obbliga oggi a distinguere tra piacere e godimento. La fobia, che vorrebbe proteggere e favorire il principio di piacere opponendosi al godimento, sorge in effetti come contrappunto al principio di piacere introducendo l’ombra di un godimento che si affaccia in un punto indecidibile.

Si tratta del tema della macchia, del punto cieco, dell’irrapresentabile. E’ il vicolo cieco in cui il fantasma del godimento intrappola l’Io. E’ un godimento arcaico che eccede le capacità di assimilazione dell’Io. Al punto che la crisi fobica minaccia l’immagine stessa del corpo.

Lungo l’elaborazione avanzata da Lacan sullo sguardo e la sua schizi (Seminario XI) la questione riguarderebbe la funzione della visione nel discorso fobico o meglio in quei discorsi in cui la fobia fa capolino, lasciando il suo strappo, la sua macchia o la traccia incancellabile di una fuga precipitosa.

Dunque la visione e la macchia, il dare a mostrare e la scotomizzazione: la loro impercettibile tessitura potrebbe esser reperita nell’ambito della storia dell’arte o dell’architettura, dato che la prospettiva, il punto di fuga, il gioco infinito tra visibile e invisibile, la dialettica tra il rappresentabile e l’irrapresentabile, e infine la presenza dell’oggetto, con la sua materialità e concretezza, così come della sua estetica, sono temi indispensabili alla produzione e al lavoro dell’artista.

Qui davvero potremmo reperire, in diverse rappresentazioni figurative, la paradossale connessione tra parola e corpo. La ritroviamo nelle rappresentazioni di corpi che “dicono” come gli oggetti (feticci o fobici) del mondo dei loro desideri e dei loro godimenti s’inscrivono in una particolarissima vicenda pulsionale. Sullo sfondo figurativo dove accade qualcosa in materia di desiderio o di godimento, in qualche angolo della scena, penso permanga (incancellabile) una traccia di un tratto feticistico o di un tratto fobico che è rimasto scritto, fugacemente. Quasi come in un palinsesto.

L’era delle immagini e della realtà virtuale, l’epoca dove tutto è possibile con l’immagine e con le apparenze, promuove sistematicamente un feticismo delle immagini. La produzione artistica, per esempio nell’ambito delle arti cosiddette visive, mostra come le sovversioni più radicali sono quelle operate da artisti che hanno saputo e voluto entrare nell’inferno della Cosa. Sono coloro che hanno saputo scorgere negli oggetti della realtà qualcosa di orrifico, senza retrocedere. Sono gli artisti che hanno saputo girare intorno all’oggetto fobico e, quasi come in una danza, tentare di rappresentarlo nella sua irrapresentabilità, nella sua prospettiva di fuga.

 

 

 

 

S. Freud, Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), in OSF, vol. 7, p. 395.

Cfr. Marisa Fiumanò, L’inconscio è il sociale. Desiderio e godimento nella contemporaneità, Bruno Mondadori, Milano, 2010.

Come rinvio a tale dibattito segnaliamo indicativamente i lavori di Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010 e di Charles Melman, L’uomo senza gravità, Bruno Mondadori, Milano, 2010.

S. Vallon, L’espace et la fobie, Editions Erès, 1996, France. Una traduzione (non completa) di questo testo è comparsa con il titolo Si…fa un bambino (a cura di Maria Pia Marangon) come Quaderno n. 1 dell’Associazione Culturale Giardino Freudiano di Padova ( HYPERLINK “mailto:gairdinofreudiano@libero.it” giardinofreudiano@libero.it).

S. Zizek, La violenza invisibile, Rizzoli, Milano, 2007.

J. Lacan, Seminario XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Einaudi, Torino, 1979, p. 212.

S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), (1909), in OSF, vol. 5, Boringhieri,  Torino, 1975, p 565.

S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, in OSF, vol. X, Boringhieri,  Torino, 1981, p. 275.

S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, cit. p. 304.

S. Freud, Introduzione alla psicanalisi (1932), in OSF, vol:11, Boringhieri, Torino, 1979, p. 194.

S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, cit., p. 258.

Nel Convegno a Rio de Janeiro su Histeria, obsessäo, fobia: a neurose em anàlise (14-16 ottobre 2010) Paola Mieli osservava giustamente che, specie nelle fobie della prima infanzia, la fobia può essere intesa come un appello al padre. Ossia una domanda che nella sua invocazione chiede alla funzione paterna di intervenire per normare l’istanza della castrazione facendo fronte quindi all’angoscia. La questione della fobia andrebbe pertanto situata in primo luogo nella strutturazione della sessuazione.

S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917), in OSF, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976, p. 561.

S. Freud, Feticismo (1927), in OSF, vol. 10, p. 492.

S. Freud, Feticismo, cit., p. 493.

Cfr. Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2002.

S. Freud, Ossessioni e fobie (1894), in OSF, vol.2, Boringhieri, Torino, 1968, p.145.

Cfr. S. Freud, Il Mosé di Michelangelo (1914), in OSF, vol. VII, Boringhieri, Torino, 1975.