Sanguinava, godeva, era l’unico dio

“Sanguinava, godeva, era l’unico dio”.
Note su I ciechi   (parlano Edipo e Tiresia)
tratto dai Dialoghi con Leucò
di Cesare Pavese.

Straordinarie e sorprendenti queste poche pagine di Cesare Pavese tratte dai Dialoghi con Leucò,  libro ricco di altrettante sorprese.
Il dialogo tra Edipo e Tiresia, I ciechi , interessa particolarmente la psicanalisi perché tocca questioni cruciali. L’autore labirinticamente percorre i mille fili che si perdono in un nodo originario fatto di interrogazioni estreme e dolorose: sulla vita e la morte, sugli dei, sui nomi e la nominazione, sulla “roccia e il cielo”, sul sesso e l’accecamento, sul senso e la forza delle parole. Sono temi e spunti che, esposti quasi sotto forma di aforismi e metafore, si annodano in quello che costituisce un enunciato cardine pronunciato da Tiresia: ”Anche in me c’è qualcosa che gode e sanguina”. Dunque il nucleo, con la sua parvenza di fiamma e di cenere, è il godimento. Per Pavese “aprire gli occhi sul godimento” fa apparire l’orrore. E la cecità pare una salvezza, un rimedio, quasi una benefica protezione.
Anche l’autorevolezza di Tiresia, nella sua posizione di sublime saggezza e di conoscitore di ogni godimento (maschile e femminile), è costretto a fare i conti con la roccia (altro significante cardine che evoca immediatamente la “roccia della castrazione” di cui parlava Freud). E ancora: “Le cose del mondo sono roccia (…) ma la roccia non si tocca a parole”. Il reale e il simbolico. La materia e la parola. La cosa e il poterne dire qualcosa.
L’evocazione e la veloce coniugazione, nel dialogo, di termini come roccia e serpi, disgusto e illusione, godimento e sangue, nomi e divinità, espongono queste pagine a una lettura analitica. Di sicuro Pavese qui giunge a estreme frontiere, nella scrittura e nella vita. I ciechi  appunto: nel loro sradicato smarrimento la cecità fa dire a Tiresia: “Tutti preghiamo qualche dio, ma quel che accade non ha nome”. (Giancarlo Ricci)