Sul concetto di riparazione

ALCUNE PREMESSE

E’ importante un chiarimento terminologico relativo al concetto di riparazione. Come vedremo più avanti, la nozione di “riparazione” e di “impulso riparatore” nella letteratura psicanalitica sorge verso gli anni ’40, si consolida negli anni ’50 e, a partire dagli anni ’60, diventa un riferimento abbastanza diffuso nella comunità psicanalitica anglosassone per interpretare l’insorgenza dell’orientamento omosessuale in soggetti maschi.
Socarides, nel 1978, aveva ipotizzato che l’omosessualità maschile insorga nei primi tre anni di vita del bambino a causa di un rapporto problematico con la madre. In particolare la fase più importante sarebbe quella individuata da Margareth Mahler, la fase di “separazione-individuazione”: l’intensa simbiosi del bambino con la madre, che non riesce a canalizzarsi nella normale separazione e individuazione, cioè nel vedere se stesso e la madre come due persone separate e distinte, spingerebbe il bambino verso un’identificazione primaria con la madre. Nicolosi, in un certo senso, percorre la stessa via di Socarides  ma procedendo, per così dire, in un movimento contrario. Invece di esplorare la relazione della madre con il bambino, la sua attenzione si sofferma sulla funzione simbolica del padre, così come interviene nella relazione triadica. Ciò comporta, per esempio, interrogarsi anche sul posto che la funzione del padre viene ad assumere nel discorso e negli atteggiamenti della madre. Alcuni psicanalisti, per spiegare alcune patologie, hanno infatti posto l’accento sul fatto che qualora nel discorso della madre la funzione di padre sia sistematicamente espunta, anche il figlio riterrà, garante la madre, che il padre non ha alcun significato simbolico, e che quindi la sua funzione risulterà simbolicamente forclusa. Per alcuni studiosi, tra cui Nicolosi il passo è stato quello di situare il meccanismo della riparazione nell’ambito della relazione con il padre e quindi nell’ambito delle mancate identificazioni relative all’identità sessuale del figlio. Il meccanismo di riparazione procede dunque da un “danno” situabile nella mancata o nella problematica relazione con il padre.

La riconciliazione con il padre. La riconsiderazione e la reintroduzione della figura del padre, in tutta la sua portata simbolica relativa alla strutturazione del soggetto, permette al paziente di elaborare il distacco dall’onnipotenza materna in cui è stato coinvolto, e non senza pesanti conseguenze psichiche. Quando alcuni autori pongono l’accento sulla riconciliazione verso il padre, così essenziale per l’articolazione del sintomo dell’omosessualità, sottolineano due aspetti. In primo luogo il posto che il padre ha avuto (o non avuto) nella storia del soggetto, ossia le diverse implicazioni in merito alle frustrazioni o ai rifiuti provenienti dall’esistenza o meno della funzione paterna che veicola e instaura la funzione della legge simbolica (il Superio). Secondariamente, ma si tratta di un versante implicato nel precedente, il riposizionamento della madre e del legame con lei secondo una modalità relazionale non più dominata dalla distruzione o dal divoramento.
Nel processo terapeutico si tratta di procedere lungo una sorta di percorso a ritroso: dall’oggetto riparatore a ciò che tale oggetto avrebbe dovuto riparare. Tale processo esplora il tempo logico che precede l’insorgenza della riparazione, ossia cerca di individuare quelle situazioni in cui le identificazioni con la figura maschile è venuta a mancare, e pertanto a non strutturarsi nella costituzione dello psichismo.
Se questa inscrizione della funzione del padre non avviene significa che predomina la relazione madre-figlio come una relazione simbiotica, ossia come una relazione in cui il figlio risponde e corrisponde a un fantasma materno di onnipotenza. Evidentemente questo processo non lo troviamo mai pienamente in atto, ma si sviluppa secondo modulazioni, gradazioni, specificità e temporalità che variano in ciascun caso.

Il distacco difensivo. Coniata dallo psicanalista britannico John Bowlby, l’espressione “distacco difensivo” si riferisce all’”espediente infantile, autoprotettivo, sviluppato  da un bambino contro i danni di carattere emotivo”  . In seguito all’introduzione di questo termine, la psicologa Elizabeth Moberly   ha proposto la teoria secondo cui il bambino svilupperebbe un “distacco difensivo” nei confronti del padre che lo ha respinto e della mascolinità in generale. Tale vicissitudine della carenza nel processo dell’identificazione con il padre, carenza che ha una natura sia simbolica sia reale, produce quel “distacco difensivo” che ulteriormente promuove e rafforza l’orientamento omosessuale.
In altri termini il distacco difensivo è ciò che permette di confermare l’orientamento omosessuale come se fosse la soluzione che offre, dal punto di vista del principio di piacere, la maggior “stabilità” narcisistica e la migliore difesa. Il distacco difensivo dal padre è avvertito come una “presa di posizione finale che è sentita soggettivamente come un mai più. E’ come dire: io rifiuto te e tutto quello che tu rappresenti, vale a dire, la tua mascolinità”  .
Un’ultima riflessione riguarda la dialettica tra riparazione e distacco difensivo. La riparazione, dicevamo, procede da una sorta di spostamento: da una mancanza avvertita come danno viene ricostruita sintomaticamente una riparazione. Il distacco difensivo è già avvenuto e adesso tenta di padroneggiare l’impulso distruttivo, di diminuirne l’intensità cercando di ricostruire un’identità narcisistica intesa come (paradossale) autonomia affettiva.
In altri termini: la riparazione avviene solo dopo che il danno è stato “confermato”, “riconosciuto” e “superato” dal punto di vista dell’investimento psichico. La riparazione, ovvero una sorta di paradossale “risarcimento”, può avvenire solo a distacco difensivo avvenuto. Viceversa è il distacco difensivo a fissare e a stabilizzare quella particolare forma di riparazione che il soggetto si è trovato ad attuare, sintomaticamente, per risarcirsi del danno.

DA DOVE PROVIENE IL CONCETTO DI RIPARAZIONE
Il concetto di riparazione lo troviamo nei classici del pensiero psicanalitico: in Sigmund e Anna Freud, in Winnicott e successivamente in diversi altri studiosi che, nell’area anglosassone e americana, hanno ripreso e riformulato questo termine soprattutto a partire dagli anni ’50 in poi. In particolare è stata principalmente Melanie Klein negli anni ‘40 a porre la riparazione come uno tra gli aspetti più significativi della sua teoria della clinica.
Procediamo con ordine. Il percorso che proponiamo si riferisce principalmente ai fondatori del pensiero clinico appena citati, anche se sarebbero diverse decine gli studiosi che fanno riferimento al concetto di riparazione.
Partiamo da Sigmund Freud. Nel suo saggio Introduzione al narcisismo (1914) è celebre la notazione secondo cui “l’uomo può amare […] quel che egli stesso è, quel che egli stesso era, quel che egli stesso vorrebbe essere, la persona che fu una parte del proprio sé”  . Qualche anno prima tale notazione era stata formulata in modo ancora più preciso quando nel saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910) aveva affermato che “il ragazzo rimuove l’amore verso la madre ponendo se stesso al suo posto, identificandosi con la madre e prendendo a modello la propria persona, a somiglianza della quale sceglie i suoi nuovi oggetti d’amore. E’ così diventato omosessuale; in verità è di nuovo scivolato nell’autoerotismo, giacché i ragazzi che egli, adolescente, ora ama non sono che sostituti e repliche della sua stessa persona infantile, da lui amata come sua madre lo amò da bambino”. Poche righe più avanti nota ulteriormente che l’omosessuale “si affretta ogni volta a trasporre l’eccitamento suscitato dalla donna su un oggetto maschile, ripetendo continuamente in questo modo il meccanismo attraverso il quale ha acquisito la sua omosessualità”.
Certo qui Freud non parla di riparazione, ma i termini che ne costituiscono la logica, seppure nella relazione con la madre, ci sono tutti: il sentimento della perdita, il tentativo di riprodurre narcisisticamente ciò che è andato perduto, il meccanismo della sostituzione e della trasposizione, infine la ripetizione. Da una parte abbiamo la perdita (la ferita narcisistica come danno), dall’altra il ritrovamento (la restituzione, la gratificazione) attraverso una sostituzione. La ripetizione di tale sostituzione convalida e compie appieno il processo di riparazione.
La notazione freudiana secondo cui il soggetto, in tale spostamento narcisistico, “scivola di nuovo nell’autoerotismo” è alquanto significativa in quanto afferma che l’omosessualità ripete in realtà una scelta autoerotica. In effetti l’autoerotismo, nella teoria freudiana delle tre fasi della sessualità (orale, anale, fallica), riguarda le prime due, ossia quella orale e anale, che corrispondono ai primi momenti evolutivi del bambino.
Sarà Anna Freud nella sua descrizione (1952) di quattro casi di omosessualità risolti, a interpretare l’omosessualità in termini di impulso riparatore. Già altri ricercatori tuttavia si erano mossi in direzioni simili, prima Fenichel e Adler, e successivamente Nunberg, Rado e altri.
Anna Freud si era avvalsa delle teorie di Melanie Klein. Costei,  a partire dal 1934, aveva introdotto nella sua elaborazione il concetto di “posizione depressiva” che svilupperà in successivi saggi. La “posizione depressiva” si produce nel bambino come effetto relativo alla capacità di provare la perdita di un oggetto quale la madre rappresenta. “Il senso di depressione mobilita il desiderio di riparare gli oggetti. Credendosi responsabile della perdita di sua madre, il neonato immagina anche, grazie al suo amore e alle sue premure, di poter annullare i misfatti della sua aggressione”  . Dunque la riparazione è un tentativo di porre rimedio ai fantasmi distruttivi che si riferiscono all’oggetto d’amore ripristinando l’integrità dell’oggetto materno. Quando il bambino avverte di poter distruggere o di aver distrutto con i propri impulsi aggressivi la madre, è assalito dall’esperienza della perdita e della colpa. Il processo di ripa-razione si basa su uno spostamento: come l’impulso distruttivo ha annientato l’oggetto d’amore, così l’amore per l’oggetto potrà ricostruirlo. Le fantasie e le azioni riparative rappresentano pertanto momenti fondamentali lungo la via di una maggiore integrazione dell’Io.
I diversi modi di attuare la riparazione sono formalizzati nel 1940 da Klein nel suo saggio Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi. Essa individua tre forme di riparazione: “La riparazione maniacale, che porta con sé una nota di trionfo […] e mira ad umiliare i genitori; la riparazione ossessiva, che consiste nella ripetizione coatta di azioni […] e mira soltanto a placare, spesso in modo magico; infine una forma di riparazione basata sull’amore e il rispetto per l’oggetto che suscita autentiche azioni creative”  . In questa tripartizione sottolineiamo appena qualche connotazione clinica relativa alle prime due modalità: l’aspetto maniacale, la nota di trionfo narcisistico e di umiliazione verso i genitori, la compulsività ossessiva.
Un’ultima notazione ci sembra rilevante nell’elaborazione della Klein. Pensare che attraverso la riparazione si compia il lavoro del lutto, la porta ad affermare che un effetto di questo compimento  consiste nello “stabilire in maniera stabile, al centro dell’Io, un seno buono (una buona madre), un buon padre e una buona coppia generatrice”. E ancora: “la distinzione fatta dal bambino tra i due protagonisti della coppia annuncia che l’accesso all’eterosessualità può essere una risoluzione ottimale della posizione depressiva”. E’ rilevante insomma la notazione secondo cui l’accesso all’eterosessualità procede lungo la differente posizione tra “i due protagonisti della coppia” genitoriale.
Passiamo a Donald Winnicott. E’ di notevole interesse la ripresa che questo psicanalista britannico, a metà strada tra la scuola di Klein e quella di Anna Freud, propone del termine riparazione. Il suo approccio consiste in una visione fiduciosa nelle capacità di adattamento del soggetto e nelle sue tendenze naturali a risolvere i conflitti, dunque nelle sue capacità riparative.
Nel suo interessante saggio del 1954, La riparazione in funzione della difesa materna organizzata contro la depressione, egli procede dalla seguente constatazione: “[…] nel corso delle analisi possiamo cogliere la relazione tra sentimento di colpa, pulsioni e idee di aggressività e di distruzione, ed osservare la comparsa del bisogno di riparazione non appena il paziente diventa capace di comprendere, tollerare e sostenere il sentimento della colpa” . In generale la sua articolazione ripercorre l’impianto kleiniano che, dicevamo, parte dalla posizione depressiva, effetto di una situazione di lutto, di distacco o di mancanza.
Contrariamente a Klein che ravvisava in un certo aspetto della riparazione un meccanismo propulsivo di creatività e di integrazione dell’Io,  Winnicott parla di situazioni cliniche in cui è constatabile una “falsa riparazione”. “Questa falsa riparazione la si scopre nell’identificazione del paziente con la madre, e il fattore  dominante non è tanto la colpa del paziente, quanto la difesa organizzata della madre contro la propria depressione e la propria colpa inconscia”. L’ipotesi, in sintesi, è che “la depressione del bambino possa essere il riflesso di quella della madre. Il bambino se ne serve per sfuggire alla propria depressione o a quella materna, operando così una falsa restituzione e riparazione in relazione alla madre e ostacolando lo sviluppo di una capacità di restituzione personale”. Se, in questa situazione, la riparazione è “operata  in relazione alla depressione materna piuttosto che alla depressione personale”, permane il rischio – precisa Winnicott – di “un’instabilità associata alla dipendenza del bambino alla madre, e può capitare che vi si sovrapponga una tendenza omosessuale”  .
Notazione, quest’ultima, che mette in rilievo le vicissitudini della riparazione. Pensando al processo psichico di “restituzione e riparazione” (i due termini compaiono spesso associati) qui descritto da Winnicott a proposito della relazione madre-bambino, proviamo a situarlo nella relazione tra padre-figlio. L’omosessualità sarebbe leggibile come una falsa riparazione, ossia, in un certo senso, come una sorta di aggiramento. In effetti anche il distacco difensivo potrebbe essere letto come un aggiramento, come un evitamento operato dal soggetto a titolo di difesa.
Con il concetto di falsa riparazione, Winnicott intende soffermarsi sulla difficoltà di riconoscere la misura della riuscita o del fallimento della riparazione e, in un certo senso, della sua “autenticità” psichica. Nel saggio citato propone alcune notazioni cliniche in merito a un caso in cui “veniva inscenato un falso successo” della riparazione. In tale direzione non è difficile ravvisare  nelle premesse psichiche  del “falso successo” una modalità “classica” con cui talvolta viene “assunta“ l’omosessualità, come se fosse paradossalmente una vera identità. Del resto anche Nicolosi osserva che “spesso la madre ha promosso nel figlio una falsa identità, cioè quella del bravo bambino, e ha sviluppato una relazione con lui caratterizzata da un eccesso irrealistico di intimità”  .
Tale modalità, che se a livello soggettivo emblematizza la complessità relativa alle vicissitudini dell’identificazione, pare invece facilitare, nell’immaginario ideologico, la conquista di una identità e di un’appartenenza di genere. Quasi si trattasse di ancorarsi a una garanzia esterna, sociale, socializzata e socializzabile, in grado di sostituire un’autentica soggettività. Notiamo di sfuggita che tutto il tema dei diritti “sessuali”, del riconoscimento delle coppie omosessuali o dell’orgoglio gay, ma anche quello dell’omofobia o della condanna morale, sorge dall’equivoco e dalla confusione tra questi due livelli, quello soggettivo e quello sociologico.
Oltre a questi autori classici della letteratura psicanalisi, molti altri studiosi hanno ripreso e utilizzato il concetto di riparazione. Altre istanze  nella clinica psicanalitica svolgono una funzione riparativa. Per rimanere nell’ambito winnicottiano, basti evocare la nozione di fenomeni o oggetti transizionali, ossia quegli oggetti che facilitano il passaggio da uno stato di onnipotenza illusoria a uno stato di percezione obiettiva in cui  la “vera” madre fa parte simbolicamente di una realtà autonoma. L’oggetto transazionale assume quindi una funzione ripartiva: rimedia, protegge rispetto alle ansie che si generano nel bambino durante l’assenza della madre, mantenendo una continuità di presenza simbolica rassicurante.
Non possiamo soffermarci su tutti gli autori che hanno fatto riferimento alla teoria riparativa. In questo breve percorso ne abbiamo esplorato gli aspetti più rilevanti. A partire da Anna Freud  la nozione di riparazione trova una sempre maggiore articolazione teorica e clinica principalmente nell’ambiente anglosassone. Viene ripresa e  sviluppata da Klein, poi da Winnicott, e successivamente, riarticolata con un riferimento esplicito (ma non esclusivo) all’interpretazione della genesi psichica dell’omosessualità, da psicanalisti come Sandor Rado, Lionel Ovesey, Kaplan, Barnhouse, Nicolosi, Tripp, Gottlieb, Socarides, Van den Aardweg, Moberly, Fridman e Stern e tanti  altri. (Giancarlo Ricci, 2008)