SULL’IDEOLOGIA DI GENERE

SULL’IDEOLOGIA DI GENERE

di Giancarlo Ricci

in AA. VV., “Sintomi Familiari”, Ed. ETS, Pisa 2007

“Gli argomenti [proposti dai media] mutano con  tale rapidità che quasi non rimane tempo per cogliere questa verità. Hanno tendenza a sparire dalla vista e venire dimenticati prima che si abbia il tempo di scoprirne il bluff” – Zygmunt Bauman

 

Nell’orizzonte dell’attuale disagio della civiltà il tema della biopolitica appare come uno scenario tra i più emblematici e inquietanti della contemporaneità. Come viene pensato oggi il corpo, nelle sue implicazioni immaginarie, simboliche e reali? Come viene situato nella scena della società, delle istituzioni, del potere e in quale registro (immaginario, simbolico, reale) viene riconosciuto il suo funzionamento? Come viene rappresentato nella dialettica tra “pubblico” e “privato”?

 

Lo scenario biopolitico

Non si tratta solo del corpo in quanto tale, dell’immagine corporea, della bellezza, della prestanza, del corpo come un oggetto da dare a vedere. Tutte le innumerevoli modulazioni dell’immagine del corpo, con le loro varianti più o meno erotizzate, le abbiamo sott’occhio ogni giorno: dal corpo idealizzato al corpo deforme, dal corpo medicalizzato a quello protesizzato, dal corpo sacrificale a quello protetto o recluso, dal corpo che gode a quello che sta morendo.

I temi, nella loro essenzialità, sono decisivi: la vita e la morte, la possibile scelta se e come entrare nella vita (aborto, eugenetica), quando  uscirne (eutanasia), il come “riprodurre la specie” (fecondazione assistita) con nuove procedure e, infine o in principio, che fare del sesso. Ossia: dove situarlo ora che, nello scenario della biopolitica, non risulta essere poi così necessario né alla riproduzione, né al piacere.

In merito alla riproduzione sappiamo. In merito al piacere ormai ogni forma di sessualità (“etero” o “omo”) passa come qualcosa di “naturale”, di indistinto e di indifferenziato. Sembra affermarsi il principio secondo cui il piacere è un diritto: se lo si trova – dove, come e in relazione a quale altro rimane un tabù da sottacere – si ha diritto di reclamarlo e di praticarlo.

Dunque il sesso unicamente come organo del piacere. E pertanto: quale sesso? Maschio o femmina? O tutti e due insieme? O forse ora l’uno ora l’altro? Ciascuna di queste ipotesi ha (ormai) giuridicamente, socialmente, istituzionalmente “pari opportunità” di essere praticata: deve cioè rimanere uguale all’altra, ossia godere del diritto all’indifferenziazione. Chiunque “discrimini” incorre in un reato. Davvero paradossale che la stessa legge contro le discriminazioni di genere faccia riferimento anche a discriminazioni razziali, come se genere e razza si trovassero, senza saperlo o volerlo, sullo stesso livello.

L’identità di genere, il transgender,  i “diritti sessuali”, i “diritti alla riproduzione”, i diritti di eguaglianza tra i sessi, sono diventati temi che pretendono di porsi sulla frontiera della modernità e di appartenere alle sfide propugnate dalle biotecnologie in vista di un “uomo nuovo” che abbia saputo dominare la natura. Non penso si tratta affatto di una battaglia per la civiltà (Kulturarbeit), ma di un’implicazione ideologica che deriva dallo scientismo, in particolare dall’immaginario biotecnologico. L’idea di poter cambiare, manipolare, determinare il genere, a questo livello, è un fantasma di onnipotenza. Esso pone come corollario la questione (sottaciuta) del godimento e del piacere. Tale possibilità sociale dà il via libera all’assunzione soggettiva di una sorta di perversione istituzionalizzata promossa e incoraggiata da un immaginario tecnologico che cerca sempre più di estendere la sua egemonia erotizzando il limite, il bordo, in modo sistematico.

Il nodo epocale è rappresentato dalla coniugazione (giuridica, istituzionale, sociale, mediatica) della tecnologia con la globalizzazione. Quest’ultima assicura al soggetto umano tutta la libertà possibile per globalizzare l’idea stessa di anima e di corpo. Ma come possono riaccostarsi oggi i due termini in gioco ossia libertà e verità?

Evochiamo appena come l’ideologia di genere risulti una strana caricatura dell’evento inaugurale da cui è sorta la psicanalisi: l’incontro del discorso scientifico con l’isteria. Quest’ultima, con la sua questione “sono uomo o sono donna?”, ha inaugurato la nascita della psicanalisi che ha assegnato alla sessualità uno statuto fino ad allora inedito. Con la psicanalisi (che non ha nulla a che fare con il pansessualismo) il sessuale, il sesso, la sessualità si connettono in una logica che ha una particolare natura psichica. A essa appartengono concetti come psichico, inconscio, rimozione, pulsione, narcisismo (e tanti altri).

La direzione entro cui si muove la biopolitica va dalla zoé (dalla “nuda vita” ) al bìos, ossia alla gestione della forma o maniera di vivere propria di ciascun singolo. In altri termini la biopolitica cerca di impadronirsi dell’approccio che il soggetto attua con l’impersonale, cerca di egemonizzarlo, di colonizzarlo, proprio perché questo rapporto chiama in causa le istanze più irriducibili dell’esistenza: la memoria, la realtà materiale, l’identità, la vita pulsionale, la corporeità .

Da questi elementi discendono altri corollari che riguardano significanti come famiglia, sesso, sessualità, società. Mentre prima, nell’era delle ideologie, si trattava su scala istituzionale o sociale di intervenire per gestire (evochiamo la seconda topica freudiana) l’Io o il Superio, ormai il livello raggiunto dalle biotecnologie promettono e tentano di intervenire sull’Es. E’ da precisare che l’Es non corrisponde tout cout al biologico quanto alla rappresentanza psichica del biologico.

Il disegno compiuto della biopolitica punterebbe a affievolire e spegnere la soggettività. In altri termini: la tecnologia egemonizza il reale lasciando che l’individuo possa tracciare i confini della propria esistenza in  un immaginario preconfezionato. Più propriamente viene proposta una sorta di miraggio della libertà assoluta in nome dell’estrema possibilità di esplorare il rapporto tra il soggetto e il corpo. Questa estrema libertà, così grondante di paradossi, in effetti risulta una costrizione. Ovvero: siete costretti a esplorare, depatologizzando ogni perversione, qualsiasi possibilità di rapportarvi con il vostro corpo e con i corpi altrui. Avete a disposizione tutto l’immaginario biotecnologico che volete. Tutto è possibile .

In breve: l’ideologia di genere è il primo passo che il nome di un “diritto all’identità” apre la strada immaginaria a ogni “perversione” biotecnologia. E’ una nuova forma di perversione in quanto termini come naturale, organico, anatomico, biologico vengono riposizionati a partire dal predominio della genetica. Non rappresenta forse, tale egualitarismo, un indizio di come l’onnipotenza della tecnica, sempre più pluralista e “possibilista”, si faccia largo piegando il diritto alla propria egemonia? In altri termini: in che misura il diritto riesce a controllare la tecnica? O è forse il contrario?  E ancora: non si ripropone in tale questione l’antico postulato del diritto positivo (sposato dal liberalismo) che sanciva la separazione tra diritto e verità, tra legge e libertà?

 

L’ideologia di genere

Sempre più nella scena sociale è usata la locuzione “identità di genere”. La parola “genere” che rigorosamente non appartiene al lessico freudiano o comunque alla letteratura psicanalitica classica, necessita di alcune precisazioni. Esisteva, e ancora esiste, un termine ben più significativo e pregnante che è quello di sesso, sessualità, sessuale, identità sessuata. Oggi forse si preferisce parlare di identità di genere per togliere di mezzo ogni riferimento al sesso. La locuzione “identità sessuale” (che già pone qualche equivoco) suona ormai come una sorta di arcaismo. Quando le parole cambiano significa che qualcosa sta accadendo. Quando la nominazione si approccia alla cosa che sta nominando utilizzando nuove parole, significa che la costellazione simbolica non è più la stessa.

Il termine “genere” abbinato a un’altra parola, “identità”, giunge a formare una forma lessicale, “identità di genere”, che aspira a diventare la punta di diamante di una serie di rivendicazioni sociali e di diritti individuali. E’ diventata una sorta di bandiera per affermare, da parte di movimenti liberali o radicali americani e in parte europei, un diritto ritenuto naturale dell’essere umano, quello di poter scegliere, appunto la propria identità di genere.

Evidentemente tali diritti, chiamati diritti sessuali, sono sostenuti in  prima battuta dai movimenti gay o di femministe radicali lesbiche che reclamano appunto il riconoscimento sociale e istituzionale di quella che ritengono una scelta, un orientamento o una disposizione (come si usa dire). Il presupposto, in sintesi, è quello di una sorta di diritto da parte dell’individuo di poter scegliere e di poter determinare, contraddicendo il dato biologico, la propria identità di genere. Se dovessimo proprio utilizzare la parola “orientamento” per indicare la “scelta oggettuale” di un individuo dovremmo prendere atto innanzi tutto che “non ci sono diversi orientamenti sessuali ma ci sono diversi disorientamenti sessuali” .

Rimane un equivoco in merito alla “differenza sessuale” che per questi movimenti è rappresentato dalla differenza (sociale, istituzionale, di ruolo, nel lavoro, ecc.) tra uomo e donna. Concludere che ogni differenza presuppone un’ingiustizia sarebbe delirante.

In effetti la differenza può essere intesa in altro modo: è la differenza insita in eteros, la differenza cioè che è il presupposto della sessualità stessa , del suo attuarsi, del suo esporsi all’alterità e alla diversità in quanto è un’attività che si confronta (senza alcuna garanzia né certezza) con l’Altro, con l’altro corpo. Ciò può accadere anche per il cosiddetto omosessuale. Ma la questione è più complessa.

In altri termini la differenza non è il confine dell’identità, la sua frontiera o il suo limite, ma è il cuore stesso dell’identità. Se l’identità raggiungesse la stessità sarebbe mortifera. Scorgiamo in questa tematica il tema psicanalitico delle pulsioni di vita e di morte, o, per esempio, quello che lo psicanalista André Grenn chiama narcisismo di vita e narcisismo di morte.

Il termine genere è diventato il simbolo di un nuovo modo di concepire la società, la politica, la famiglia. Il destino dell’essere umano, ecco il grande affrancamento che viene gridato come qualcosa di sovversivo,  non deve più essere legato al dato biologico. Che cosa sia il dato biologico (i cromosomi, l’anatomia, il patrimonio genetico, la natura o cos’altro) rimane un interrogativo aperto, aperto al malinteso soprattutto. Le biotecnologie assicurano un’altra prospettiva che tenta di affermare, in nome dei diritti umani, la possibilità per un individuo di cambiare la propria realtà biologica (maschio o femmina) e al limite il proprio corpo, staccandola da un’identità convenzionale (essere uomo o donna) che viene situata nel sociale.

I centri e i laboratori per la fecondazione assistita costituiscono l’altro versante, realizzabile, di tale prospettiva. La nozione di figlio, così centrale e simbolicamente densa di significato, rimane strutturalmente trasformata, minacciata, e in simile prospettiva destinata a scomparire . Nelle nuove possibilità biotecnologiche che danno luogo a un intenso dibattito morale ed etico, la questione del genere diventa un’ideologia che viene veicolata come se fosse una questione di diritti umani.  Al punto che a livello istituzionale nei vari organismi internazionali, l’ideologia di genere costituisce il punto di partenza di un’agenda politica che opera a vari livelli, dal controllo delle nascite alle pianificazioni demografiche, dai diritti sessuali all’educazione sessuale, ecc. Esplorare questa prospettiva non è facile in quanto vige una sorta di protezionismo politico dell’informazione e del pensiero.

 

Breve storia della parola genere

Negli ultimi anni la parola genere, sempre più utilizzata in un ambito psicosociologico, ha acquistato altri e differenti significati. La gender theory, maturata all’interno del pensiero postmoderno, decostruzionista e relativista, si diffonde sempre più nei media e nel dibattito pubblico. L’attivismo gay lancia la sua visione politica della sessualità. Coniugato in parecchi modi – identità di genere, uguaglianza dei generi, orientamento del genere, ecc. –  è interessante ripercorrere la storia recente di questa parola .

La parola genere, in una particolare accezione, incomincia a diffondersi a partire dagli anni ’70 negli Stati Uniti, in opposizione alla parola “sessualità” che evidentemente, in una tradizione di impronta puritana, risulta troppo connessa alla corporeità e a qualcosa di scabroso. Essa si affaccia nell’ambito strettamente medico, assumendo in seguito una valenza culturale e di costume.

Negli anni ’50, il dottor John Money, sessuologo della Johns Hopkins University di Baltimora, mette a punto un’unità operativa per la cura di bambini nati con malformazioni genitali o di casi di ermafroditismo. In sintesi la sua teoria è che l’identità sessuale adulta è il risultato di come i bambini vengono cresciuti, educati e posti in relazione ai propri simili. Il dottor Money, occupandosi di casi in cui era complesso stabilire semplicemente su basi anatomiche l’appartenenza a un sesso, definì quella particolare identità socializzata “identità di genere”, per distinguerla dall’identità sessuale, biologica, propriamente detta.

L’identità di genere sarebbe l’idea di appartenere a un genere mediante una convenzione costruita e pertanto assumibile dall’individuo. Ma allora l’identità di genere è come un abito? Sì, risponderebbero oggi i movimenti radical americani sostenendo l’idea (da loro ritenuta rivoluzionaria)  secondo cui l’identità sessuale è qualcosa di  mobile, di non predeterminato dalla biologia. E’ un’identità che l’individuo può gestire, cambiare, trasformare, riprendere. Fino alla posizione queer che vanta di essere il punto più avanzato della sovversione in quanto rimetterebbe continuamente in questione l’identità sessuata in modo ancor più radicale del transessualismo classico. Esisterebbero non due ma cinque sessi.

Sullo sfondo scorgiamo un enorme malinteso, come se la differenza tra i sessi diventasse l’equazione che consente una serie di passaggi: se c’è differenza c’è disuguaglianza, disuguaglianza uguale ingiustizia, quindi occorre abolire le differenze.

Successivamente l’equipe del dottor Money si occupò anche della vicenda dell’omosessualità e del transessualismo. Il termine “identità di genere” permise di descrivere il modo con cui una persona percepisce se stessa o desidera essere socialmente percepita. Pertanto l’identità di genere non coincide con l’identità biologica ma la mette radicalmente in questione. Rimane intatto il malinteso relativo non tanto a cosa sia l’identità biologica quanto a che cosa essa implichi nella storia e nella vita soggettiva.

Verso i primi anni ’60 l’Università John Hopkins allestisce una Clinica per l’identià di genere e incomincia a occuparsi di interventi per il cambiamento di sesso richiesti dai transessuali. Il mondo scientifico aderisce, in generale, alle teorie di Money, anche se vi sono parecchie critiche da parte di diversi ambienti universitari e di opinione. Man mano si accende un dibattito che chiama in causa aspetti morali, giuridici, etici, sociali, di costume. Nel 1972 Money informa la comunità scientifica di aver trovato la prova definitiva per la  sua teoria.

Riporta il caso clinico di un maschietto normale, nato da parto gemellare, che aveva subìto irrimediabili lesioni all’apparato genitale. Il bambino viene affidato dai genitori al protocollo della clinica di Money che opera la castrazione e imposta la vita famigliare e sociale del piccolo in modo che venga cresciuto come una bambina. Il resoconto di tale vicenda sembra confortare le teorie di Money, ossia che l’ambiente e la socialità determina l’identità di genere. Altri casi, sempre più numerosi si sottopongono al trattamento chirurgico e psicologico della clinica di Money. Numerose sono le richieste che incominciano ad arrivare da parte di transessuali e omosessuali, come pure gli attestati di solidarietà da parte di esponenti del movimento femminista radicale che vede nelle sue teorie la conferma di quanto andavano affermando da tempo e cioè che le differenze tra uomo e donna non sono naturali e immutabili ma costruite socialmente e dunque artificiali. Si tratta di quel filone di pensiero che si chiama appunto costruttivismo. Il cui pregio principale sembra quello di lasciare in ombra l’estrema complessità del termine natura (con tutti i malintesi che può indurre) e di incoraggiare il trionfo delle biotecnologie nel loro sogno di liberare l’uomo dai “limiti della natura”.

Verso gli anni ’80 le critiche a Money, anche nell’ambito scientifico, divengono sempre più forti, tali da spingere la Hopkins University a chiudere la clinica. Fece poi impressione, nel 2004, la notizia che il bambino (il cui nome era David Reimer) la cui felice trasformazione in femmina sembrava dimostrare empiricamente la teoria dell’identità di genere, muore suicida. La sua storia viene raccontata da un libro e pare, presto, anche in un film.

Nel frattempo – afferma Dina Nerozzi  – “la bugia secondo la quale l’identità di genere è un ruolo costruito socialmente era approdato alle Nazioni Unite ed era stato inserita nei documenti ufficiali dell’ONU e da lì promossa in tutto il mondo”.

 

L’identità nella sessuazione 

Dunque come viene pensato il corpo, la sessualità, il sesso,  nell’ideologia di genere? Si tratta di una visione che  rifiutando l’idea secondo cui un corpo in quanto tale sia già “per sua natura” sessuato, ritiene che il suo sesso possa essere determinato dalla volontà o dal desiderio dell’individuo. Il quale, appunto, può scegliere a quale sesso appartenere.

In un certo senso ciò che risulta il nodo più problematico non è tanto l’eventualità che un individuo incontri la tendenza omosessuale e attui una  scelta omosessuale (ciò ha una rilevanza clinica a prescindere se tale rilevanza sia o meno riconosciuta in quanto patologia ufficialmente classificata), quanto l’idea (sociale e socializzabile) secondo cui la scelta eterosessuale e quella omosessuale siano poste sullo stesso piano, considerate uguali, entrambi “naturali” e indifferentemente opzionabili. E’ quest’ultimo il vero tratto perverso perché si fonda su una sconfessione: obbliga due cose differenti ad essere considerate uguali. Ossia non solo abolisce la differenza ma istituisce una sorta di obbligo all’uguaglianza. L’ideologia che sottende come suo principio l’identità di genere aspira all’identità (psichica, sociale, giuridica)  tra i generi.

La direzione verso cui procede l’ideologia di genere è quella di staccare, scindere, scollegare il corpo dal sesso, come se non ci fosse già tale legame. E’ come dire: da una parte c’è il corpo, dall’altra l’identità sessuale: l’individuo attua la scelta di come combinare questi due termini. Ne risulta, anche, una particolare nozione di identità: come se l’identità fosse concepita non più in quanto un processo psichico, una sorta di sedimentazione e un’articolazione di vari tratti identificatori, ma unicamente come una sorta di abito, di pura apparenza sovrapponibile alla storia soggettiva, alla sua memoria e al suo inconscio.

C’è un termine, o meglio un processo, che rimane omesso nell’ideologia di genere: la sessuazione . Il processo della sessuazione, riguardando il complesso cammino entro cui un individuo, in base al dato anatomico, assume per via di identificazione il proprio modello di sesso, non appartiene all’ordine della scelta ossia della libera possibilità di scardinare l’evidenza biologica, fisiologica, anatomica e psichica. Voler scardinare l’evidenza biologica non riguarda semplicemente l’immettersi in una logica binaria (non “essere” più maschio ma femmina, o viceversa) quanto, conseguentemente, implica sovvertire una serie di significanti simbolici cruciali sia nell’ambito della soggettività sia della socialità: la sessualità, l’identità, le relazioni con l’altro sesso, ma anche la famiglia, le relazioni, i legami sociali.

Essenziale il testo di Freud del 1925, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi. Il titolo stesso parla da solo. E’ un testo basilare perché dimostra non tanto che “l’anatomia è il destino” (questione essenziale e quanto mai attuale), ma che la differenza anatomica, con tutte le sue implicazioni, si inscrive profondamente nella vita psichica a prescindere dalla volontà dell’individuo.

A prescindere dal volere dell’individuo: è qui che fa capolino la questione dell’inconscio (propriamente l‘istanza dell’Es). Questione che interroga radicalmente l’individuo quando questi incontra nella propria esistenza qualcosa dell’impersonale, del non decidibile, del già dato. Può chiamare tutto ciò in mille modi. Tuttavia si accorge ben presto che anche la memoria è già data, e pure la lingua, i significanti e i nomi. E soprattutto il corpo, quel suo particolare corpo.

La negazione di quest’ultima constatazione, ossia che non tutto è opzionabile, è diventata la bandiera dell’ideologia di genere. E’ il primato dell’immaginario sul simbolico. Le implicazioni sono ancora compiutamente da esplorare: dalla questione dell’omosessualità innalzata a vessillo di una parità sociale dei diritti (matrimonio, adozione, ecc.) all’abolizione del termine padre e madre dai documenti giuridici relativi alla genitorialità (genitore A e genitore B); dall’ipotesi della clonazione riproduttiva alla possibilità giuridica di differenti statuti di madre. Si tratta, in nome del modernismo, di uno scardinamento simbolico dei significanti da cui e con cui si è organizzata la civiltà: padre, madre, figlio, filiazione, famiglia, ecc.

In breve: è il processo della sessuazione, quel processo che più di ogni altro è radicato nella vita psichica e nell’inconscio dell’individuo, a fare obiezione e a rendere impraticabile la possibilità ipotizzata dall’ideologia di genere. La scelta del genere non è un’opzione consentita all’io. Perché – rispondiamo parodiando con leggerezza il diritto naturale – all’io non è consentito mettersi al posto dell’inconscio, addomesticare la vita psichica, forzare il corpo facendolo diventare altro (da sempre è già Altro) da ciò che è da quando è venuto al mondo. “L’Io non è padrone in casa propria”, osserva Freud.  Questo già per molte altre faccende della vita psichica.

Infine rispetto alla locuzione “identità di genere” si impone una notazione. Per la psicanalisi  l’identità è strutturalmente abitata dalla differenza, ossia dal sessuale. L’identità, come già notavamo, non è la stessità ma strutturalmente un processo esposto alla differenza e all’alterità. In tal senso non è esente dalla differenza. Che la abita al suo interno, e pertanto non è qualcosa che si pone attorno ai suoi confini, o in relazione all’esterno. Ogni identità, possiamo dire altrimenti, convive con la propria ferita. Anzi l’identità stessa è il modo con ci poniamo dinanzi a una ferita insanabile. L’identità è la figura  di una sorta di esilio e di una radicale inappartenenza.

In tal senso l’identità è sessuale non in quanto determinata dall’appartenenza al sesso maschio o femmina, ma in quanto, a prescindere dal genere, ciascun essere sessuato si trova necessariamente esposto alla differenza, a quel taglio strutturale (sesso, da sek, secare) che ne costituisce l’esistenza.  In breve: sessuale non coincide con il genere, è altra cosa dal genere, anche se abita ciascun genere (in modi differenti).

Il teorema centrale dell’ideologia di genere, invece, consiste nella possibilità “offerta” a ciascun individuo, nonostante “risulti” maschio o femmina, di potere assumere, se lo vuole o lo desidera, un “ruolo di genere” differente da quello che la natura gli ha assegnato. Sull’effettiva possibilità di questa scelta ci sarebbe parecchio da dire. Riguardo alla nozione di soggetto e alle sue “facoltà”, oggi così enfatizzate in nome dell’onnipotenza,  rimane da osservare che strutturalmente il soggetto (il sub jectum) è tale in quanto risulta vincolato dal tessuto simbolico del linguaggio ancor prima che possa dire “io”.

Volere e desiderare, per la psicanalisi, non sono sinonimi. Dal punto di vista metapsicologico accenniamo sommariamente alla considerazione secondo cui il volere, come possibilità di esprimere una volontà, è antitetico al desiderare. Rappresenta la funzione di controllo, padronanza ed economia del desiderio. Mentre il desiderio va al di là della volontà, costituendone una sorta di eccesso, il godimento si situa al là del “principio di piacere”.

Tutto ciò è rilevante nella vicenda soggettiva, ma lo è anche a livello sociale e giuridico, in quanto il volere può giungere a formulare l’espressione di un diritto, mentre il desiderio (in un’accezione analitica) in linea di massima non può farlo, per un motivo intrinseco. In un certo senso (se ogni desiderio reclamasse un diritto) sarebbe come legittimare la posizione perversa, ossia porre il primato del desiderio sulla legge. Semplificando: desiderio e legge si trovano su due assi antitetici, la cui dialettica, tuttavia, è ricca di implicazioni. L’identità sessuale, propriamente non è normata né normabile in quanto non ha bisogno di una Legge esterna. Non ha senso normare ciò che è già regolato dalla natura.

 

 

 

 

 

Z. Bauman, Intervista sull’identità, Edizioni Laterza, 2006, p. 98.

Per semplificare usiamo qui il termine piacere. In realtà la questione è assai più complessa in quanto il piacere va situato rispetto almeno ad altri due termini: soddisfazione e godimento.

Cfr. G. Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino 1995.

Cfr. in tal senso le considerazioni di Agamben sulla soggettività esposte nel paragrafo “Genius”, in Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2005.

Il principio secondo cui tutto è possibile presuppone come suo risvolto l’individualismo (rovescio della soggettività) e l’enfasi dei diritti umani: “ L’individualismo radicale che si è impadronito del pensiero giuridico porta a trasferire in una Legge intangibile le credenze sulle quali si è edificato il Diritto e a far regnare questa Legge sul mondo intero” (A. Supiot, Homo juridicus, Bruno Mondadori,  Milano, p. 19).

A tal proposito risulta di grande interesse il dibattito tra il giurista N. Irti e E. Severino raccolto nel libro Dialogo su diritto e tecnica, Laterza, 2001.

“Nel separare la legge dalla verità, le visioni del mondo positiviste e liberali lasciano intendere che la legge non insegna nulla, non forma la cultura, non modella né struttura la società secondo una data visione della natura della persona umana. Altrimenti come potrebbe la pretesa di un nuovo diritto essere sostenuta con l’argomento convenzionale che quello che faccio con questo diritto non ha effetti su di te?”, in La legge come mediatore tra la cultura e la verità sull’uomo, seminario di David Crawford (inedito trascritto, p. 32 , 22 -24 febbraio 2006).

Mario Binasco, “Omosessualità ed esperienza psicoanalitica: considerazioni attuali”, in “Anthropotes”, 04/XX/2, Lateran University Press, Città del Vaticano, 2004, p. 373.

Cfr. Xavier Lacroix, In principio la differenza. Omosessualità, matrimonio, adozione, Vita & Pensiero, Milano 2006.

Cfr. André Green, Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma.

Per esempio tramite la “clonazione riproduttiva” che pare diventare una procedura presa in considerazione per la riproduzione umana. La riproduzione è altra cosa dalla filiazione. La filiazione non può avvenire tramite clonazione.

I riferimenti e le notizie che riportiamo sono tratte principalmente dai libri: “Identità e genere. I quaderni di Scienza e Vita”, n.2, Roma, marzo 2007; Xavier Lacroix, In principio la differenza. Omosessualità, matrimonio, adozione, Vita & Pensiero, Milano 2006; Obiettivo Chaire, ABC. Per capire l’omosessualità, San Paolo, Milano 2005; Dale O’Leary, Maschi o femmine? La guerra del genere, Rubbettino, Roma 2006; Joseph Nicolosi, Oltre l’omosessualità, San Paolo, 2007; Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, Contro il cristianesimo, Piemme, Casale Monferrato 2005;

“Note introduttive” al libro di Dale O’Leary, Maschi o femmine? La guerra del genere, cit. p. XI.

Brevemente per sessuazione, in psicanalisi, si intende quel processo psichico che prende avvio ancor prima della nascita nella misura in cui la madre o i genitori desiderano una bambina o un bambino, e procede con l’attribuzione di un nome femminile o maschile in base al sesso anatomico. La sessuazione procede lungo la strutturazione soggettiva dell’apparato psichico, si svolge lungo la pubertà e in particolare nell’adolescenza. Il suo processo avviene attraverso il modo fantasmatico con cui un soggetto assume la propria identità sessuale di uomo o di donna. Assunzione che freudianamente esige un notevole lavoro psichico in quanto richiede all’individuo di fare i conti con la vicenda edipica ossia, tra l’altro, con i punti nodali della castrazione, della logica fallica, del parricidio e del “tramonto del complesso edipico”. In un certo senso al termine di questo processo potrebbe dirsi che un maschio “diventa” uomo e una femmina donna. Questa “diventare” è un modo soggettivo, psichico, particolare dell’individuo.

Interessante che questa constatazione relativa allo statuto simbolico del soggetto sia sottolineata anche dal discorso giuridico. Cfr. in tal senso Alain Supiot, Homo juridicus , cit. p. 2: ”Prima ancora che possiamo dire io, infatti, la legge ha fatto di ciascuno di noi un soggetto di diritto. Per essere libero, il soggetto deve anzitutto essere vincolato (sub-jectum: messo sotto) a delle parole che lo leghino agli altri esseri umani”.

Alcuni giuristi rilevano nell’ambito degli attuali orientamenti del diritto l’affermarsi del primato del desiderio inteso come primato dei diritti individuali che in realtà sarebbero del tutto consoni all’economia e al funzionamento della globalizzazione.

Cfr. il saggio di J. Lacan “Kant con Sade”, in Scritti, Einaudi, Torino, 1974.

Sul concetto di natura si aprono giustamente non poche questioni. Qui siamo costretti a semplificare: per natura intendiamo ciò che è istituito (quindi riconosciuto e rappresentato) in un particolare livello simbolico adiacente al reale. Gli umani parlano, sono “dotati” di una lingua,  così come hanno un corpo che è nato in una certa epoca, in una certa civiltà, in una nazione, in una famiglia, ecc. La natura è sempre simbolizzata. Del resto la classica opposizione tra natura e cultura ha già ingenerato troppi malintesi.