Liberi perché figli. Sul transgenerazionale

Riproduciamo l’articolo di Giancarlo Ricci uscito su Tempi di Maggio che propone una lettura dell’episodio della fuga di Enea da Troia, raccontata dai versi di Virgilio nell’Eneide.
Il punto centrale è la relazione tra padre e figlio

LIBERI PERCHE FIGLI

Difficile oggi, nel tempo della post libertà ove tutto è possibile, ritrovare traccia di qualcosa che definisca in termini forti e chiari lo statuto di Figlio. Suggestionati ormai dalle promesse delle biotecnologie riproduttive, abbiamo dimenticato che propriamente la riproduzione della specie umana, ossia di esseri parlanti, si chiama filiazione. L’enfasi della “riproduzione biotecnologica” non assicura alcuna libertà se non quella di produrre un nuovo essere vivente (zoé). La filiazione è invece quel dispositivo che nel corso dei secoli si è premurato di situare il figlio nella condizione di una libertà originaria (bìos): originaria in quanto parlata dalla lingua umana, istituita da un diritto e da un sistema simbolico che possa garantire, in nome della soggettività, un “imperativo della differenziazione” (Pierre Legendre, Filiation, 1997). La riproduzione biotecnologica si occupa semplicemente del corpo, del corpo vivo e vegeto. Nella filiazione invece è in gioco quel processo di umanizzazione per cui un corpo è abitato da pensieri, da una memoria, da una genealogia, da un mito dell’origine. La filiazione esige che ci sia una famiglia, una linea genealogica paterna e una materna. La gestione biopolitica della società oscura la questione del figlio, la sua centralità antropologica, culturale e simbolica, il più delle volte relegandola a una faccenda privata, narcisistica, quasi contrattualistica tra due individui che dovrebbero essere un uomo e una donna. Lo smantellamento biotecnologico del dispositivo della filiazione produce la deriva della famiglia e l’indifferenziazione dello statuto di figlio.

L’eredità: portare il padre sulle spalle

Partiamo da lontano. Tra i tanti episodi letterari che evocano lo statuto di figlio e le sue vicissitudini, la fuga da Troia raccontata da Virgilio nell’Eneide è tra i più densi ed emblematici. La città è in fiamme, avvolta da bagliori e clamori. Enea vuole fuggire, mosso dall’idea di fondare un’altra città, Roma. Suo padre, Anchise, vecchio e malato, è deciso a non abbandonare la città, preferisce morire lì dove ha sempre vissuto. Il figlio Enea, sua moglie Creusa, il piccolo figlio Ascanio e tutta la servitù sono disperati. Ma Enea non vuole partire senza il padre. Improvvisamente un prodigio: “sulla sommità del capo di Iulo (Ascanio) appare un tenue raggio di luce che lambisce la morbida chioma” e subito dopo “un fragore tuonò a sinistra”. Il vecchio Anchise, “vinto, si protende verso il cielo e saluta gli dei”. Si rivolge ad Enea: “Ormai non c’è da indugiare; vi seguo, e per dove guidate, vado: dèi patrii, salvate la stirpe, salvate il nipote”. Dunque partono. La scena che segue è celebre: Enea con fatica carica sulle spalle suo padre Anchise, stringe per mano il piccolo Ascanio e, seguito a pochi passi dalla sposa Creusa, procede nella notte “per strade segrete”. Enea chiede ad Anchise di tenere tra le mani gli “arredi sacri” della famiglia.
Molti pittori, letterati e saggisti si sono soffermati su questa scena emblematica in cui si annodano tre generazioni con le relative permutazioni: Anchise è al contempo padre e nonno, Enea è figlio e padre, Anchise è figlio e nipote. In una sorta di simultaneità ascendenti e discendenti della linea paterna si annodano in un tutt’uno. Non solo: Uno non può fare a meno dell’Altro. Ogni padre è stato figlio e ogni figlio potrà diventare padre. Questa necessità logica diventerà poi nel cristianesimo uno dei cardini della natura del Figlio. “Chi vede me vede il Padre…”.
Proviamo ora a fare un salto indietro e a chiederci: perché mai il piccolo Ascanio dovrebbe trovarsi in prima linea con il padre e non invece, molto più prudentemente, in seconda linea protetto tra le braccia della madre? Perché Enea vuole così? La risposta, a mio avviso, è evidente: Enea vuole ormai che Ascanio diventi Figlio e non rimanga Bambino.
Una seconda considerazione: se Enea non avesse caricato il padre Anchise sulle spalle, quale libertà avrebbe consegnato al figlio Ascanio? Quale dignità, quale orgoglio, quale identità, quale posto nella genealogia della famiglia? Si sarebbe trattato di semplice sopravvivenza. Sicuramente era in gioco anche questa. Ma Virgilio, per via poetica, descrive una libertà che ha una dignità superiore: una conquista, un progetto, l’attraversamento di un rischio, un atto di libertà in cui risuona l’eco di una soggettivazione fondante.
In definitiva Enea non baratta la sopravvivenza con la libertà; soprattutto non baratta la sopravvivenza del Bambino con la libertà del Figlio. L’auspicata libertà del Figlio è il nome con cui un padre – in questo caso Enea – predispone nella genealogia un posto simbolico da occupare. Come padre combatte affinché quella casella rimanga libera: il Figlio potrà occuparla nel modo che riterrà in base al proprio desiderio e ai propri progetti. Enea non chiede ad Ascanio di diventare anche lui un fondatore di città. Chiede ad Ascanio un’altra cosa: di differenziarsi dalla generazione precedente, di trovare una propria soggettività, di fare della propria esistenza un’opera unica.

Bambini si nasce, figli si diventa

Qual è dunque la differenza tra Bambino e Figlio? Ogni nuovo essere che nasce giunge al mondo nello statuto di Bambino, di colui cioè che ha bisogno di essere accudito, nutrito, amato da una madre. Il Bambino è da situare, in questa prima fase, essenzialmente dalla parte del desiderio della madre. Occorre pure che il Bambino, per un dato tempo, rimanga nel gioco speculare – affettivo, corporeo e sensoriale – del desiderio materno. 
 Eppure, ecco il punto, tutto ciò non è sufficiente affinché un Bambino divenga Figlio (E. Scabini e V. Cigoli, in «Vita e Pensiero», 2014). Occorre la presenza terza del padre che metta in gioco il funzionamento (come lo chiama Jacques Lacan) della “metafora paterna” che è quel processo che consente al soggetto, situato in una logica edipica, di “tirarsi fuori dal campo del desiderio della madre” (Lacan). 
 Ciò non significa, come è stato talvolta frainteso, far fuori la madre, destituirla o depotenziarla. Significa piuttosto attribuirle una funzione non più direttamente accudente e protettiva, ma ben più sottile e altrettanto essenziale alla crescita del Figlio, ossia quella di rappresentare il genere femminile, cosa densa e complessa. Del resto il tema della differenza sessuale, la presenza di una madre e di un padre (e non generici genitori come propone la visione gender) è decisivo nella formazione dell’identità. Gli statuti di madre e di padre sono entrambi indispensabili nella loro differenza, anzi, proprio per la loro differenza. Infatti è in questa feconda differenza che il Bambino diventa Figlio. Si nasce Bambini ma Figli si diventa (se tutto va bene). 


La storia del diritto insegna che lungo e tortuoso è stato il percorso con cui il dispositivo della filiazione è giunto ad assegnare al Figlio uno status di libertà. Per i romani la parola liberi significava figli. Volendo indicare la sacralità di questo termine, in alcuni periodi, il reato di omicidio era punito al pari del parricidio in quanto si riteneva che uccidendo un uomo gli si impediva potenzialmente di diventare padre e di generare figli. Uccidendo un uomo si uccidono i suoi potenziali figli. 
 Ripetiamolo: il Figlio è libero in quanto è sollecitato a confrontarsi con un’assunzione di responsabilità rispetto alla propria storia. E’ quella che il giurista Pierre Legendre chiama “imperativo della differenziazione”. Che cosa significa? Che a partire dalla filiazione il Figlio possa avere liberamente a disposizione tutti gli strumenti affinché approdi a un’identità che non corrisponda al desiderio dei genitori, al loro auspicio narcisistico più o meno riparatore o compensativo. 
 Occorre dirlo a chiare lettere: tale “imperativo della differenziazione” dipende molto da quanto i genitori sono in grado di proporsi come padri e come madri. Molte volte mi è capitato di ascoltare in qualche seduta una constatazione triste e irrimediabile: “ho avuto un bravo genitore ma non è riuscito ad essere per me un vero padre”. Oppure “ho avuto una brava madre ma per tutta la vita mi ha considerato come la sua bambina”. 
 Dunque il Figlio non è un “replicante” ma rompe la specularità, e soprattutto avverte il debito simbolico di aver ricevuto la vita. Il Figlio, proprio in quanto appartenente a una discendenza che istituisce il mito delle origini potrà costruire il suo particolare senso dell’esistere. Potrà mettersi in gioco in uno scenario storico in cui, come annota Walter Benjamin avviene un “misterioso incontro tra le generazioni”. Al Figlio spetta diventare protagonista di una nuova generazione; è colui che decide di diventare uomo, cittadino, a sua volta padre, dunque di misurarsi infinitamente con l’avventura dell’umano. E di trasmetterla, di restituire qualcosa di ciò che ha ricevuto. Bambini si nasce, Figli si diventa. Bambini si nasce una volta sola. Figli non si smette di diventarlo. Il Figlio è l’emblema di colui che non solo genera la vita (diventando padre) ma che la rigenera incessantemente.

“Ciò che hai ereditato riconquistalo se vuoi possederlo davvero

Ma tutto ciò non avviene “gratuitamente”, non è scontato. Questa libertà da cui il Figlio procede esige responsabilità e non solo. Celebre è il passo di Goethe (dal Faust) che Freud amava citare: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. Ovvero: la libertà donata non è gratuita, non è a titolo di capriccio o di generosità ma la devi riconquistare per farla diventare una tua conquista perenne. Si aprono qui infiniti commenti. Appena una nota: questa “riconquista” fa da contrappeso e da misura al tema del debito. Ciascun vivente umano non può fare a meno di confrontarsi con un debito inestinguibile. Fare come se questo debito simbolico non esista significherebbe abolire l’istanza della responsabilità. Significherebbe rimanere Bambini, relegati nell’ambito dell’hortus conclusus delle ambizioni, sequestrati nelle idealità protettive dei genitori. Come se il progetto del futuro si potesse risolvere unicamente in qualcosa di personale e di edonistico e non invece in un progetto che chiama in causa l’orizzonte della comunità, del legame sociale, del lavoro di civiltà. Se non si diventa Figli si rimane Bambini, puer. Del resto il puer eterno è la condizione di “anima bella” che la nostra contemporaneità predilige. Il regime neoliberistico la favorisce cercando di produrre il consumatore perfetto, volubile, mutevole, sempre affamato di nuovi piaceri e distrazioni. Di fatto il concetto di figlio nel corso della modernità subisce un lento e impercettibile declino, esattamente come accade alla figura del padre. Da elemento simbolico basilare della società e della sua trasmissione, il figlio viene dimenticato, lasciato nell’indifferenziazione di un’adolescenza perenne. L’inquietante disagio giovanile dei nostri tempi lo dimostra abbondantemente. Parallelamente, su un altro lato, l’attuale smontaggio e segmentazione del processo di filiazione – donatrice di ovulo, madre gestatrice, madre sociale, padre biologico, adottivo, ecc.) – sembra minacciare il tema dell’identità e rendere inattuale la famosa domanda: “da dove vengo?”. 
 Talvolta si dimentica che la nostra civiltà millenaria è forgiata dall’immensa tradizione culturale e morale del monoteismo cristiano, in cui la figura del Figlio – basti pensare al tema dell’Incarnazione, della Generazione o del dibattito teologico sulla sua doppia Natura – risulta assolutamente centrale e imprescindibile, non diversamente del resto dalla figura del Padre. “Il Figlio è generato, non creato”. Il cristianesimo, oltre che una “religione del Figlio”, ancor prima di rappresentare una religione risulta storicamente una formazione di civiltà che si fonda sull’elaborazione dell’istanza del Figlio, istanza che esige strutturalmente il legame con il Padre.

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LA LIBERTA’ NELL’ERA IPERMODERNA

Pubblichiamo l’articolo di Giancarlo Ricci, uscito
su L’AVVENIRE del 26 aprile 2019.

 


              Tema centrale e nevralgico quella della libertà nella nostra epoca. Inoltre, cosa inquietante, diversi constatano una sua lenta ma inesorabile metamorfosi a partire dall’era della globalizzazione. In fondo l’istanza della libertà rappresenta il cuore pulsante di ciascun essere umano e al contempo di ogni società civile. Ripercorrere la tortuosa storia del concetto di libertà nel corso dei secoli è un’avventura ricca di sorprese. 
 Non c’è filosofo, pensatore, saggista, teologo che, soprattutto a partire dall’Era dei Lumi e degli albori della costituzione dello Stato moderno, non intervenga sulla questione della libertà, e spesso per fare i conti con il complesso e dibattuto tema della secolarizzazione, del laicismo, della potestas. Man mano che nell’orizzonte del pensiero moderno il riferimento religioso e culturale all’idea di Dio si indebolisce, gli umani sono costretti a mettere a punto, attraverso gli strumenti del diritto e delle istituzioni, un diverso concetto di libertà che leghi l’uomo alla propria responsabilità diretta, e che ugualmente faccia i conti con un’autorità superiore.

Curioso: la storia del concetto di libertà non è rettilinea, procede piuttosto per svolte improvvise, zone d’ombra, strane dimenticanze. Nel mondo dell’antichità classica greca e romana la solida istanza della libertà si svolgeva essenzialmente in funzione di un ambito pubblico connesso alla gestione della Polis. Nell’epoca successiva, ossia nel cristianesimo, si afferma – molti sembrano dimenticarlo – un concetto nuovo di libertas che, lungo la dissoluzione dell’ethos pagano e la maturazione del concetto di humanitas, introduce la sfera della coscienza dove il mondo dell’interiorità e del legame con la fede diventano riferimenti decisivi in ogni scelta soggettiva. La svolta del cristianesimo è stata ed è il diritto dell’uomo soggetto e persona. 
 La nuova prospettiva della libertas christiana distingue, tra l’altro, l’ambito del “foro interno” da quello del “foro esterno”: il primo riguarda l’interiorità spirituale e religiosa della coscienza e il secondo la scena pubblica e civile dell’individuo. Sullo sfondo di questa distinzione si porrà successivamente la complessa questione di stabilire un ordine nella libertà in base alla priorità delle due autorità della Chiesa e dello Stato. La storia medievale e quella moderna saranno dominate da questa strisciante conflittualità. 
 E oggi? La modernità promuove un’ipertrofia della libertà. Occorre tuttavia distinguere tra il Novecento e l’attuale era della globalizzazione.

In fondo l’uomo novecentesco si accorgeva di perdere la propria libertà e combatteva per conquistarla. Era una guerra totale e totalitaria: conquistare la libertà equivaleva alla possibilità di poter continuare a sopravvivere. Nel regno delle ideologie, l’ideale di libertà istituiva una sorta di legame patologico che spesso sfociava in un nichilismo realizzato fatto di distruzioni e massacri.
 Nell’ipermodernità si afferma invece un altro volto del nichilismo: offrire bulimicamente ogni forma di libertà facendola coincidere con la scelta obbligata di nuovi consumi, nuovi desideri, nuovi piaceri.

La libertà diventa un diritto, un orpello narcisistico, una cinica conferma autoreferenziale. Questa libertà, ridotta a capriccio e poi a merce, svende l’idea di “credersi liberi”. Da qui al trionfo dell’autodeterminazione il passo è breve: ritenere che la nostra libertà prescinda e possa fare a meno di quella altrui, credere che il volere individuale possa trascendere la nostra memoria o la nostra storia. L’offerta a gettito continuo di nuove libertà all inclusive, conforta il cittadino e lo convince di poter fare a meno di ogni responsabilità. L’ipermodernità sembra essere riuscita, inflazionando le libertà, a neutralizzare l’istanza della responsabilità in cambio di una promessa di sicurezza e di benessere. Intanto accumuliamo libertà, quasi le collezioniamo. 
 Ma di quali libertà stiamo parlando? Nella scena sociale lo constatiamo sempre più facilmente: simile idea di libertà produce spesso disagio, angoscia, depressione, demotivazione. Gli individui talvolta si sentono spossessati di una soggettività che esprimeva la loro identità. L’uniformazione comporta deformazione. A tal proposito non possiamo fare a meno di evocare qui i celebri e paradigmatici versi di Giovanni secondo cui “la Verità rende liberi” (Gv 8,32). Ecco un punto centrale e imprescindibile: la connessione tra libertà e verità. Motore di ogni atto di libertà, l’istanza di verità, nell’era della libertà globalizzata sembra oscurata o considerata superflua. In effetti una libertà che non abbia salde le proprie radici nel terreno della verità lascia il tempo che trova, si perde in un indifferenziato relativismo, si avvilisce in estenuanti autoreferenzialità. 


Il celebre polemista mitteleuropeo del secolo scorso, Karl Kraus, scriveva: “La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero”. Battuta di grande attualità. La nostra società sembra essere in difficoltà in materia di pensiero. Pare svanito un pensiero che sia all’altezza delle numerose complessità che attraversiamo: un pensiero come progetto sociale, civile, culturale, politico, un pensiero come programma di civiltà, come disegno di logiche e di relazioni effettivamente cooperanti. Soprattutto pare sparito un pensiero che faccia appello alla coscienza, al “foro interno”, alla radice di verità che nutre l’anima umana, la sua fede e la sua storia. 
 Il tempo della post libertà pare esigere che tutto debba consumarsi entro il perimetro coatto del “foro esterno”. Ormai uomini postmoderni e globalizzati, viviamo nel carnevale della libertà: tempo in cui le categorie di pubblico e di privato si rovesciano e si confondono, in cui il virtuale e il reale si compattano diventando uno la finzione dell’altro. In questa logica si consuma un drammatica constatazione: senza un’assunzione di responsabilità il destino va alla deriva al punto da sembrare ineluttabile e fornendo l’alibi secondo cui ogni presa di responsabilità risulta inane, inutile. Si preferisce chiamarsi fuori dalla complessità del mondo, della coscienza, dell’anima umana. Che cosa è la verità? Una terribile complicazione che è meglio consegnare al politicamente corretto in grado di rendere le cose neutre, uguali tra loro, indifferenziate, senza più la necessità di scegliere, di esporsi e di testimoniare il proprio essere al mondo. Così, come un gioco di prestigio, ugualmente sparisce ogni traccia di responsabilità. 
 Siamo entrati nel tempo della post libertà.

La società contemporanea tende a inflazionare la libertà affinché l’uomo contemporaneo creda di essere libero e di avere a portata di mano qualsiasi scelta. Ma quando tutto sembra possibile la libertà implode, si svuota dal suo interno e muore di troppa libertà. Pensata senza limiti, la libertà diventa mortifera, un inferno. La vita si spegne, pulsa di insofferenza, risulta non più vivibile. 
 Tale mortificazione è da porre al centro della riflessione e dell’esperienza psicanalitiche. Il lavoro analitico e clinico possono essere letti come un lavoro che punta a riattivare un livello vivibile di libertà, come il percorso in cui un soggetto prova a ritessere il proprio destino, a riscriverlo, a riprogettarlo partendo da un’istanza che scaturisce da una responsabilità altra, forgiata da una consapevolezza senza compromessi e impedimenti. In definitiva si tratta di un lavoro di libertà che scaturisce dall’incontro con il desiderio di progettare una libertà Altra che abbia il sapore di una conquista perenne: per un soggetto riuscire a tollerare la fatica e la soddisfazione di riconquistare una libertà mai immaginata. E risponderne.

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Il tempo della post libertà: intervista a Ricci

Pubblichiamo l’intervista di MARIA RACHELE RUIU a Giancarlo Ricci
in merito al suo ultimo libro.

L’intervista è uscita il 16.4.2019 presso il sito di PROVITA:  (https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/parla-il-dott-ricci-e-il-tempo-della-post-liberta-e-di-governance-anonime-irraggiungibili/

Giancarlo Ricci, psicanalista milanese con 40 anni di esperienza sulle spalle e autore di numerosi e apprezzati volumi, è noto per essere stato inquisito per aver difeso, citiamo testualmente, «la funzione essenziale e costitutiva di padre e madre nella costituzione del soggetto». Secondo chi ha aperto il procedimento, ossia l’Ordine degli Psicologi della Lombardia infatti, questa frase sarebbe stata discriminatoria nei confronti delle cosiddette famiglie arcobaleno.

Abbiamo incontrato lo psicanalista, che ha ripercorso in un interessantissimo libro (Il tempo della post libertà) l’intera vicenda spiegando il caso increscioso.

Iniziamo dalla fine. Il mese scorso la sua vicenda si è conclusa con l’archiviazione. Come commenta?     

«Ci sarebbero molte cose da evidenziare. Innanzitutto che ho atteso più di tre anni per una sentenza che poteva risolversi in pochi mesi. È stato un modo con cui una parte di Consiglieri (colpevolisti) ha cercato in qualche modo di “ostacolare” alcune mie attività pubbliche. Secondariamente: i voti favorevoli all’assoluzione sono stati 7 a favore e 7 contrari. Un risultato quindi sul filo di lana che indica una spaccatura all’interno dell’Ordine. Infine: il testo sulle motivazioni è pieno di incongruenze, di omissioni, di affermazioni contraddittorie. Pur di non ammettere la consistenza ideologica delle accuse, insistono nell’affermare che “permangono irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinali a cui le affermazioni del dott. Ricci potrebbero voler fare riferimento”. Dopo questo contorsionismo concludono che “non sono emersi elementi sufficienti per ritenere il dott. Ricci responsabile per gli illeciti contestati”. Insomma sembra un’assoluzione per insufficienza di prove. Del resto non poteva accadere altrimenti».

Il suo libro si chiama Il tempo della post-libertà. Cosa intende? Non siamo in una Paese libero?     

«Nel libro cerco di evidenziare come il concetto di libertà sia cambiato. Nel Novecento, secolo di totalitarismi e massacri, aveva una connotazione specifica: l’uomo novecentesco doveva combattere per conquistarsi la libertà, era una questione di sopravvivenza. Con la globalizzazione e con il capitalismo neoliberistico la libertà diventa un’altra cosa: una sorta di merce che viene offerta per soddisfare il desiderio di varie categorie sociali. È una manovra per acquisire credito e imporre all’individuo un debito immaginario. Paradossalmente la libertà diventa un obbligo. Perché accade così? La mia lettura è che si attua una sorta di scambio silenzioso: varie forme di libertà con la promessa di sicurezza e di benessere in cambio di una rinuncia alla responsabilità. Il cittadino sarà ricolmo di libertà a condizione che consegni l’istanza della responsabilità a qualcun altro che la gestirà come vuole. È il tempo delle governance anonime e irraggiungibili. “Delegando” le responsabilità sociali ad altri, ai cittadini non resta che partecipare al mondo dell’ipnosi collettiva, della suggestione mediatica, al teatrino spettacolarizzato in cui altri mettono in scena le sorti di un possibile “bene comune”. L’effetto più evidente è che sparisce il concetto di libertà come coscienza soggettiva, interiore, come critica morale, come lavoro di riconquista della propria soggettività. Siamo in un Paese libero? Dipende: viviamo in una libertà condizionata. Se concordiamo con il pensiero unico e partecipiamo al gioco illusorio di una realtà artificiosa, tutto va bene; se incominciamo a fare delle domande in più, a scompigliare il politicamente corretto, a prendere la parola mettendo in causa l’ideologia dell’egualitarismo, allora le cose si complicano. In tal senso la mia vicenda, caso microscopico, è indicativa. Mostra, tra l’altro, come le istituzioni nel nostro Paese spesso funzionano come luoghi in cui si depositano rimasugli di ideologie che pretendono di controllare e gestire “correttamente” il bene comune. Come se le istituzioni non fossero al servizio del cittadino ma il cittadino al loro servizio, come se si trattasse da parte di costoro di imporre un debito, un’obbligazione. Una delle accuse che mi hanno mosso è stata quella secondo cui ho preso la parola senza tener conto delle linee guida stabilite dall’Ordine degli Psicologi. Secondo quest’ultimo, intervenendo a un dibattito televisivo rappresentavo la categoria professionale cui appartengo e quindi non potevo esprimere il mio pensiero liberamente. Siamo in un Paese libero? Direi piuttosto: siamo in Paese in cui il cittadino deve difendersi da varie forme di parassitaggio».

Viviamo nel tempo del “se lo desidero e posso ottenerlo, LO VOGLIO”. È libertà?

«Piuttosto direi che è una parodia della libertà. Che la libertà coincida con l’appagamento di un desiderio, mi sembra un’idea abbastanza rozza, narcisistica e decisamente cinica. È una figura dell’attuale relativismo dove la libertà, fomentata dalla logica del consumo, risulta capriccio.  La libertà ha un’altra dignità. Più che l’ottenimento, più o meno immediato, di qualcosa, mi sembra che essa sia da considerare come un lavoro, un progetto non esente da verità. Sigmund Freud amava citare una frase di Goethe che dice: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”. In tal senso, forse, la libertà in psicoanalisi va considerata come un lavoro di riconquista, una ritessitura della propria soggettività, un desiderio di rimettere in questione quello che chiamiamo il “nostro destino”. In una parola: riuscire a girar pagina e a ricominciare da un altro punto il progetto della nostra esistenza. In questa accezione di libertà siamo costretti a fare i conti con un’alterità radicale, con quell’alterità che persiste ad abitare l’essere umano, come afferma il filosofo Levinas. È un’impresa individuale ma al contempo collettiva nel senso che presuppone gli altri, l’Altro, i nostri simili ossia la nostra memoria e la nostra storia. Senza questo concetto di libertà, la civiltà non va da nessuna parte anzi si spegne nell’autoreferenzialità, nella compiacenza  ripetitiva, nella conferma di un’identità mortifera».

Sono appena passati i giorni di Verona. Il Congresso è stato dipinto dalla stampa in maniera vergognosa, i partecipanti demonizzati. La violenza con la quale siamo stati salutati da alcuni politici e da molta stampa è stata impressionante. Come difendersi dall’aggressione ideologica che stiamo vivendo?

«Intorno al Congresso di Verona si è svolto qualcosa di vergognoso. A mio avviso, bisogna riflettere su una certa modalità mediatica di attuare una sorta di “informazione preventiva”: informare preventivamente significa per i media creare una realtà già preconfezionata, pronta all’uso e all’abuso proprio perché contiene in sé, all inclusive, un giudizio ideologico sprezzante e ottuso. Questa modalità ha come programma la destituzione dell’altro, la sua demonizzazione, la messa in ridicolo. Fa parte, direi, del “carnevale della libertà” di cui parlo nel mio libro: è lecito trasgredire, insultare, demonizzare senza assumersene alcuna responsabilità. Tutto è possibile. Anche affermare, immediatamente dopo, il contrario di quello che si è detto. Tanto non succede nulla. Le fake news possono essere smentite, corrette o gettate nella pattumiera. Ma ciò non accade per le notizie omesse, oscurate, fatte sparire. Questa dissimmetria, dalle caratteristiche un po’ schizofreniche, è molto rischiosa per i media perché costoro si giocano la loro credibilità. Non dimentichiamo che sono gli stessi media che ci informano (o vorrebbero informarci) su ciò che accade nel mondo. Come difendersi? In una battuta: puntare di più sulla formazione (culturale, storica, giuridica, antropologica, spirituale) che sull’informazione. La nostra società, quasi con un gioco di prestigio, ha sostituito la formazione con l’informazione: ha barattato la cultura con l’intrattenimento, il pensiero con il consenso acritico, la libertà delle idee con il relativismo, la convinzione con il fanatismo. Fatte queste considerazioni, rimane un dato positivo fondamentale: se ci sono stati tanti attacchi “preventivi” e tanta demonizzazione significa che il Congresso di Verona ha colto nel segno…».  Maria Rachele Ruiu

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FREUD A ROMA. Interventi all’Istituto Maiorana di Guidonia

Segnaliamo gli interventi (15 e 16 aprile 2019) di Giancarlo Ricci all’Istituto MAIORANA di Guidonia, invitato dal Preside,
prof. EUSEBIO CICCOTTI.

Il primo intervento su
“Freud e il metodo psicoanalitico”,
il secondo sulla lettura di un film del 1950 di 
Luis Buñuel,
LOS OLVIDATOS.

Presentiamo di seguito alcune pagine di Ricci relative al mito di Roma in Freud.

 

Freud il desiderio di visitare Roma è antichissimo. Risale agli studi ginnasiali e all’amicizia con Emanuel Loewy, professore di archeologia a Roma, con cui faceva lunghissime conversazioni. “Il mio desiderio di andare a Roma è profondamente nevrotico”, scrive a Fliess. “E’ legato all’infatuazione che nutrivo al ginnasio per l’eroe semita Annibale”. E prosegue: “In realtà anche quest’anno, come accadde a lui, avvicinandomi a Roma, non sono riuscito ad andare oltre il Lago Trasimeno”. Nell’Interpretazione dei sogni  spiega ulteriormente questa fantasia: “Avevo allora seguito le tracce di Annibale: come lui non ero riuscito a vedere Roma”. Più avanti: “Annibale e Roma simboleggiavano, per me adolescente, il contrasto tra la tenacia dell’ebraismo e l’organizzazione della chiesa cattolica”. Freud ha trascorso più di una volta le sue vacanze in Italia, sempre con la tentazione di raggiungere Roma. “Per molto tempo – scrive nell’Interpretazione dei sogni  – dovrò continuare ad appagare questo desiderio soltanto nei sogni, perché ragioni di salute mi costringono a evitare un soggiorno a Roma nella stagione che è a mia disposizione  per viaggiare.”

Roma è quel punto lontano, astratto e irragiungibile attorno a cui ruotano miriadi di altre città. Gli occorreranno sei anni di navigazione in terra italiana prima di mettere piede a Roma. Perché? Forse che Roma rappresenta il centro di un vortice, una discesa nel Maelstrom? In effetti dopo aver oltrepassato le colonne d’Ercole non pensava ad altro che a incontrare finalmente questo vortice. “Ogni sogno – aveva scritto – ha perlomeno un punto in cui esso è insondabile, quasi un ombelico attraverso il quale esso è congiunto con l’ignoto”.

Nel settembre del 1901 con il fratello Alexander finalmente mette piede a Roma. Vi rimane dodici giorni. “E’ un punto d’arrivo”, dichiara. In una lettera a Fliess: “E’ stata un’esperienza sconvolgente e, come sai, l’appagamento di un desiderio a lungo accarezzato”. Nella stessa lettera distingue “l’antica Roma” (” mi sarei inginocchiato in adorazione”) dalla “seconda Roma” ovvero quella dei papi, quella che “non mi è stato possibile godere liberamente perché non ho potuto tollerare la menzogna della salvezza del genere umano che innalza così orgogliosamente la sua testa verso il cielo”. Infine: “Trovo la terza Roma, quella italiana, simpatica e piena di promesse”.

Tre anni prima, alle prese con le difficoltà relative alla stesura dell’Interpretazione dei sogni, confidava a Fliess: “Mi manca il raccoglimento necessario per fare qualcosa d’altro che studiare la topologia di Roma della quale ho una nostalgia sempre più acuta”. Come può Freud parlare di nostalgia quando non ha mai visitato Roma? “E’ evidente che io mi sforzo invano di vedere in sogno una città che non ho mai visto da sveglio”.

Roma è l’emblema dell’audacia, una tappa assolutamente decisiva.  L’idea e la possibilità di visitarla si fa insistente solo a partire dalla morte del padre e dopo la pubblicazione del suo lavoro sulla teoria del sogno. Il mito di Annibale che conquista la città eterna, diventa “simbolo e pretesto di vari altri desideri ardentemente caldeggiati”.

Roma è il cuore del mito freudiano del viaggio, il punto più alto dell’itinerario. Rappresenta una svolta radicale. Costituisce anche l’emblema dell’approdo, l’ombelico che conduce verso una regione ancora da esplorare, “indistinta”. Dopo il tempo della ricerca che è un tempo per comprendere, segue l’istante per concludere: dopo aver passato in rassegna e verificato mille ipotesi, segue la decisione di fondare la propria città. Con Roma, Freud è dinanzi alla propria storia in una prospettiva frontale. Ormai non è più possibile sfuggire, rimandare, tornare indietro. Lo sottolinea con queste parole scintillanti: “Mezzogiorno, di fronte al Pantheon. Ecco di cosa ho avuto paura per tanti anni”. E’ una considerazione scarna, fulminea, ma la più efficace che Freud potesse comunicare a Martha, dopo le prime ore in cui è arrivato a Roma. Tre giorni dopo, in un telegramma: “Questo pomeriggio, alcune poche impressioni delle quali si vive per anni”.

Nella visita del 1907, in una lettera a Martha, egli riferisce un curioso episodio: ” ‘E quindi uscimmo a riveder le stelle.’ Chi sa chi è l’autore? Fino a stasera sono rimasto in un columbarium  romano, nelle catacombe cristiane ed ebraiche. Là sotto vi è un’atmosfera gelida, cupa e spiacevole. Nella catacombe ebraiche le iscrizioni sono in greco, su molte lapidi si vede il candelabro, mi pare si chiami menorah. La guida – ero l’unico visitatore – aveva dimenticato le chiavi per l’uscita, e così avremmo dovuto o tornare indietro o rimanere sotto. Mi sono deciso per la prima alternativa”. Il tono del resoconto di questo curioso contrattempo è divertito. Quasi celatamente avesse desiderato “rimanere sotto”. Ormai non teme più il labirinto in quanto sa che Roma è la città dove il sole è più alto.

  La luce meridiana di Roma illumina il punto culminante dell’avventura di Freud e al tempo stesso preannuncia lo svolgimento. Il passo con cui, quasi violando un antico tabù, entra nella sacra Roma, lo spinge risolutamente a dichiarare: “Io disegnerò la prima rozza mappa di questo territorio”.

(Da Le città di Freud, di Giancarlo Ricci)

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IL TEMPO DELLA POSTLIBERTA’, di G. Ricci (Sugarco, 2019)

SOTTOTITOLO: “Destino e responsabilità in psicoanalisi“, SUGARCO, Milano 2019.

“La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci manca il pensiero” (Karl Kraus)

“Tengo molto all’esergo che ho voluto porre a questa introduzione. Ho pensato che fosse il miglior emblema per illustrare la condizione della libertà nel nostro tempo. << Adesso ci vorrebbe il pensiero >>: dopo tante conquiste sociali, dopo le ideologie e le post ideologie, dopo la post globalizzazione, dopo il post umano o chissà cos’altro, la nostra società, che ha voluto fare delle nuove libertà e dei nuovi diritti il vessillo del progresso, sembra essere in difficoltà in materia di pensiero. Pare sparito un pensiero che sia all’altezza delle numerose complessità che attraversiamo: un pensiero come progetto sociale, civile, culturale, politico, un pensiero come programma di civiltà, come disegno di logiche e di relazioni cooperanti non basate sulla specularità o sulla speculazione”. (Dall’Introduzione)

INTERVISTA A RICCI : vai a  https://www.retedipsicoanalisi.cloud/wp-content/uploads/2019/01/salute.pdf

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AUTORITA’ & LIBERTA’. Convegno a Macerata il 28.11.17

A Macerata il 28.11.17 presso l’Auditorio dell’Università si svolge un convegno sul tema AUTORITÀ’ E LIBERTA’. Partecipano: DIEGO FUSARO, FRANCESCO GAMBINO, ENZO PENNETTA, SIMONE PILLON, GIANCARLO RICCI – 

“Ecco il punto cruciale che la modernità consegna ai nostri tempi: un’ipertrofia della libertà che crede di espandere la propria autodeterminazione all’infinito, che installa la propria fantasia di potenza credendola possibile, che fagogita l’altro, che rispecchia il proprio esistere nella padronanza di un’immagine narcisistica sempre identica. Poco pensiero in questa libertà che assomiglia a una botte in cui rifugiarsi e in cui vivere, poca soggettività in questa identità virtuale che assicura una sufficiente neutralità rispetto a ciò che accade fuori. La libertà come confort. E il comfort come libertà” (Ricci). 

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